raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

Lezioni di Fantastica. Storia di Gianni Rodari

Noi dobbiamo proporci il compito di salvare nel cittadino di domani, nell’uomo la cui formazione dipende da noi, quelle energie vitali, quegli slanci attivi, quell’intensità di passioni e di forza morale che il bambino mette nei suoi giochi e molto meno, purtroppo (ma non è colpa sua), nei compiti di scuola, nei doveri in cui via via s’imbatte. 

 

Così scriveva nel 1962 Gianni Rodari, parlando a Ferrara della sua attività letteraria (con parole che sarebbero presto esplose nel mondo dell’educazione, tra la Lettera a una professoressa della scuola di Barbiana di don Milani e Gennariello di Pasolini). Rodari era ormai uno scrittore affermato, autore di due libri appena pubblicati da Einaudi, che allora era l’equivalente di una vera e propria consacrazione poetica. A noi che guardiamo da quasi sessant’anni dopo l’associazione tra Rodari ed Einaudi, così come quella tra Rodari e bambini, potrà sembrare scontata; meno, forse, quella tra Rodari e scrittore. In effetti, a questo titolo Rodari aveva potuto cominciare ad ambire solo da poco, da due anni, per l’appunto, quando Einaudi aveva pubblicato le Filastrocche in cielo e in terra, perché fino ad allora Rodari era stato soprattutto uno che scriveva anziché uno scrittore: giornalista, editorialista, corrispondente e narratore, ma scrittore vero e proprio, con tutti i crismi, ancora no. Aveva scritto e pubblicato, non solo su giornali e riviste, ma anche in libri d’autore, racconti, novelle e poesie, in gran parte per bambini, tra cui Il libro delle filastrocche (fin dal 1951), Il romanzo di Cipollino, Le avventure di Scarabocchio e Gelsomino nel paese dei bugiardi; ma era e restava un fedele funzionario di partito anziché un intellettuale a tutto tondo, come lo si intendeva negli ambienti comunisti da fin dopo la guerra (titolo cui del resto neppure un Mario Alicata, protagonista di gran parte della politica culturale del PCI negli anni Cinquanta e Sessanta poté mai ambire, perché l’intellettuale doveva essere, appunto, uno scrittore-filosofo politicamente impegnato, investito di aura pubblica e dotato di parola sacrale). Fu l’incontro con Einaudi a cambiare la rotta di Rodari e quella conferenza del 1962 ne attestava per la prima volta la presa di coscienza teorica: da quel momento in poi Rodari sarà sempre, come già sempre era stato, ma con accresciuta autocoscienza e rinnovata carica, scrittore a pieno titolo, intellettualmente rivolto a un destino politico (e dunque per adulti). Aveva poco più di quarant’anni, durante i quali era sempre stato Gianni Rodari, ma senza che gli altri, e forse neppure lui, lo sapessero. 

 

Scrittore impegnato, accanto a Calvino e Pasolini, appena più giovani di lui, secondo un modulo generazionale che imponeva l’identità tra letteratura e politica, quasi sempre all’ombra del PCI – cui rimase fedelissimo, più di Pasolini, più di Calvino (primo nodo critico per chi lo rilegge oggi a tutto tondo: ne segnaleremo alcuni qua e là, per inframmezzare la discussione e proporne un prolungamento). Lo straordinario valore intellettuale dell’esperienza di Rodari, che tutto fu tranne che un funambolo della parola (pur essendolo, ma in un senso diverso da quello che l’espressione aveva significato fino ad allora), viene ora discusso in un libro importante di Vanessa Roghi, Lezioni di Fantastica. Storia di Gianni Rodari, che non è, come si potrebbe frettolosamente pensare, una biografia d’occasione, dettata dalla circostanza esteriore del centenario della nascita, né una biografia intellettuale, come pure potrebbe sembrare, ma la ricostruzione storica, tanto in contesto quanto in soggettiva, di una vicenda che diventa da avventura individuale movimento collettivo, fino a farsi storia d’Italia (e magari anche d’Europa), nel transito più difficile del Novecento, quello con cui ancora tocca fare i conti, dal fascismo e dalla guerra fino alla stagione delle rivoluzioni culturali e della lotta armata. Rodari protagonista e testimone di un tempo, come Fortini, come Calvino, come Pasolini, ma dal basso, senza la pretesa di costruirlo o possederlo, quel tempo. In contesto e in soggettiva, dicevamo, perché il libro fa dialogare continuamente lo sfondo, la grande storia, col dettaglio, la vicenda individuale, mettendo in pratica, senza dichiarazioni programmatiche, ma con straordinaria coerenza critica, la lezione di metodo della microstoria, con la sua ricerca di rapporti tra il singolo e il contesto, come rivela la scelta, paradigmatica, una sorta di mise-en-abyme della concezione stessa del libro, di aprire ogni capitolo con due citazioni, una di una voce riconosciuta come intellettualmente autorevole che commenta il momento storico e l’altra di Rodari durante quello stesso momento. Un esempio dal capitolo 8, dove si fronteggiano, a proposito del XX Congresso del Pcus, lo Sciascia di La morte di Stalin e il Rodari di Le due bandiere; o dal capitolo 9, dove, a proposito del Movimento di cooperazione educativa, si confrontano le testimonianze di Bianciardi e Rodari; ma il più bello è probabilmente quello del capitolo 12, sulla scrittura collettiva a scuola, ma in realtà sull’atmosfera culturale tutta degli anni Sessanta, col botta e risposta tra Flaiano e Rodari, perché lì si vede come Rodari fosse sempre ‘sul pezzo’, da quel grande giornalista che prima di tutto era e sempre rimase:

 

Oggi un marziano è sceso con la sua aeronave

a Villa Borghese, nel prato del galoppatoio.

(...) Roma ha preso subito l’aspetto sbracato e

casalingo delle grandi occasioni.

Ennio Flaiano

– Li marziani!

– Er disco volante!

– Andiamo, sarà un’eclisse.

Gianni Rodari

 

Fu uno scrittore per bambini, ma è stato un intellettuale, e per di più un intellettuale organico, potrebbe essere una sintesi dell’intero libro. Roghi confina al passato remoto le dicotomie tra scrittore per bambini e scrittore engagé, tra letteratura infantile e letteratura impegnata, tra intrattenimento ludico e messaggio morale: vedere il nome di Rodari accanto a quelli di Calvino e Pasolini potrà fare una certa impressione a chi ancora cerca il vate investito di furore divino, ma è ormai arrivato il momento, a cento anni dalla sua nascita e quaranta dalla sua morte, di riconoscere la sua posizione nella storia culturale italiana. Non il letterato in quanto tale, infatti, interessa a Roghi, ma l’operatore culturale, perché non si dà letteratura senza il tessuto sociale e professionale che la nutre. Rodari diventa allora testimone di un’intera vicenda generazionale, ma dal basso, ripeto, perché nel salotto buono della letteratura fu sempre «un intruso, un clandestino, uno che l’ultimo mozzo d’equipaggio avrebbe potuto afferrare per un orecchio e gettare nell’oceano», come diceva lui stesso.

 

 

Proprio per tutto ciò Rodari, che era stato anche cronachista e commentatore di politica e di costume (a lui si dovevano, a partire dal 1961, gli editoriali del Benelux su «Paese Sera»), approdò al mondo dei bambini e della pedagogia: per dovere di partito, prima di tutto (‘Fa’ bene quello che ti danno da fare’, secondo il motto di Dickens che Rodari fece proprio); per l’impossibilità di trovare uno spazio diverso, in secondo luogo, visto che fare il maestro da ventenne non gli era piaciuto e agli adulti piuttosto che ai bambini riteneva di rivolgersi allora; ma anche e soprattutto per cambiare il mondo, come si diceva, con retorica altisonante, a quel tempo. Cambiare il mondo è stato però, fino alla fine degli anni Ottanta almeno, fino alla mia di generazione, l’obiettivo più o meno esplicito di chiunque abbia deciso di dedicarsi alla letteratura, anche solo da studioso o da accademico. Era lì, nell’universo della parola che catturava le emozioni e raccontava la vita, l’esito ultimo di quel lungo tragitto dell’intellettuale europeo che va dal poeta-vate di romantica memoria all’intellettuale organico della tradizione comunista. Di questa storia, dell’intreccio indissolubile tra politica e letteratura fino a tutto il Novecento (e forse anche oltre), Rodari fa parte a pieno titolo, benché ci sia ancora chi non è disposto a riconoscerlo, ma forse anche a titolo diverso, come si è detto, perché la sua diventa, a differenza di quella dei Calvino, Pasolini, Fortini e Sanguineti, la storia di tanti insegnanti, di tanti studenti, di tanti genitori, che hanno affidato a quel sogno di un mondo migliore, inarrivabile eppure da perseguire tenacemente, il senso stesso della loro vita. Fino a polemizzare, più o meno direttamente, nel Sessantotto, con Pasolini a proposito dei capelloni, perché non si studia coi capelli o con la giacca; e, nel Settantasette, con Eco e Calvino per i loro atteggiamenti da intellettuali apocalittici di fronte ai nuovi barbari, in un bellissimo articolo che in questo periodo dovrebbe tornare di riferimento, La fine del mondo non ci sarà. “Fuori dal coro” lo definiva del resto Roberto Denti nel saggio-intervista che accompagnava il dvd di Felice Cappa a lui dedicato, Un sasso nello stagno; e «una sovversione profonda di ogni gerarchia strutturata» era nella sua scrittura secondo Sanguineti. 

 

Lontano dai centri di elaborazione dell’egemonia culturale, il gramsciano Rodari mescolava (secondo nodo critico: l’ideologia sottostante) residui di vitalismo infantile romantico e ingenua fiducia nel potere del futuro con una buona dose di paternalismo e populismo catto-comunisti. Proprio questa era però la sua forza: la ricerca del domani nell’oggi, la permanenza del mondo dell’infanzia nell’età adulta, la voglia di giocare anche fuori dal tempo (perché, se un bel gioco dura poco, un bel canto dura tanto). Del Rodari pedagogo, che coi bambini cominciò a lavorare in concreto, facendo laboratori ed esercizi nelle scuole, anziché calare dall’alto su di loro verità precostituite dal sapore moralistico, il libro rende ampiamente conto, immettendo il suo lavoro in un dialogo serrato con chi del mondo della scuola si occupava professionalmente, da Lucio Lombardo Radice a Mario Lodi a Tullio De Mauro, ma evidenziando sempre come la sua parola teorica non fosse altro che confronto con l’esperienza, senza pretese definitorie e messaggi ultimi. La didattica degli errori (una specie di panorama nazionale degli errori tipici: Il libro degli errori, 1964) e delle alternative (scegli il tuo finale: Tante storie per giocare, 1971) sono tra le sue conquiste pedagogicamente più avanzate con cui la scuola elementare ha dovuto fare i conti (ma che sarebbe opportuno che arrivassero finalmente anche alla scuola media e superiore). La futura Grammatica della fantasia, il suo libro suppostamente teorico, non è altro che una collezione di esempi, dove la Fantastica di Novalis, come ebbe a dire genialmente Sanguineti, più che una Logica si rivelava una dialettica operativa, una serie di esempi senza istruzioni per l’uso, ma conditi da riflessioni per l’uso: non un «Artusi delle favole», diceva, ma un maestro che sta tra i banchi invece che in cattedra.

 

A differenza dei tanti intellettuali che sbraitano parole dall’alto, dietro scranni accademici o vetrine mediatiche, Rodari con la parola lavorava quotidianamente, immettendola in una rete di relazioni che le dessero senso e la facessero orientare, in uno specchio ideale delle sue stesse finalità pedagogiche: la parola prende forma a designare il suo contenuto solo confrontandosi con le sue deformazioni e le sue connessioni, perché non c’è parola se non c’è discorso. Il suo realismo è inseguimento della cosa, senza primati formalistici, ma anche senza assolutismi metafisici, perché la cosa non esiste prima della parola che la esprime. Ecco perché l’incontro con le avanguardie, teoricamente e tecnicamente possibile, non avvenne mai (nonostante l’apprezzamento di Zanzotto e Sanguineti), mentre i suoi interlocutori furono sempre nell’ambito più della cultura politica che della sperimentazione letteraria. Eppure il libro della Roghi non manca di cogliere la specificità del Rodari scrittore, radicato da un lato nel surrealismo, rivolto dall’altro lato all’umorismo. Riconosciuti l’importanza di Brecht e la lezione di Kafka, evidenziato il dialogo con Palazzeschi, Bontempelli, Zavattini e Gatto, manca forse soltanto come scriveva Rodari, che resta capitolo tutto da comporre (terzo nodo critico). Il modo con cui Rodari ha innestato il giornalismo nella fiaba («C’era una volta... il ragionier Bianchi, di Varese», da Favole al telefono), quello con cui recuperava l’impianto del limerick («Un abile cuoco di nome Dionigi / Andava a comprare le uova a Parigi, / così invece di semplici frittate / faceva “omelettes” molto raffinate / quel furbo cuoco chiamato Dionigi», dalle Filastrocche), l’uso della parodia e della satira (le «lapidi lepide», per esempio), la sua concezione della favola (equivalente a novella e scritta al presente) e il suo dialogo con i maestri lontani e vicini (da Esopo giù giù fino a Leopardi, Gozzano e Collodi) meriterebbero una trattazione autonoma per valorizzarlo davvero, e definitivamente, come scrittore, oltre che come intellettuale (che Roghi prende forse troppo come sinonimi, alla luce delle retoriche a quel tempo, ma forse non più, dominanti). Con i necessari parallelismi, forse, come Toti Scialoja, e le successive influenze, magari, su Ersilia Zamponi, Roberto Piumini, Umberto Eco (Povero Pinocchio!), o Stefano Benni. 

 

Costruito in rigoroso ordine cronologico come un memoriale in terza persona, che dà continuamente voce alla prima, con tanti materiali inediti, il libro di Roghi sfida con la leggerezza della narrazione la già enorme mole della bibliografia specialistica su Rodari pedagogo e propone alcuni fili che ne tramano in controluce la filigrana di intellettuale operaio: il rapporto con l’URSS, dove Rodari ebbe un successo enorme di pubblico e critica; la questione del fumetto e dell’animazione, che Rodari ritenne sempre una forma d’arte, tra le ire di Togliatti in un primo tempo (era il 1951: di fronte ai fumetti americani) e dei comitati di genitori in un secondo (di fronte ai cartoni animati giapponesi: era il 1980); e il saggio su Pinocchio, progettato fin dal 1952, quando Italo Calvino lo rifiutò, ma realizzato virtualmente, a puntate, procedendo per smozzichi e assaggi, nel corso di tutta la sua opera, fino agli esiti creativi di Pinocchio il furbo nelle storie per giocare del 1971 e La filastrocca di Pinocchio del 1974. Il Rodari che ne vien fuori (con qualche lacuna per il lettore curioso: parlava il russo? Quali libri leggeva e quali film vedeva? Come reagì, se reagì, a fenomeni letterari e politici dalla grande eco pubblica, come un Nobel, un Oscar, un premio Strega, il Sessantotto, la lotta armata, ecc.?) non è più lo scrittore per bambini che tutti conosciamo, sornione, bonario e sorridente (quarto nodo critico: l’eccessiva, un po’ compiaciuta facilità moralistica), ma un protagonista dell’avventura intellettuale del secolo che abitò, fino a meritarsi, postumo, quel funerale solenne che lui non ebbe, e che ebbe invece nel 1908 un suo grande predecessore come scrittore ed educatore, Edmondo De Amicis: un treno in processione per l’Italia tutta. Che Rodari avrebbe commentato, gli fa il verso spiritosamente Roghi, «c’era un tale di Omegna e non di Vipiteno / Che al suo funerale c’era andato proprio in treno».

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