José Barrias e i “senza terra” del Novecento

Era uno degli ultimi vissuti nel destierro, l’esilio. Artista della memoria e del mondo, scomparso il 6 giugno scorso, José Barrias ha attraversato il nostro tempo con modestia e tenacia nell’affermare le sue idee, le sue creazioni. Creato, creature sono termini religiosi che lui, laico, ha tradotto in opere d’arte. Al centro ha posto la memoria. Come Proust, ha creduto che piccoli oggetti, la madeleine per Proust, l’uovo o la perla per Barrias, racchiudessero in sé una verità commovente che attraversa il tempo. Noi, i più caduchi, possiamo sopravvivere così. In questi oggetti raccolti, nel suo studio milanese, è depositata la sua memoria destinata a durare oltre lui stesso. Wunderkammer, la camera delle meraviglie presentata in mostra a Serralves nel 2011, riuniva oggetti, immagini, testi amati. Come tanti altri hanno fatto: tra cui lo scrittore Oran Pamuk nel suo bel Museo dell’innocenza del 2012. Lì era uno scrittore che raccoglieva oggetti di culto cui ha dedicato un intenso romanzo, qui un artista che fa degli oggetti e delle opere ereditati o solo trovati un “luogo del caos ordinato”. Le arti nei due casi, sconfinano. Non esistono dogane per il pensiero, ha annotato José Barrias in uno dei suoi appunti per quell’esposizione.

 

Rilke ha scritto: potremmo mai essere, noi, senza i morti? È così con il ricordo di questo artista. Col suo mundo, quella semisfera-collage densa di frammenti (immagini familiari come le scarpette della figlia Sara e la maternità della moglie Cecilia Herskovitz, oggetti, animali, grande attenzione al mondo dell’infanzia… come Benjamin) che insieme formano un mondo appunto: che abbiamo ammirato da una giusta distanza sulla scaletta di osservazione nelle sale della Fondazione Gubelkian a Lisbona 25 anni fa. E quella stessa sfera-mondo è stata riproposta nella mostra In itinere, a Serralves. Il mondo si guardava lì da un cannocchiale, altro oggetto magico della sua esperienza artistica, ed espediente visivo che permetteva di mettere a fuoco e osservare ogni particolare.

 

Senza titolo, 2017, tecnica mista su carta, 80x120 cm.


Nato a Lisbona nel 1944, cresciuto a Porto, figlio d’arte, José Barrias ha lasciato ventenne il Portogallo sotto la dittatura salazarista, prima per Parigi, e poi Milano. Qui ha trovato la grande storia dell’arte, e insieme il disegno delle arti applicate, mentre in Portogallo aveva lasciato una storia dell’arte minore, periferica, ma anche sognante. La solitudine cosmopolita in cui ha operato nasce da questa doppia appartenenza mai risolta, sempre incompiuta. Che ha dato il timbro alla sua poetica. Agli spazi vuoti che amava creare nelle sue opere e attorno ad esse. Le sue opere sono permanentemente “in itinere”, “etc.”, “passaggi”, per citare i titoli di altrettanti cicli della sua produzione artistica. Pensava che il suo lavoro d’artista riflettesse questa condizione di passeggero, ossia di prigioniero dei passaggi. Viveva la verità e la patria come delle istanze vaganti tra due terre alle quali non poteva interamente appartenere. In questa esperienza di passeggero sta la sua cifra e forse l’essenza della condizione novecentesca. Il Novecento è stato il secolo dei profughi, dei passeggeri. Prima – tra le due guerre – degli intellettuali, poi è stato il tempo delle diaspore di moltitudini, intere nazioni in movimento fino ai nostri anni Duemila.

Scrive Barrias che chi vuole raccontare come vivono gli uomini deve essere stato, in qualche modo, un esule. Come Benjamin esule da Berlino a Parigi. Come lui stesso esule da Lisbona a Milano. Come Hannah Arendt tra Germania e Stati Uniti d’America, Josè Ortega y Gasset e Maria Zambrano tra Spagna e Sud America…tutti pensatori “senza terra” che gli sono stati cari e di cui sentiva l’affinità. Per essi l’esilio è stata una condizione ontologica.

 

L’opera di Barrias è dichiaratamente letteraria, a volte scritta su pareti, più spesso pensata per simboli. Il tema dei passaggi è ispirato dal Walter Benjamin dei “Passages di Parigi”, le architetture commerciali-creature di sogno della collettività che qui sono tradotte in labirinti e percorsi. Nella mostra di Serralves un percorso di frontiera, la Camera Chiara, conduce all’Apertura. È un tema benjaminiano, come dimostra il testo di Barrias che accompagnava quella mostra: “Avanti viaggiatore, osserva, guarda le rovine che ti accerchiano. Senti nelle tue ali la tempesta che ti spinge inesorabilmente verso il futuro?... Apri le tue ali e avanza, viaggiatore! Tu non potrai più tornare. Tu non potrai evitare la grande tempesta che soffia dal paradiso”.

 

In itinere, Sala dos Mapas, Fundação de Serralves, Porto, 2011.


Milano è la città in cui l’artista portoghese incontra persone e ambienti. Anna Steiner, architetto designer e curatrice, figlia di Albe e Lica Covo Steiner. Gianni Sassi, redattore e art director di Alfabeta. Elisabetta Longari, critica e autrice di saggi, che ne curerà il volume José Barrias. Collezionista di echi (2017) in occasione della mostra alla Nuova Galleria Morone, a Milano.

Anche da questo incontro con le arti applicate forse deriva l’uomo artigiano che è stato José Barrias. Non solo disegnava o dipingeva ma costruiva gli oggetti, le installazioni, le soluzioni spaziali delle sue mostre.

 

La sua opera si è compiuta per cicli, aperti all’incrocio e mai finiti: come fossero dei testi joyciani, a volte originati da altri testi letterari a volta da altre immagini pittoriche. Eccone un elenco: Il libro dei frutti (1972/73), Quasi Romanzo (1973/86), Gli Ambasciatori (1978/87), Diga (1979), Nottiario (1984), Vestigia (dal 1987), Passages (dal 1989), Tempo (dal 1990), Il ritorno (1992-95), Nostalgia di passaggio (dal 1994), Camera Picta (dal 1995). Ciascuno di questi cicli ha un tema centrale, a volte si tratta di un quadro di Holbein o di Piero della Francesca, altre volte un codice di Leonardo, su cui si esercitano rimandi, citazioni, variazioni.

Non gli sono mancati i riconoscimenti. Alla Biennale di Venezia del 1984 Barrias rappresenta il Portogallo con “Nottiario”. Alla Triennale di Milano del 2014 presenta “Ombra delle cose future”, tema “teologico” paolino laicamente tradotto in un’arca che raccoglie e salva gli oggetti del paesaggio mediterraneo.

 

Catedral, Centro de Arte de São João da Madeira, 2016.


Tra le sue opere testuali, perché egli anche scriveva, vi è il libro d’artista del 1992, edito da Libri di Puck di Verona, con Antonio Tabucchi, dal titolo Tempo. “Di tutto resta un poco”, “il tempo invecchia in fretta” sono temi di Tabucchi e di Barrias, legati anche da amicizia tra di loro e insieme alla moglie di Tabucchi, Maria José de Lancastre, studiosa di letteratura portoghese e traduttrice e curatrice dell’opera di Pessoa.

Altro gigantesco riferimento obbligato dell’opera di José Barrias. Di Pessoa autore ortonimo egli seguiva l’invito a essere plurali come l’universo, a seguire la molteplicità, l’eterogeneità e la promiscuità dei mezzi espressivi. Un invito che ha tradotto in molteplici piccoli gesti che però compongono un universo. L’universo della modernità è fatto così.

 

E infine, ultima sua ossessione, il tema dell’ombra, inseguito a partire da un’enigmatica fotografia della propria ombra negli anni ’70 con Elisabeth Scerfigg, e poi sviluppato fino all’ultima sua mostra, nel 2019 in Portogallo. Altro grande tema letterario del Novecento, da Tanizaki a Borges, l’ombra acquisisce qui una propria esistenza autonoma, si emancipa dal personaggio e vive di vita propria, rur essendo di quel personaggio continuamente, pessoanamente il “doppio”.

Memoria, dall’Atlante Mnemosyne di Aby Warburg, completa la rassegna davvero ricca e significativa dei temi che attraversano il Novecento di José Barrias, che di sé diceva “siamo cittadini di lontano”.

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