I registi scrivono con gli occhi

Fotografia, cinema, pubblicità, tv, internet, Google Maps, smartphone, Skype, Facebook, navigatori satellitari, realtà virtuale e realtà aumentata, hanno moltiplicato l’attività del nostro sguardo. 

Guardiamo troppo e in modo eccessivamente frammentario? Il guardare sta prendendo il posto del pensare? Si domanda Mark Cousins nel suo libro, riccamente illustrato, Storia dello sguardo (Il Saggiatore, pagine: 545, € 35,00).

Mark Cousins è un regista e, si sa, i registi scrivono con gli occhi, per di più, egli ha dichiarato che i suoi film, nella maggior parte dei casi, trattano proprio dello sguardo, per questo ha deciso di scrivere un libro su questo tema. Prima di tutto per approfondire la propria visione sul vedere, ma anche per rendere partecipe il lettore, e lo spettatore, delle sue riflessioni.

Si è quindi molto documentato, studiando i testi fondamentali che trattano questo argomento, sia dal punto di vista delle neuroscienze, che da quello dell’ottica, come da quello dell’arte figurativa e della Gestalt. Ne è uscito un libro che sembra la sceneggiatura di un film. Un film ad episodi, sebbene siano tutti incentrati sul tema del guardare. 

 

Si parte dall’alba dell’umanità, con lo sguardo di una bimba, figlia dell’homo sapiens, che apre per la prima volta gli occhi sul mondo. La sua vista è sfocata e per renderci partecipi del suo tipo di visione, l’autore mostra al lettore modelli tratti dall’arte, ad esempio lo sfondo sfumato della Gioconda, che «oscilla tra il visibile e l’invisibile», come ebbe a scrivere in proposito Giorgio Vasari, o i quadri che Turner ha dipinto impiegando la visione periferica. Ovviamente in ciascun caso vengono analizzati i diversi significati e i differenti messaggi che le opere prese in esame si propongono di comunicare a chi poggia lo sguardo su di esse. L’autore, insomma, usa la parola per illustrarci il processo del guardare (non per nulla il libro nella lingua originale si intitola proprio The story of Looking) e lo fa analizzando immagini proposte da quadri famosi, o da fotografie, o ancora da fotogrammi di film, ma anche scegliendone di meno colte e ci invita ad osservarle prestandoci il proprio occhio di regista.

 

Il secondo episodio ha invece come protagonista una bambina vissuta nell’antico Egitto, ai tempi di Cleopatra, e questa volta il tema affrontato sono i colori, in particolar modo l'azzurro, di cui Cousins traccia una succinta ma interessantissima storia, doviziosa di esempi che vanno dalla Vergine delle Rocce di Leonardo, ad Yves Klein, passando per le maioliche persiane. Menziona anche i diversi gradienti di tonalità, dal blu guado, anticamente usato per tingere i tessuti, al cobalto, impiegato dai Britanni per dipingersi il corpo, così come ha narrato Giulio Cesare che ebbe modo di vederli quando, alla guida delle legioni romane, invase l’Inghilterra; e poi ancora dall'indaco, al blu di Persia estratto dai lapislazzuli. Cousins ci parla poi del cerchio cromatico di Goethe e della legge dei colori complementari, ricordandoci come guardando intensamente l'azzurro e poi chiudendo gli occhi, compaia il giallodorato, suo opposto nei diagrammi cromatici. Questi due colori si equilibrato in modo perfetto davanti al nostro sguardo e, a titolo di esempio cita la Notte stellata di van Gogh.

 

Leonardo da Vinci, La vergine delle rocce, 14831486, Musée du Louvre, Parigi; Motivi geometrici della Moschea del Venerdì di Isfahan, Iran, dettaglio della cupola; Yves Klein, Blue.


Del terzo episodio è protagonista un’altra bambina, vissuta in Australia nel 1050 a.C. e il suo e il nostro guardare sono cadenzati dall'intermittenza dallo sguardo e anche dalla direzione che esso assume.

Quando la bimba si copre gli occhi con le mani vedrà infatti sparire ciò che stava guardando, che riapparirà non appena scoprirà di nuovo gli occhi. Come se si disconnettesse dal mondo visivo, per poi riconnettervisi. E noi con lei. La connessione è infatti un tema chiave della storia del guardare, del vedere, dell’analizzare, del fissare, dello scorgere e dell’osservare.

Così la bimba australiana fissando gli oggetti e gli occhi degli altri esseri umani, impara a conoscere cose e persone e a riconoscerle quando le rivedrà in futuro.

“L’intensità, la sorpresa e la porta aperta dal contatto di sguardi danno stimolo alla nostra vita visiva poiché ci danno l’impressione di poter aver accesso a un’altra coscienza. Gli artisti da tempo hanno compreso il tipo di tensione insita nell’incrocio di sguardi.” Scrive Cousins.

 

I secoli passano e si avvicendano nuove protagoniste dell’atto del guardare, come ad esempio una bambina messicana del 900 d.C., scelta perché riprodotta in una scultura, dove appare legata alla schiena di suo padre. Guarda in alto e sorride. Questa sua storia ci introduce alla vista in movimento. La bimba vedrà cose in alto, sopra di sé, cose in basso, sotto di sé, cose che sembrano muoversi, perché appaiono e scompaiono davanti ai suoi occhi, ma soprattutto vedrà il paesaggio e guardandolo proverà emozioni che l’autore analizza, portando ad esempio non solo alcune opere d’arte di epoche differenti, ma, come sempre, anche fotografie e fotogrammi di film. Ciò a voler significare di come anche noi, quando vediamo una scena che suscita emozioni, sia essa reale, filmata, dipinta o scolpita, empaticamente ci emozioniamo. Intuiamo il dolore e la sofferenza anche qualora la figura sia ritratta di schiena, come nel caso della Mère et enfant, dipinta da Pablo Picasso nel 1902, in un quadro del suo Periodo Blu. Per cogliere il dolore, non è infatti necessario che il pianto sia esibito, il nostro sguardo sa captarlo anche dalla postura che la figura assume. In alcuni casi, invece, il pianto è palese, come avviene in una scultura maya di Donna piangente, databile tra il 600 e il 900 d.C, che ci si rivela completamente immersa nel proprio dolore. Ha gli occhi chiusi, la sua mano destra copre l’occhio sinistro e ha il mento leggermente sollevato, come se avesse appena smesso di singhiozzare. Nonostante la sua disperazione, questa figura ci comunica però l’impressione di una donna forte che è padrona di sé, perfettamente in grado di dominare il proprio dolore anche nella disperazione.

Una spirale di pianto avvolge invece il corpo inanimato di Gesù, nella scena del Compianto, affrescata da Giotto sulle pareti della Cappella degli Scrovegni, a Padova. Siamo nel 1305 ma è come se quella scena accadesse ora, sotto i nostri occhi, tanto intenso e vivo è il dolore e la costernazione delle figure che attorniano la salma del Cristo appena deposta dalla Croce. Ed è come se, guardandole, fossimo anche noi catturati dallo stesso vortice di disperazione e provassimo emozioni analoghe a quelle delle figure dipinte: un immenso, straziante dolore.

 

René Magritte, Il falso specchio, 1929; scultura messicana del 900 d.C. con bimba che guarda in su; Donna piangente, statuetta maya databile tra il 600 e il 900 d.C.; Pablo Picasso, Mère et enfant, 1902; Giotto, Compianto, 1305 circa (affresco), Padova, Cappella Scrovegni.


E ancora il libro ci narra dell’influenza che la rivoluzione copernicana ha esercitato sul nostro modo di guardare il mondo. Di come Copernico ci abbia insegnato che una delle migliori domande che ci possiamo porre è: da dove stiamo guardando?

E ci parla poi del guardare se stessi e della visione allo specchio, presentandoci famosi autoritratti di artisti, come, ad esempio, quello di Gustave Courbet, meglio noto con il titolo di Uomo disperato, e poi quelli di Albrecht Dürer, giovane e bellissimo, di Egon Schiele, che si ritraeva spesso nudo, in una sorta di metaforico disvelamento di sé, e poi quello di Frida Kahlo, che tiene orgogliosamente in mano la bandiera messicana. 

 

 

Più oltre, il libro tratta del nostro rapporto visivo con gli oggetti d'uso che alleviano le fatiche della nostra vita domestica, ma anche di pezzi eccezionali, come lo Sputnik I, il primo oggetto di fabbricazione umana ad orbitare attorno alla Terra, nel 1957, o la protesi da corsa per diversamente abili, quella resa famosa da Oscar Pistorius.

Nei capitoli successivi viene invece esposto il tema del rapporto tra lo sguardo e il desiderio. Protagonista di questo nuovo episodio è una ragazzina alle soglie della pubertà, vissuta a Firenze alla fine del Quattrocento, che sente sbocciare dentro di lei il primo desiderio sessuale. E il ragazzo di cui l’autore ci parla è un ragazzo di marmo, bello come un dio greco, scolpito da Michelangelo e collocato in Piazza della Signoria 8 settembre 1504: il David. Chi, guardandolo, donna o uomo che sia, non sentirebbe accendersi il desiderio di accarezzare quelle membra perfette? Certamente da questo desiderio non è immune neppure la nostra giovanissima protagonista.

Trattando ancora della sensualità dello sguardo e dell’accendersi del desiderio attraverso di esso, invece della Diana e Atteone di Tiziano e del Dejeuner sur l’herbe di Edouard Manet, proposti da Cousins, io opterei invece per la Venere di Urbino del pittore veneziano e per l’Olimpya dell’artista francese, universalmente ritenuti due autentici tripudi di sensualità.

 

E poi Cousins nel suo libro si occupa di architettura e continua a spaziare nel tempo, in su e in giù nella storia, indietro fino al 79 d. C, a guardare l'eruzione del Vesuvio, oppure a domandarsi come fosse il cielo che Galileo scrutava con il suo telescopio, e ad interrogarsi su che cosa apparve davanti agli occhi degli astronauti dell’Apollo 8 quando entrarono nel campo gravitazionale della Luna.

Pagine e pagine che ci tengono con il fiato sospeso, dense di immagini bellissime, mentre ripercorriamo un’avventura avvincente e piena di suspense, quella dello sguardo, al punto che risulta impossibile smettere di leggere ed anche di guardare.

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