La semplicità è complessa

Questo desiderio di semplificazione è giustificato, la semplificazione non sempre lo è. È un'ipotesi di lavoro, utile in quanto sia riconosciuta come tale e non scambiata per la realtà; la maggior parte dei fenomeni storici e naturali non sono semplici, o non semplici della semplicità che piacerebbe a noi

[Primo Levi]

 

Quando nella vita di ogni giorno o in un esperimento, il volto intenzionalmente immobile della madre viola le regole dell’intersoggettività e della reciprocità che la bambina o il bambino hanno imparato a conoscere e che utilizzano per regolare gli scambi affettivi, quella sospensione causa disagi e risposte in termini di diminuzione dei comportamenti sociali. Una modulazione intenzionale minima e tutto sommato apparentemente semplice, alterata dal cosiddetto paradigma del volto immobile (still-face paradigm), può essere un buon esempio di come semplicità e complessità indichino di fatto le stesse dinamiche e gli stessi fenomeni. In fondo, un gesto semplice, quello di sospendere le espressioni simulando un volto immobile, contiene tutta l’elevata complessità dell’intersoggettività, della relazionalità, del riconoscimento e dell’empatia.

 

È una questione di punti di vista e di relazione tra chi osserva e chi è osservato, tra l’osservatore e la cosa osservata. La complessità, quindi, non è solo una teoria, né una delle tante modalità di analizzare un fenomeno, ma è bensì un orientamento, un modo di assumersi la responsabilità della propria posizione nella relazione conoscitiva ed esistenziale con gli altri e il mondo. Per dirla con Nietzsche è un modo per cercare di non diventare “specialisti senza spirito e gaudenti senza cuore”.

I vincoli e le possibilità di abitare la complessità, di porsi con un’apertura in grado di contenere la propensione falsamente rassicurante alla semplificazione, per attraversare il nostro difficile presente, sono i temi conduttori del libro di Mauro Ceruti e Francesco Bellusci [M. Ceruti, F. Bellusci, Abitare la complessità. La sfida di un destino comune, Mimesis, Milano-Udine 2020].

 

 

Dopo che Ceruti è stato l’artefice dell’introduzione in Italia dell’evoluzione dei paradigmi della conoscenza che progressivamente riconoscevano la complessità del vivente e delle sue forme di vita organizzata, in particolare curando insieme a Gianluca Bocchi un volume che fu un punto di svolta, La sfida della complessità, ora con Francesco Bellusci si impegna, con una passione etica e scientifica allo stesso tempo, a individuare origini e manifestazioni di un’epistemologia e di prassi più che mai necessarie, per abitare la complessità del mondo in cui viviamo. Il libro contiene prima di tutto un percorso critico verso la “tentazione semplificatrice”. La complessità, tratto costitutivo del vivente, era già implicita nelle rivoluzioni che l’hanno introdotta nei nostri sistemi di conoscenza. La prima breccia, come ricordano gli autori, fu aperta con la scoperta dell’irreversibilità e l’entropia del secondo principio della termodinamica, introducendo l’indeterminazione e il caso, laddove regnava il determinismo. Nella seconda metà del ventesimo secolo, poi, si è progressivamente affermato il riconoscimento della Terra come sistema vivente integrato e complesso, da studiare e cercare di comprendere mediante l’ibridazione di molteplici discipline afferenti all’ecologia. 

 

 

I principi fondamentali della “scienza classica” ricevono allo stesso tempo un’accelerazione, una critica e una rivisitazione, che progressivamente si espandono fino a metterne in discussione alcuni epistemi caratterizzanti. Quegli epistemi si manifesteranno, da fonti indiscutibili che erano, almeno in parte come principi metafisici e assunti pregiudiziali. Come sempre una rivelazione è anche ri-velamento, nel processo di conoscenza, e questa è stata ed è forse una delle principali fonti di stupore e bellezza del riconoscimento della complessità, ma anche una delle principali cause di resistenza e difesa a cambiare idea e paradigma. Ad essere messi in discussione sono stati: il principio del determinismo universale, che consente la prevedibilità del futuro in base agli eventi del passato; il principio di riduzione, che suggerisce di interpretare il tutto a partire dagli elementi di base che lo costituiscono; il principio di disgiunzione, che isola e separa gli oggetti prescindendo dalle loro relazioni reciproche, dal loro contesto e dal loro rapporto col soggetto conoscente [p. 37]. Insomma, la pretesa di rivendicare una posizione di neutralità rispetto all’oggetto si configura alfine come una ricerca delle condizioni per voler vedere senza occhi. Ciò non abolisce certo il rischio del filtro della conoscenza, ma una cosa è negare quel filtro e volerne prescindere, un’altra cosa è considerarlo condizione costitutiva del processo stesso di conoscenza.

 

Criticando il mito dell’onniscienza, Ceruti e Bellusci sviluppano una critica che risuona delle posizioni di Richard Rorty e di Aldo Giorgio Gargani, mettendo in discussione la conoscenza come mero rispecchiamento, che finisce per negare la vita e l’incessante divenire temporale della differenza, in cui la vita si manifesta continuamente. La volontà di semplificazione, implicita in questo orientamento, rischia continuamente di tradursi in volontà di purezza, influenzando forme di pensiero e di azione, non solo in campo strettamente scientifico. Mentre è evidente come sia la conoscenza stessa ad essere un fenomeno complesso, un fenomeno di continua traduzione e costruzione dell’esperienza e dei dati, governato dall’incertezza costitutiva della stessa epistemologia genetica che sostiene il rapporto tra soggetto e sapere. Contro la conoscenza concepita come un rapporto di depurazione Ceruti e Bellusci richiamano nel libro il monito di un caro maestro, Heiz von Foerster: “Agisci in modo da aumentare il numero delle possibilità, per te e per gli altri”.

 

I progressi della fisica e della biologia dagli inizi del ventesimo secolo e anche prima, non hanno smesso di metterci di fronte alla complessità dei fenomeni e al nodo inestricabile di autonomia e dipendenza che connota tutto ciò che è vivente. Gli autori dedicano non poco spazio nel loro libro a convocare alcuni dei più importanti padri fondatori degli orientamenti che hanno portato al riconoscimento della complessità dei fenomeni e delle loro manifestazioni, dai più elementari, fino allo spazio e al tempo profondi. Nel momento in cui Gaston Bachelard, ad esempio, sostiene la necessità di porre “l’ideale di complessità della scienza contemporanea” di fronte all’epistemologia cartesiana, e afferma che: “Lungi dall’essere l’essere a illustrare la relazione, è la relazione che illumina l’essere” [Il nuovo spirito scientifico, Mimesis, Milano – Udine 2018], pone alcune delle basi che porteranno a scardinare l’intuizione e la semplicità come fattori basilari della conoscenza. È anche con il contributo rilevante di Georg Simmel che Bellusci e Ceruti decidono di fare i conti, alla ricerca dei fondamenti antropologici della conoscenza. Una volta posta la differenza tra complessità e complicazione, come ha chiarito Marco Belpoliti, risulta progressivamente chiaro come la complessità sia fatta di legami, di interazioni, di integrazione, di emergenza, di connessioni indistinguibili; mentre la complicazione ha a che fare con l’accumulazione, le differenziazioni, con composti scomponibili e semplificabili.

 

L’esigenza di una razionalità allargata diviene necessaria per creare una radicale riconversione delle forme di intelligibilità del mondo, che ponga al centro il mutamento e l’evoluzione e non solo la permanenza. La ricerca delle condizioni per affermare un orientamento epistemologico e operativo come quello della complessità si trova a fare i conti con la razionalità classica, fondata sulla certezza e sul determinismo. Quella certezza ha creato un modo di pensare diffuso, quella che si può definire una forma mentis dominante, interessando i comportamenti intellettuali, morali e sociali. Importante sarebbe approfondire le ragioni di una presa così diffusa e profonda sui modi di pensare, domandandosi a quali processi mentali e relazionali quella presa corrisponda e quali esigenze di rassicurazione soddisfi. Quel modo di pensare si è così radicato, come aveva acutamente riconosciuto Aldo Giorgio Gargani, da configurare “la razionalità umana come una natura: da un lato come natura del pensiero, più precisamente come ‘leggi naturali del pensiero’, e, dall’altro, come struttura oggettiva del mondo” [Crisi della ragione, Einaudi, Torino 1979; pp. 9-12].

 

L’orientamento della complessità parla di una causalità circolare e di coevoluzione come caratteri distintivi dei sistemi viventi di cui noi stessi siamo parte. A connotare quei sistemi è l’incertezza che non solo è costitutiva ma, quanto più si approfondiscono gli strumenti della conoscenza, più si spalancano le porte dell’ignoto. Anche la compartimentazione dei saperi ci pone di fronte al rischio della specializzazione che da un lato illumina un punto soltanto in maniera particolare, ma dall’altro rischia di accecare su tutto il resto. Uno degli effetti più rilevanti dell’avvento dell’orientamento della complessità, che allo stesso tempo è fonte di resistenza alla sua affermazione, riguarda l’anacronismo dei nostri sistemi mentali educativi e sociali [p. 75], rispetto alle sfide che in termini sociali e politici ci troviamo oggi ad affrontare. Ceruti e Bellusci parlano di “incommensurabile tragedia” mettendo a tema il rapporto tra quella che chiamano la nostra posizione recalcitrante e miope di fronte alla interdipendenza e globalità del mondo in cui ci troviamo a vivere, mentre persistiamo nell’uso di vecchi paradigmi a cui quel mondo sfugge in quanto non sono in grado di aiutarci a leggerlo e ad abitarlo. Le trasformazioni dell’ultima parte del ventesimo secolo, a partire dalla caduta del muro di Berlino, ad esempio, portano la politica non a orientarsi verso il nuovo paradigma della complessità, ma al diktat neoliberale, mostrando che il muro del semplicismo non è caduto.

 

Riferire l’orientamento della complessità all’analisi della condizione umana sul pianeta Terra è un compito che Ceruti e Bellusci si danno, con questo libro. Tra globalismo neoliberista, risorgere di nazionalismi e fondamentalismo religioso, “Affiora”, scrive l’autore, senz’altro l’idea che la mondializzazione possa essere qualcosa in più dell’estensione del mercato su scala planetaria e della riduzione degli esseri umani a consumatori e a oggetti di consumo. Ovvero, un’avventura nuova e complessa dell’umano, sotto il profilo non solo economico, ma etico, politico e antropologico, capace di prospettare nuovi interessi comuni a tutta l’umanità e di fare appello in sua difesa a una politica rigenerata, a livello nazionale e mondiale” [p. 94]. La complessità assume le caratteristiche di un modo di rapportarsi alla realtà e non è “una cosa in sé”. Invita ad assumere lucidamente i nostri modi di configurare, rappresentare, modellare concetti, nel tentativo che facciamo di conoscere il mondo e affrontare problemi. Il principio di ecologia di azione formulato da Edgar Morin torna particolarmente utile, secondo gli autori, per elaborare una nuova arte del governo all’altezza del presente. L’azione, infatti, una volta che si esprime in un dato contesto tende a sfuggire persino alla volontà di chi l’ha proposta, ed entra in un gioco di azioni e retroazioni molteplici, rischiando di essere trascinata oltre le sue finalità, fino a rischiare di andare in direzione contraria. Ceruti e Bellusci così giungono a formulare la necessità di una democrazia dell’interazione, basata su consultazione e comunicazione; di una democrazia di esercizio basata sul principio di responsabilità e sul parlar franco (la parresia) della Grecia antica secondo la ricostruzione di Michel Foucault; di una democrazia della prossimità in grado di valorizzare le forme di autogoverno dei cittadini mediante la partecipazione diretta.

 

Criticando lo spettro dell’uomo semplificato, e tematizzando la condizione umana di essere sulla stessa barca, come lo stesso Ceruti argomenta in un piccolo libro pubblicato quasi contemporaneamente [M. Ceruti, Sulla stessa barca, Qiqajon, Comunità di Bose, Magnano 2020], invitando al coraggio di essere moderni, per la seconda volta, evocando una importante e cruciale riflessione di Bruno Latour relativa al fatto che non siamo mai stati moderni, di fatto. Prendersi cura di noi e del mondo con l’educazione e il buon governo è l’obiettivo a cui può aiutarci a giungere un buon uso dell’orientamento della complessità.

Tutto il libro di Ceruti e Bellusci, mentre tende con passione a questo obiettivo, allo stesso tempo non smette di interrogarsi sulle resistenze che l’orientamento della complessità ha incontrato e incontra non solo nel senso comune, ma anche tra i cosiddetti addetti ai lavori. Forse Gaston Bachelard, che è un compagno di strada degli autori, in questa sua esplorazione, aveva visto qualcosa di importante quando si era soffermato sulla funzione che svolge, nel rendere difficile cambiare idee e comportamenti, l’ostacolo epistemologico.

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