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I tre corpi della pandemia

Che ne è del nostro corpo in tempi di pandemia? L’impressione è che sia in sventura, dato che sta vivendo la più straziante delle sue condizioni. Straziante nel senso letterale di una cosa che è divisa, frammentata, fatta a pezzi. Da una parte sembra che non ci si occupi d’altro, loro e noi, la società là fuori e il nostro vissuto più intimo. Dall’altra è negletto, dimenticato, rimosso, osteggiato da tutti, noi compresi. In mezzo c’è la nostra banalissima quotidianità, dove ci arrabattiamo alla meno peggio per gestire la situazione, con esiti fra il drammatico e il ridicolo, il patetico e l’esilarante.

Il fatto è che, come Monsieur Jourdain che parlava in prosa senza saperlo, ciascuno di noi gestisce due corpi senza accorgersene. Si tratta di due diverse idee, o immagini, della nostra fisicità che lottano fra loro: ora vince l’una ora l’altra, finendo per convivere, per quanto assai malamente. Ma l’attuale situazione di emergenza li sta separando sempre di più, con esiti tutt’altro che piacevoli.

 

Il primo di questi corpi è quello pensato dalla medicina, dalla scienza e dagli scientisti: è il corpo come insieme di organi e di loro funzioni, macchina da tenere a tutti i costi in moto, aggeggio cui guardare con l’occhio clinico dell’anatomista e del chirurgo che tendono a oggettivarlo, a farne pura carne, materia vivente da mantenere – per principio – in esercizio costante per il maggior tempo possibile. I filosofi di solito lo nominano in tedesco e parlano di Körper, istanza carnale osservata dal di fuori, senz’anima, senza affettività, dunque pronta a divenire salma.

 

 

È il nostro corpo quando entra in ospedale o, peggio, in sala operatoria, massa informe da gestire con assoluta attenzione, freddo distacco, virtuoso cinismo. Un numero che, se soffre, è in modo astratto, quantitativo, statistico. La sua mancanza d’aria, quando arriva angosciatissimo al pronto soccorso, è problema fisico e fisiologico, da trattare secondo protocolli prestabiliti e sperabilmente condivisi. Un corpo senza soggettività, senza respiro.

Attualmente sembra che non ci si occupi d’altro. Le cifre altalenanti che ci rimbalzano contro da mesi non rendono conto che di corpi così, cataste di muti organismi viventi che, se va bene, stazionano in sale di terapia intensiva dove, intubati, sopravvivono grazie a gelidi monitor che accumulano dati su dati. Specchio abborracciato di quel che si era prima d’entrarvi. 

 

È il trionfo assoluto – tanto necessario, quanto raggelante – di una quantità che, esibendo positiva oggettività, mira a escludere e a dimenticare quel minimo di qualità soggettiva che è propria dell’altro tipo di corpo: di ciò che i filosofi, sempre in tedesco, chiamano Leib. Questo secondo corpo è nostro a tutti gli effetti, non più quel che lo sguardo esterno tende a oggettivare, ma, appunto, la nostra esperienza vissuta, proprio il nostro corpo, il corpo proprio che fonda, rassoda e trasforma di continuo la soggettività percettiva di ognuno di noi. Laddove il Körper, intellettualizzando, tende suo malgrado alla salma, il Leib è vita piena ma nuda che, nell’esperienza fenomenologica, sensibile, sinestetica, si riempie a ogni momento in modo differente; salvo poi, a cose fatte, irrigidirsi in schemi preconcetti, norme esteriori, stereotipie sociali. Si fuoriesce così dall’isolamento ospedalizzato del Körper per puntare verso quella che viene detta intercoporeità. Il Leib, senza confini prestabiliti, vive anche e soprattutto nella relazione affettiva con suoi consimili, che è contatto fisico, carezza, struscio, eros diffuso che, prima d’essere libido, è costituzione basilare d’ogni reciprocità e d’ogni socialità. 

 

Si capisce insomma che è questo secondo corpo a essere annullato – per forza di cose che diviene angosciosa mutilazione affettiva – nell’attuale esperienza collettiva della pandemia. Il Leib, oggi, più che alla vita allude alla morte, o quanto meno alla malattia, alla paura di un malessere fisico che potrebbe divenire letale. Il contatto fra corpi diviene fantasma del contagio, e ci ritroviamo doppiamente soli, noi e il nostro corpo, io e gli altri corpi che, restando a distanza di sicurezza, migrano progressivamente verso la medicalizzazione del Körper. L’altro non è più un corpo vivo che si offre a me, o a cui il mio corpo si offre per vivere insieme l’esperienza del mondo, ma un potenziale nemico da tenere a bada, un’alterità muta, nociva.

 

A metà fra queste due istanze opposte e complementari della corporeità, oggi ampiamente stressate da un’emergenza sanitaria che si fa regime biopolitico, c’è l’esperienza quotidiana di reclusione in quello spazio insieme intimo ed estraneo che è casa propria. Non più momentaneo rifugio per ristorarsi con pranzi e cene o per riposarsi con sonni più o meno tranquilli. Ma luogo dove tutto può e deve accadere. Ci osserviamo allo specchio, raramente ma intensamente, e ci ritroviamo diversi, profondamente segnati da questa cosa strana che ci sta succedendo: a tutti certo, ma soprattutto a noi, alla nostra carne. 

Per sgranchirci un po’, agogniamo freneticamente il momento in cui, con la scusa di gettare l’immondizia o di portare il cane a passeggio, riusciamo a fare due passi intorno all’isolato. Oppure, per ottimismo della volontà, ci diamo alla pratica di un reinventato esercizio fisico. Il terrazzino diviene angolo per l’allenamento giornaliero, il salotto palestra, il divano panca per gli addominali, il tappeto spazio per i piegamenti, le bottiglie manubri con i pesi. Bricolage sportivo col quale proviamo a darci un ritmo, fisico e intellettuale al contempo, e con esso un ordine temporale e carnale che vuol essere disperato recupero del corpo proprio. Ma che, a conti fatti, è soltanto obbedienza a modelli sociali di bellezza standardizzata. Fortunato chi già da prima conservava in studio la cyclette da cinquantenne rampante, adesso presa finalmente a utilizzare. 

 

Quanti muscoli guizzanti abbiamo visto sui social, accompagnati dal tatuaggio di turno, che esibiscono involontariamente, sullo sfondo del video, le piccole cose di pessimo gusto dei nostri tinelli piccoloborghesi o gli androni grigi con biancheria stesa dei nostri condomini di periferia? Tante quante sono le immagini di corpi femminili (e no) che, nei medesimi social, si ostinano a darsi il belletto o a vestirsi sfarzosamente. Non mettiamoli in ridicolo: sono il segno disforico della nostra voglia di vivere. Da soli, nonostante tutto, è il nostro modo di augurare fanculo al virus.

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