Alfabeto Pasolini

La restaurazione teatrale e l’allucinazione sacra

Arriva l’immarcescibile De Fusco

 

Si è congedato domenica dal teatro Verga di Catania per iniziare una tournée in tutta Italia Baccanti, l’ultimo spettacolo di Laura Sicignano, da Euripide. Ma doppio è stato il congedo. Al posto di Laura Sicignano, nominata direttrice dello Stabile etneo nel 2018 dopo aver vinto un bando, è stato chiamato in modo diretto un vecchio navigatore di palcoscenici e di anticamere ministeriali, Luca De Fusco, regista noiosissimo, distintosi per il suo passo tradizionale se non conservatore alla guida del Teatro Stabile del Veneto e del Teatro di Napoli, noto per meriti soprattutto se non esclusivamente di appartenenza politica (al centro-destra). Così lo stigmatizza un comunicato di “Amleta”, associazione che riunisce artiste e lavoratrici dello spettacolo: “Chi lavora nel teatro italiano conosce quali siano state le vicissitudini che hanno accompagnato negli anni gli incarichi del neo direttore del teatro di Catania, passato praticamente indenne attraverso proteste di dipendenti e di lavoratrici e lavoratori del palcoscenico per mancata regolarità nei pagamenti e altri disagi, così come è stato ampiamente raccontato nelle pagine di quotidiani locali e nazionali nell’ultimo decennio”.

 

A proposito della sua avventura napoletana, sempre “Amleta” ricorda: “… la proposta artistica di De Fusco nell’ultimo teatro da lui diretto è stata considerata ‘disequilibrata sia nelle relazioni di genere (gli uomini hanno diretto circa il 93% degli spettacoli, percentuale che addirittura arrivò in una stagione al 100% non essendoci su 24 titoli, neanche una donna per regista o coreografa) sia sul piano generazionale: il 59,2% delle opere al Mercadante e al San Ferdinando è stato diretto da registi tra i 50 e i 69 anni mentre gli under 40 hanno avuto la metà delle possibilità (2,6%) riservate agli over 80 (4,6%)’ (Fonte “Il Pickwick” settembre 2018)”. E il neo-direttore, appena nominato, ha dichiarato alla “Lettura” del “Corriere della Sera”: “bisogna tornare ai testi, il regista deve smettere di esse strabordante”, invocando una aderenza al testo originale da parte del regista: come se non fosse acclarato che ogni volta che si prende in mano un testo, per inscenarlo o anche solo per leggerlo, si compie un lavoro di interpretazione, tradimento, reinvenzione, e che la “fedeltà all’originale” è semplicemente uno sproposito, perché allora si dovrebbe recitare Shakespeare in inglese, affidandolo all’interpretazione di soli uomini… Eccetera.

 

 

Sicignano è regista, formatasi a Genova col Teatro Cargo. In questi anni catanesi si è dimostrata anche ottima organizzatrice culturale e oculata risanatrice. Arrivava in un Ente pieno di debiti e in decadenza, commissariato, con una sola sala e con scarse capacità produttive, ha iniziato il processo di ripianamento del debito, aprendo per la prima volta canali verso sponsor privati e verso fondi europei; ha puntato sull’efficienza gestionale, sul pagamento regolare di dipendenti e fornitori, ma non solo. Pur con le difficoltà causate dalla pandemia, ha riportato i giovani a teatro e avviato bei progetti dedicati alle donne e a valorizzare i talenti artistici della regione, cercando con le idee di sopperire alle scarse disponibilità economiche, puntando su spettacoli di costo contenuto ma di alta qualità, soprattutto grazie all’originalità e alla profondità delle scelte tematiche ed espressive.

 

Quest’estate ho raccontato su “doppiozero” il lavoro a ricomporre uno spettacolo da testi frammentari di quel grande poeta e uomo di teatro siciliano che è stato Franco Scaldati, il Pinocchio con la regia di Livia Gionfrida che ha riunito per l’appunto notevoli interpreti siciliani. Ha inoltre accompagnato lo spettacolo con un convegno sul suo autore e la sua opera. E ricordavo anche come il debutto di Pinocchio sia stato preceduto dall’inaugurazione di un coloratissimo murale collettivo, dipinto sul muro esterno del Verga da un gruppo di artiste catanesi guidate da Lidia Giordano, un omaggio all’attrice Mariella Lo Giudice, bandiera della scena catanese scomparsa una decina di anni fa. Teatro e arti visive si collegavano in un progetto di espressione e creazione a tutto campo, concentrato sul palco e aperto allo spazio pubblico.

 

Un ologramma della mostra di Rossella Pezzino De Girolamo.


Baccanti

 

Anche la prima di Baccanti è stata preceduta da un evento d’arte, che già sprofondava nell’allucinazione materica e dionisiaca dello spettacolo. Veniva inaugurata nel ridotto del teatro, riattivato grazie alla direttrice, la mostra Colore, calore, movimento dell’artista Rossella Pezzino De Girolamo. Entravi e dovevi guardare le tele esposte nella prima sala con una App che disgregava le figure ritratte, segmenti di rocce, di basalti, di strati tettonici pronti all’esplosione, alla rivelazione del cuore igneo della materia, alla trasformazione, alla metamorfosi. In un’altra sala erano esposti quattro ologrammi che replicavano in tre dimensioni l’idea di un mondo naturale in effervescenza, in movimento continuo, con un inserto di danza che portava all’incrocio e alla fusione dei corpi raffigurati.

 

 

Baccanti è un testo misterioso. I protagonisti sono il dio Dioniso e gli sconvolgimenti che producono la sua religione del corpo, della danza, dello sfrenamento rituale, dell’esaltazione della zoé, del flusso vitale, dell’esplosione della natura generativa. Di fronte alla forza propulsiva di Dioniso, una corrente che porta alla trance, alla perdita del peso del Sé, che può travolgere, si staglia la Tebe razionalistica di Penteo, il re figlio di Agave, che non vuole riconoscere i culti orientaleggianti del dio e che rimarrà straziato dalle baccanti, anzi dalla propria madre Agave trascinata nella trance dionisiaca, come le altre donne di Tebe. 

Varie sono state le interpretazioni nei secoli di questa unica tragedia che porta in scena il dio del teatro: la si è letta come tardiva conversione del miscredente Euripide, resa del tragediografo al potere dell’ultimo nato tra gli dei che promette una vita beata, o come critica verso un pensiero religioso che travolge, che trascina nel fanatismo e macina i destini individuali.

 

Sicignano la ambienta in uno stanzone tardo neoclassico di museo imponente e desolato, ma potrebbe essere anche una villa abbandonata di fine ottocento o dei primi del novecento. L’ambiente all’inizio è scuro, e sempre le luci di Gaetano La Mela mirano a definire uno spazio interiore, che in certi momenti, con Penteo, si apre all’ordine di un mondo regolato, ma che può anche scardinarlo. Le pareti in certi punti sono invase da una flora parassitaria, forse anche pampini e tralci di vite e Dioniso, una donna con gli occhi fortemente truccati di azzurro (Manuela Ventura), all’inizio proclama la sua venuta per atterrare i miscredenti erta su una scala da cimitero. Le baccanti, in scene successive, spunteranno da aperture simili a loculi o a sprofondamenti dell’architettura in altre dimensioni o tempi. 

 

Appaiono loro, le seguaci e sacerdotesse del dio, a passo stilizzato, trattenuto, di danza, una danza che già allude alla trance, a una possessione o piuttosto, nella lettura di Sicignano, a una spossessione, a una perdita progressiva del sé nel rito contagioso, pericoloso per l’ordine e l’equilibrio individuale (i movimenti di scena sono di Ilenia Romano). Le interpreti sono, precisissime nella convulsione controllata, Egle Doria, Lydia Giordano, Silvia Napoletano. L’altro personaggio femminile è Agave, madre del giovane signore della città, interpretata, nel finale dell’opera, da Alessandra Fazzino, attrice e danzatrice di forte caratura. 

 

Tutta Tebe è in balia del dio: il vecchio re Cadmo (Franco Mirabella) e l’indovino Tiresia (Antonio Alveario), trasformati in vecchi fricchettoni new age si scagliano contro l’uomo d’ordine Penteo (un opportunamente impettito, rigido, all’inizio, Aldo Ottobrino). Questo irromperà in giacca e cravatta in una scena rischiarata e completata con mobili da ufficio di tecnologia contemporanea (scene e costumi di Guido Fiorato). Il reggitore di Tebe viene così apostrofato da Tiresia: “Le tue parole sono arroganti come quelle di un tiranno. Dimentichi che l’ordine della terra ha la durata di un giorno. Invece il dio che tu deridi è la potenza immortale del vulcano che scaraventa il fuoco verso il cielo”.

 

 

Questo rifiuto nel credere sacro Dioniso, il “bambino magico”, come lo definiscono forse con qualche eco dal Puer di Jung e Hillman le baccanti, “beate” secondo la bella, asciutta, nuova e funzionale traduzione della stessa Sicignano e di Alessandra Vannucci, scatena come è noto la tragedia. Penteo imprigiona Dioniso, ma il carcere non riesce a contenerlo: un terremoto da lui procurato lo libera e lo stesso re sarà convinto a spiare i riti delle donne di Tebe invasate sui monti e, scambiato per un toro (figurazione del dio), fatto a pezzi dalla madre Agave.

 

La scena dell’uccisione e poi della desolata uscita dalla trance della donna è resa da Alessandra Fazzino con una danza disarticolata, dove spiccano gli arti, con la figura rovesciata, dove il busto in torsione, il volto scavato, imperturbabile, diventa segno di un sogno simile a incubo. È uno dei momenti più belli di una messa in scena che sovrappone troppo, nella trance, nella perdita di sé, le baccanti, che in realtà risultano più traviate che beate, e le donne di Tebe, quelle sì spossessate della ragione per non aver accolto Dioniso come dio. 

 

Sembra che la regista abbia puntato tutto sull’allucinazione, sull’alienazione sacra e le sue conseguenze, trascurando quell’eudemonia che pure il culto offriva e che il testo, in molte sue parti, sembra suggerire.

Alla prova impressionante per trattenuta bellezza di Fazzino si aggiunga il racconto dell’uccisione del figlio, affidato non a un messaggero come nell’originale (in altri momenti il messaggero è Silvio Laviano), ma alla stessa voce fuori campo di Penteo-Ottobrino, con un effetto drammatico e straniante fortissimo, che richiama la voce narrante del protagonista di Viale del tramonto di Billy Wilder che, morto riverso nella piscina, narra a ritroso la propria storia.

Un’altra bella invenzione, pur nel solco di una scelta di regia a mio parere troppo univoca, è la presenza della musica di Edmondo Romano, con il suono (e il video) di Luca Serra: dal vivo e modificata elettronicamente apre un altro, diverso spazio mentale ai suoni e alle parole ascoltate, portando la vicenda vicino a quella dimensione antropologica e di psicologia del profondo che ambiguamente contiene.

 

 

Articolata è la tournée: Genova, Teatro della Corte, dal 26 al 30 gennaio 2022; Palermo, Teatro Biondo, dall'1 al 6 febbraio 2022; Milano, Teatro Elfo Puccini, dall'8 al 13 febbraio 2022; Verona, Teatro Nuovo, dal 15 al 20 febbraio 2022; Trieste, Teatro Politeama Rossetti, dal 24 al 27 febbraio 2022; Brescia, Teatro Sociale, dal 2 al 6 marzo 2022; Napoli, Teatro Sannazzaro, dall'8 al 13 marzo 2022.

 

Le fotografie dello spettacolo sono tutte di Antonio Parrinello.

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