I libri, le montagne basse e i paesi alti

Le montagne narrate da Bortoluzzi sono qualcosa di unico nel panorama letterario italiano. Spesso leghiamo la scrittura di montagna a un’idea di fuga senza fine, di ricerca di spazi liberi e orizzonti lontani, e di ricerca interiore. Gli esempi sono tanti e noti.

I libri di Bortoluzzi raccontano invece una montagna dura, cime basse e povere, dove la solidarietà è una scelta ma anche una necessità. La solitudine e l’abbandono uccidono; la fratellanza, anche quando scandita da rivalità e screzi, garantisce sopravvivenza e speranza.

Il suo talento narrativo è stato riconosciuto prima dal premio Calvino, che lo segnalò nel 2008 e 2010, poi nel 2016 dal Premio Gambrinus-Mazzotti per il libro Paesi alti. La scrittura è asciutta ed essenziale, anche dura, in linea con la tensione che percorre tutte le sue storie: uomini, donne e ragazzini che crescono aggrappati alla loro terra, a lavori antichi e nuovi, sufficienti per non morire di fame ma che ai più giovani paiono spezzare ogni speranza.

 

 

Le sue “montagne basse” sono quelle dell’Alpago, una conca di piccoli paesi e colline, delimitata dalle Prealpi Bellunesi. Un arcipelago di alture non sconvolto dall’urbanizzazione e dal cemento, squassato invece in passato da terremoti e alluvioni. Ne fa parte il magnifico bosco del Cansiglio, per secoli curato e sfruttato dalla Repubblica di Venezia, che utilizzava il legno dei suoi abeti per i pennoni delle navi, e quello dei faggi per i remi delle galere. Il suo ambiente naturale, seimila ettari pubblici tra Veneto e Friuli, si è salvato dalla speculazione edilizia e da assurdi progetti di impianti sciistici grazie alla determinazione di singoli e di associazioni che da anni si battono per preservarlo.

Antonio mi ha accompagnato alle pendici delle alte e aspre montagne che delimitano l’Alpago dal Friuli, e poi tra le faggete del bosco del Cansiglio, situate, per via del clima, più in alto delle abetaie. I boschi circondano una piana magnifica, ampia e dolce. In alcune radure si può rinvenire il ricordo lontano e ormai museale dei Cimbri venuti secoli fa dall’altipiano dei Sette Comuni a coltivare questi boschi agli ordini di Venezia. E quello più reale e vicino degli scontri tra partigiani e nazifascisti, con tanti aspetti ancora da studiare e da conoscere.

 

L'alpago.

 

Cronache della valle è una sequenza di racconti, legati tra loro a formare un affresco unico. L’opera venne segnalata nel 2008 dal Premio Calvino, e poi pubblicata due anni dopo nelle Edizioni Biblioteca dell’immagine. Si tratta di storie ambientate in borghi minuscoli, con cinque o sei case, con l’obbligo più che il piacere del sostegno reciproco; in tutti i protagonisti un disperato attaccamento alla terra, unica fonte di vita e di lavoro. Ognuno esperto di qualcosa, di un mestiere e di conoscenze antiche. Resta impressa la figura di Nato Stèla, malinconico Buster Keaton delle montagne, cui spetta da sempre l’ingrato compito di uccidere gli animali, perché anziani e malati o perché destinati al macello, e lo fa con serietà e dignità, mentre gli anziani allontanano con una scusa i bambini. Tutte le storie del libro sono vere, prendono spunto da racconti ascoltati nel corso degli anni, e annotati per non perderne la memoria.

Nel suo secondo libro, Vita e morte della montagna, Bortoluzzi racconta la storia dell’operaio Giacomo Càsal, che perde il lavoro ormai cinquantenne, con alle spalle tanti anni di fatica durante i decenni dello sviluppo industriale e di un relativo benessere. A quel lavoro tra presse e turbine Càsal si era dedicato con tenacia e passione e alla fine si trova con le mani piene di niente. Capisce di aver perso da tempo antiche competenze tramandate per generazioni, e che lui da ragazzo era arrivato a disprezzare, perché gli parevano retaggio di un passato poverissimo e senza speranza. 

 

Nessun sogno di ritorno al passato, certe durezze non si possono dimenticare, ma la possibilità, che diventa scelta, di riprendere a lavorare la terra, ricomponendo la sua vita in frantumi.

“Il nonno si appoggiò al rastrello e lo guardò con gli occhi piccoli e cocciuti. Ricordati che la terra è più di un uomo – disse accendendosi una sigaretta. – E più di una mona – concluse riprendendo a rastrellare le foglie”.

 

Il portello di metallo del vecchio pollaio.


È il suo libro più autobiografico, anche lui da giovane aveva disprezzato il legame con la terra, provato insofferenza, per riscoprirlo molti anni dopo. Le vicissitudini del protagonista, ferito e svuotato dalla perdita del lavoro in stamperia, sono raccontate con asciuttezza di stile e tesa partecipazione.

Paesi alti, il libro della consacrazione con l’autorevole premio letterario Mazzotti, è la storia di Tonìn, un ragazzino cresciuto negli anni ’50 in un piccolo paese di quasi montagna, con un padre affettuoso ma sempre lontano a lavorare in Svizzera, e una madre troppo severa, difficile da capire. Le avventure, reali o immaginarie con l’amico-rivale Ilario, rincorrendo favole antiche o storie di partigiani, sono una momentanea via di fuga. Passano il tempo a rincorrersi e a contrapporsi, nei giochi o per gli occhi di una ragazzina, a volte con dura e sgraziata franchezza. Lo scontro finisce quando un grave lutto colpisce Tonìn, e Ilario lo chiama fratello. “I due ragazzi presero la strada della latteria camminando vicini. Erano solo due lanterne, nel buio di un mattino freddo che precede l’inverno”.

Nessuna elegia, Bortoluzzi ci fa comprendere che non tutto è da rimpiangere di quel mondo, ma qualcosa poteva e doveva essere preservato. Una dignità e serietà del vivere, una sintonia con la terra e la natura, di cui avremmo tanto bisogno.

 

Antonio ha iniziato presto a lavorare, a sedici anni era già in cantiere, come piastrellista e muratore, poi, finita la scuola professionale, si impiega a tempo pieno come tornitore-fresatore. Da ragazzo, nel tempo libero legge molto, in modo libero e disordinato: London, Fante, Hemingway, Bukowski, Carver, McCarthy. E prova a cantare e suonare la chitarra, con il mito della West Coast e una passione per le rime ragionate e soprattutto i testi di stampo letterario dei cantautori italiani De André, De Gregori, Guccini, Vecchioni. L’interesse per la natura lo porta a leggere Mario Rigoni Stern, che ama anche per lo stile di vita e di scrittura, sobrio e profondo. Incontra i “suoi” grandi scrittori italiani, quelli del cuore: Fenoglio, Meneghello, Zangrandi. La montagna gli piace coltivarla più ancora che salirla: negli ultimi anni ha iniziato a far rivivere l’antica casa di famiglia e i campi intorno, lavorandoci nel tempo libero. In Valturcana, una valle piccolissima, a 750 metri di altezza, che scende con ripidi declivi spezzati da fenditure inaspettate e improvvise, alcune create da ripetute alluvioni.

Antonio è nato lì, poche case, molte stalle e sei famiglie. Nel borgo non c’era nulla, né un prato abbastanza largo per giocare a pallone, né una bottega né una chiesetta. “C’erano solo un lampione, un portone di legno pieno di puntine dove mettevano gli annunci mortuari e un capitello di San Fermo”.

Mi racconta che prima la lettura e poi la scrittura divengono presto una via di fuga, un piacere, ma anche una ‘esigenza insopprimibile’.

 

Le faggete del bosco del Cansiglio.


“Perché è diventata un’esigenza, Antonio? Perché ti è sembrato così importante?”.

“Tanti anni fa sono stato all’Ufficio anagrafe del mio paese, forse per la carta d’identità, non c’era nessuno quella mattina e ho iniziato a conversare con l’impiegata. Lei era occupata a sistemare alcuni vecchi libroni, mi ha detto che stava lavorando alla catalogazione dei registri dall’Unità d’Italia. Mi chiese di indicargli il nome di un antico congiunto. Da pochi mesi era morto mio nonno, eravamo stati insieme tutti i giorni fino a quel momento e per me era un dolore così grande da far sembrare assurda tutta la vita.

Le ho detto il nome, il cognome, il secondo nome, la data di nascita, e lei in un attimo ha sfilato un volume, ne ha sfogliato le grandi pagine e l’ha trovato. C’era abbastanza spazio nel registro eppure c’erano solo tre cose: tre date, scritte con calligrafia rotonda e un inchiostro scuro e svaporato: 1911 quand’era nato; 1936 quando s’era sposato; 1991 quand’era morto.

 

Non avevo la minima idea, a venticinque anni, di cosa significasse scrivere una storia, prendere per mano una narrazione, cercare di costruire un pezzo di mondo, rendere condivisa una memoria. Però ho pensato che noi dobbiamo vivere, è la prima cosa, e però subito dopo c’è un altro dovere: dobbiamo raccontare. Perché un uomo, una donna, chiunque al mondo, non può essere solo tre date in un vecchio registro. La storia di mio nonno era scomparsa, condensata in quelle poche righe. Non sapevo ancora cosa potevo fare, ma sentivo che non era sufficiente e nemmeno giusto”.

 

L'antica casa di famiglia in Valturcana.

 

“E la fratellanza per resistere, quel “siamo fradèi” che Ilario dice a Tonìn alla fine di Paesi alti, è qualcosa che vive o viveva nei piccoli borghi di montagna o è un valore universale?”.

“Siamo tutti paesani diceva Rigoni Stern, ricordi? Voleva dire che sono i valori etici che uniscono le persone più della vicinanza fisica e del colore della pelle. Ti racconto una piccola storia. Negli anni ’90, quando venne avviata la ristrutturazione del Rifugio Pian De Fontana, sulle montagne della Val di Zoldo, l’impresa edile pensò di far salire ogni giorno uomini e materiali con una teleferica, l’alternativa era salire a piedi per due ore e mezzo lungo un sentiero. Uno degli operai però soffriva di vertigini, e il dondolio del cassone nel vuoto lo spaventava a morte. Era terrorizzato dall’altezza, ma anche dalla prospettiva di perdere il lavoro. Così, i suoi compagni pensarono di sistemarlo ogni mattina al centro del cassone, bendarlo e circondarlo con braccia e gambe. Fino all’arrivo in cima, poi scendevano a terra e iniziavano a lavorare. E il loro collega, il loro fratello, vinse la paura”.

Ecco, sostiene Bortoluzzi che la vita solitaria in montagna affascina, per breve tempo, poi bisogna vivere, superando fatiche e difficoltà, e chi è solo non può farcela. Penso a un libro di tanti anni fa, La pioggia gialla di Julio Llamazares: la lenta fine di un piccolo borgo di montagna nei Pirenei, e la storia, la sconfitta, del suo ultimo solitario abitante.

 

Nei libri di Antonio G. Bortoluzzi non c’è rassegnazione alla scomparsa di un mondo antico legato alla terra, e non c’è desiderio di fuga – anche se c’è stato – c’è invece un accorato invito a resistere, a lottare e a lavorare, per dargli vita. Perché non restino dei nomi su una mappa, vecchie immagini di archivio, perché l’antico mondo dei paesi alti non venga schiantato dall’abbandono o dal cemento.

“Un’ultima domanda, Antonio. Cos’è quella G. con il punto tra il tuo nome e cognome?”

“Io ho due nomi: Antonio, in ricordo di mia nonna materna Antonietta, e Giacomo, a ricordo del nonno paterno. A me, da ragazzino, non piacevano perché non volevo avere i nomi di quelli che stavano in cimitero ed erano morti prima che io venissi al mondo. Mi sarebbe piaciuto chiamarmi Marco, Gianni, Fabrizio, Francesco, nomi normali, come tutti in paese e come i personaggi dei film. Con il passare degli anni ho capito che un nome che ti viene dato è un augurio, una promessa, un segno che ti iscrive dentro una lunga storia. Ma soprattutto una storia che può essere solo tua.”

Antonio Bortoluzzi.

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