Itaca è un linguaggio

«Non è altro che questo, epigrafe funeraria, un nome». Così Luigi Pirandello in Uno nessuno e centomila tenta di descrivere la portata del linguaggio e il portato dei nomi. È un concetto inveterato: in ebraico “dabar” rimanda sia a “parola” che a “evento”. E se «Dio crea il mondo parlando», attraverso il “Fiat genesiaco” che rivela «la centralità della parola rispetto alla cosa», «i Greci partono dal mondo, che è lì, preesistente agli stessi dei!», come scrive il medico scrittore Paolo Fiore in Solo sabbia tranne il nome (Manni, 2017), romanzo-saggio dal sottotitolo “Apax legomena”, ricollegandosi dunque a quei termini che compaiono una sola e unica volta in un testo. Come accade proprio in Omero. 

Tra parola e agnizione linguistica si muove la personale Odissea di Daniel Mendelsohn, docente di Letteratura al Bard College e autore di un libro in cui il celebre poema omerico assurge a viaggio per antonomasia e “apax” nel senso di unico e solo peregrinaggio di un padre ed un figlio attorno ai luoghi simbolo della saga. Lo scrittore americano ricorda che la parola greca usata per “tomba” è “sēma”, e nell’Odissea la pronuncia Elpenore nel chiedere a Odisseo di costruirne una. Ma il termine in greco vale anche per “segno”, “segnale”, in qualche modo “parola”, tanto che permane il suo significato originale in vocaboli come “semiotica”, per esempio. «Nell’ottica dei greci che costruivano le tombe a tumulo, i “sēmata” (il plurale di “sēma”), che nell’Odissea svolgono un ruolo così cospicuo, erano sistemi per trasmettere informazioni su coloro che li occupavano; avevano la funzione di narrare una storia. (…) La parola “sēma” ricorre un’unica altra volta nel poema (…). Alla fine del suo appassionato discorso, l’eroe si riferisce al segreto del letto con la parola “sēma”, il “segno” fra lui e Penelope, il simbolo del loro inamovibile legame».

 

Il racconto di Un’odissea. Un padre, un figlio e un’epopea (Einaudi, 2018) in verità principia con qualche legittimo dubbio, in quanto – ma è parere personale, non di filologo – l’autore sostiene che l’etimologia di Odisseo non stia nel significato di “colui che è odiato”, quanto di “colui che soffre”: lo studioso fa risalire il nome alla parola “odynē”, da cui noi oggi usiamo aggettivi quali “anodino”, che vuole dire letteralmente “senza dolore”, per via del suffisso “an” davanti a “odynē” che ne nega dunque il significato. Odisseo sarebbe pertanto l’uomo che, viaggiando, soffre. Non appare particolarmente convincente questa congettura, ma poco male. Certo, è ipotesi suggestiva, eppure poco dopo, nel testo, l’autore si smentisce, o semplicemente supera la sua ipotesi, quando descrive la droga che Elena di Troia versa nel vino dei commensali, la cosiddetta “nepenthēs”, vale a dire “niente sofferenza”, in quanto derivante dal termine “penthē” che significa proprio “dolore”.

 

Per il resto la malìa del racconto è avvincente perché l’autore ci conduce attraverso tappe che sono nomi, prima che luoghi e persone. Il libro, a forte impronta autobiografica, narra della partecipazione del padre dell’autore, Jay Mendelsohn, a un seminario sull’Odissea tenuto da suo figlio Daniel a dei giovani studenti universitari. Vi si aggiunge un viaggio in termini fisici, perché padre e figlio crescono e esplorano, si attardano sui silenzi, tra i non-detti, la parola tra loro si riforma grazie a Virgilio, infine viaggiano su una crociera che ripercorre le soste di Odisseo, eroe contraddistinto da un aggettivo, «polytropos», che secondo lo scrittore «può anche essere inteso in senso letterale. Perché “molte svolte” si riferisce anche al modo in cui l’eroe si muove attraverso lo spazio: Odisseo è l’uomo che arriva a destinazione girando in tondo». L’Odissea è costruita con una composizione ad anello, in tondo potremmo anche dire: «Per quanto questa tecnica sia difficile da spiegare, le spirali associative su cui si basa corrispondono di fatto al modo in cui tutti noi raccontiamo storie nella nostra vita quotidiana, passando in modo circolare da un episodio all’altro nel tentativo di chiarire e spiegare meglio la storia da cui siamo partiti, che è anche la storia a cui alla fine torneremo». E Odisseo torna al punto di partenza dopo averci girato attorno, dopo aver circumnavigato Penelope, Telemaco, suo padre Laerte; è costretto, Odisseo, a navigare intorno all’amore, intorno al ritorno, attorno, più lontano possibile dalla morte. Non è un caso che «tradotto dal greco Calipso significa “nascondere”, mentre Circe “circondare”. Perciò entrambi i nomi hanno a che fare con la prigionia». 

 

 

Mendelsohn parte dall’indizio, dall’inizio, dall’origine. «A differenza del proemio ben focalizzato dell’Iliade, quello dell’Odissea divaga, è pieno di ambiguità. (…) Certo, noi sappiamo che “l’uomo” è Odisseo; ma perché allora Omero non lo dice? Una possibile risposta a questa domanda è che, facendoci notare la tensione tra ciò che si concede di dire (“l’uomo”) e ciò che lui sa e noi sappiamo (“Odisseo”), il poeta introduce un tema importante che continuerà a crescere lungo tutto l’arco del poema, ovvero: che differenza c’è fra ciò che siamo e ciò che gli altri sanno di noi?». Mendelsohn qui mette a fuoco un’altra dirimente faccenda linguistica. Secondo l’autore, infatti, il termine “proemio” deriva sì da “pro-“, prima, e “oimē”, canto, ma “oimē” proverrebbe a sua volta da una parola più antiquata, “oimos”, che possiamo tradurre con “via, sentiero”. Il canto è dunque una strada. Ma non solo. A sua volta “oimos”, sempre secondo lo studioso americano, può essere fatto risalire a “oima”, che vuol dire grossomodo “impeto”, dunque slancio: «Per i greci la poesia era moto», scrive Mendelsohn, mostrando grande padronanza del poema, visionaria capacità di lettura. E mostrandosi grande maestro e al contempo discente, quando resta ad ascoltare le proteste tra i ragazzi di suo padre che non considera eroe uno che tradisce sua moglie e piange davanti all’amante, che non considera eroico chi si sottrae a certi doveri sociali, familiari. Ecco l’amore di Odisseo e Penelope, gli amori di Ulisse. 

 

L’agnizione, appunto, snodo di questo millenario poema, che non smette di regalare riletture. Come notando che forse “amore” non è il termine giusto per descrivere, e dunque linguisticamente creare, il rapporto profondo che lega, separa e riunisce Odisseo e Penelope. L’epiteto della regina d’Itaca è «periphrōn», saggia, risoluta, che parrebbe in contrasto con l’esordio sulla scena in cui viene messa a tacere da Telemaco (“colui che combatte lontano”) che, al contrario di lei, vuole ascoltare il racconto delle peripezie del padre. D’altronde «per un ragazzo che non ha mai incontrato il padre, la domanda è: qual è la situazione più problematica, vivere senza un padre o finire per incontrarlo davvero vent’anni dopo ed essere costretti a conoscerlo?». Perché in fondo «Se tuo padre di fatto non l’hai mai conosciuto, c’è poco da “riconoscere”». Nel Libro VI incrociamo la “buona concordia”, una traduzione quasi limitante del greco “homophrosynē”, la cui radice sta nell’aggettivo “homoios”, cioè “lo stesso” (come in omologo, per esempio) e il resto deriva da “phron”, che ha a che fare con la mente, l’intelletto. Dunque “concordia” è più esattamente un pensiero concorde, un ricordo comune, una sottile corda che unisce le teste dei –due amanti, anzi, no, i “cordi”, i cuori dei due sposi, le loro bocche. Tra Penelope e Ulisse «in realtà l’aspetto più importante del loro ricongiungimento non è il sesso, è la parola. Mi ha colpito che prima fanno l’amore e poi trascorrono il resto della notte a raccontarsi storie a vicenda prima di dormire. È come se avessero bisogno di elaborare emotivamente quel che hanno attraversato, e lo fanno attraverso la narrazione. Qui l’accento, si potrebbe dire, è posto sulla comunicazione. Come nella storia del Ciclope. Alla fine, tutto ritorna al linguaggio». E Odisseo torna al suo linguaggio, che è Itaca. 

 

Ma siamo sicuri che Itaca sia solo una meta? Forse «un destino», per citare Sempre verso Itaca (Stilo editrice, 2017) di Bianca Sorrentino, giovane studiosa della mitologia classica che riprende e traduce con più attenzione questi versi di Kavafis: «E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso. | Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso | già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare». «La pur pregnante e memorabile traduzione italiana a cura di Nelo Risi e Margherita Dalmati – osserva Sorrentino – non rende lo scarto dell’originale tra l’Ithaki del terzultimo verso, al singolare, e le Ithakes dell’ultimo, al plurale, quasi a voler significare un allargarsi dallo sguardo dell’isola del mito a tutte quelle che ci portiamo dentro». Itache, dunque, rileggendo Kavafis «già tu avrai capito ciò che le Itache vogliono significare». Sono note a tutti le prove di Odisseo prima del ritorno in patria. Forse meno note le sottigliezze linguistiche che celano significati ulteriori, calembour, un acuto ingegno di Omero o una profonda intelligenza collettiva degli aedi della Grecia classica. L’episodio del Ciclope è a tratti buffo, eppure «In questo bellissimo passo del poema, il gioco di parole è più intricato di quanto si possa evincere da qualsiasi traduzione, cominciai a spiegare: Odisseo dice al Ciclope di chiamarsi “Nessuno”. Ora, la parola greca per “nessuno”, o “non uno”, è “outis”: “ou” significa “non” e “tis” è il pronome indefinito, “uno”. “Ou-tis”, “non-uno”. “Odysseus, outis”.

 

Il nome che Odisseo dice al Ciclope è di fatto una versione biascicata del suo nome». Inoltre «c’è un doppio senso anche in “mē tis”, l’espressione usata dai vicini del Ciclope quando gli chiedono se qualcuno gli sta facendo del male. Perché in greco “mē tis”, “qualche uno”, si pronuncia in modo identico a un sostantivo, “mētis”, che significa “intelligenza ingannatrice”. Perciò nella scena c’è un duplice doppio senso. Da un lato, Polifemo è stato sconfitto da “outis”, nessuno/Odisseo; ma è anche stato sconfitto da “mētis”, qualcuno/inganno». 

Guardando il padre, matematico impertinente e lettore, Mendelsohn nota che «La nostra odissea l’avevamo vissuta, per la durata di un semestre avevamo navigato insieme, per così dire, attraverso quel testo, un testo che a me – e ai lettori con lui – sembrava sempre più relativo al presente e meno al passato». Incanta un’ultima suggestione, relativa al viaggio, al viaggio letterario e linguistico. Nel Dizionario greco del periodo romano e bizantino citato in epigrafe di un capitolo del libro di Mendelsohn, «nostimos» è un aggettivo derivato da “nostos”. E significa questo: «essenziale, prezioso, perfetto, la parte migliore di qualunque cosa». Letteratura come viaggio, vita come moto, lingua come slancio: certamente l’aspetto preferibile, da preservare, di noi uomini. Un messaggio anche politico. A riva giungono opere letterarie: chi arriva, chi approda non è che un’epopea, un corpo di testo, una lingua da leggere, ascoltare.

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