Lo Stalker di Chernobyl

Zonaholic

Markijan Kamyš è uno stalker o, se preferite, uno zonaholic, un esploratore illegale della zona d’esclusione di Chernobyl. Figlio di un ricercatore dell’Istituto di Fisica teorica – poi spedito sul tetto del quarto blocco della centrale a “liquidare”, come si diceva, l’incidente – Kamyš ha sviluppato una passione smodata per la Zona. Lo restituisce bene il Una passeggiata nella zona (tr. it. Alessandro Achilli, Keller editore 2019).

Lo stalker – declinato al singolare in quanto gli è estraneo ogni spirito di aggregazione – è un giovane ucraino o bielorusso che non ha conosciuto la catastrofe del 1986 e ha familiarizzato con Chernobyl attraverso la sottocultura digitale, ovvero giocando a S.T.A.L.K.E.R.: Shadow of Chernobyl, un videogioco horror prodotto in Ucraina nel 2003. In uno scenario post-apocalittico, dove si aggirano uomini con Kalashnikov e zombie famelici, la sfida è la sopravvivenza. Ne dà pienamente conto l’acronimo: Scavengers, Trespassers, Adventures, Loners, Killers, Explorers, Robbers, cioè Ricattatori, Trasgressori, Avventurieri, Solitari, Killer, Esploratori, Rapinatori.

È stato quindi un videogioco a far conoscere una zona vietata ma non per questo meno esistente. Del resto tale Armaggedon costituito di città evacuate in fretta e furia come dimostrano gli averi personali dei cittadini sparsi ovunque, è una location ideale per ambientarvi un videogioco – o un film dell’orrore, se penso a uno dei peggiori che abbia mai visto, Chernobyl Diaries – La mutazione (2012). L’aspetto più interessante del videogioco è tuttavia la precisione con cui viene mappata per la prima volta la zona d’esclusione. Un invito per molti giovani a intrufolarsi clandestinamente all’interno di quella che è conosciuta anche come Dead Zone. Che così morta non è, se pensiamo agli animali selvaggi che si riproducono malgrado gli alti livelli di radioattività.

Il rapporto tra realtà e finzione s’inverte e, penetrando nella Zona, gli stalker misurano in che termini la realtà corrisponda alla finzione del videogioco. Se la Zona dello Stalker (1979) tarkovskiano era quel luogo proibito che realizzava i sogni, la Zona dei nuovi stalker è pura immaginazione digitale diventata realtà.

 

 

Cosa li spinge, potremmo chiederci, a entrare nella Zona? Diverse le ragioni: per curiosità; perché si sentono liberi in uno spazio privo di presenza umana; perché parte della loro famiglia viveva da quelle parti ed era coinvolta nell’industria nucleare o, come Kamyš, vicina ai “liquidatori” che hanno pagato con la vita la messa in sicurezza del reattore 4; perché la Zona è una time capsule dell’era sovietica dove tutto, dall’architettura all’arredamento degli appartamenti, è a portata di mano; per cacciare la selvaggina o raccogliere metalli da rivendere; per giocare a guardie e ladri con la polizia ucraina o per un campeggio post-apocalittico unico al mondo. Alcuni sono “figli di Chernobyl”, uno statuto privilegiato, esposti alle radiazioni sin dalla più tenera età e cui lo Stato sovietico offriva le vacanze estive. Altri sono amanti della natura: “Provate a immaginare: a cento chilometri da Kiev ti puoi imbattere in un’ampio spettro di predatori, uccelli rapaci, cinghiali, caprioli e alci” (in Holly Morris, The Stalkers. Inside the bizarre subculture that lives to explore Chernobyl’s Dead Zone, in “Slate”, 26 settembre 2014).

Infinite sono le ragioni per cui la Zona è diventata prima un magnete per la gioventù ucraina e bielorussa e, da alcuni anni, meta turistica, con tanto di pacchetti da uno a tre giorni con partenza in pullmino da Kiev.

 

Perdersi nella Zona

È di questo doppio fenomeno – lo stalker e la massa dei turisti, al singolare il primo, al plurale i secondi – che parla Una passeggiata nella zona di Kamyš. Sin dall’incipit è dato il la: “Armati dell’ottimismo degli slogan utopistici e delle stronzate della roboante grafica sovietica, costruivamo il Sogno. E inseguendolo trovammo la cornucopia: l’energia del nucleare civile” (p. 11). Di sogno si trattò? La risposta si trova alla pagina seguente: “Finché non andò tutto a puttane e il quarto blocco della centrale non esplose” (p. 12).

Di stalker ne esistono di diversi tipi, persino di diverse generazioni. Kamyš ad esempio racconta l’arrivo dei primi clandestini nella Zona d’esclusione: “La regione di Čornobyl’ [Chernobyl in ucraino] si riempì di disperati, barboni, disertori, sciacalli e fuggiaschi. Se ne stavano nascosti nei villaggi per mesi a mangiare mele marce, sognando di rimanere al riparo da tutti i mali di questo mondo” (p. 13). Ma tra gli hippie e i teppisti c’erano anche dei solitari che passeggiavano, pescavano, bevevano, passavano attraverso la Zona come fantasmi senza lasciar traccia – “Io sono uno di loro” (p. 15). Il paesaggio post-nucleare diventa un luogo di pace, niente a che vedere col sublime atomico.

 

Igor Kostin

 

Kamyš sa di cosa parla: la Zona la visita una ventina di volte l’anno: “Prendo lo zaino, arrivo dove c’è il filo spinato e svanisco nelle tenebre delle foreste, delle radure e degli aromi di pino della Polissja, scompaio tra boschi incredibili e nessuno, per alcun motivo al mondo, si accorge di me” (p. 16). Fa parte di una comunità invisibile, di quelli “che non si fanno problemi a mettersi in marcia verso città e villaggi abbandonati tra il freddo e la pioggia”, di quelli che si sbronzano, che “non hanno paura delle radiazioni, quelli che non si formalizzano a bere da fiumi e laghi pieni di veleni. Quelli che fanno foto bellissime dai tetti di Prypjat’ che poi finiscono su ‘Forbes’ e ‘National Geographic’” (pp. 16-17). Lo stalker incarna anche la contro-verità rispetto alle bugie di Stato foraggiate dalla glasnost (trasparenza), “nient’altro che un mucchio di balle sulle radiazioni, gli zombie e i vitelli a tre teste” (pp. 17-18).

Kamyš non si limita a raccontare la sua esperienza ma offre diversi consigli per diventare stalker modello. Perché fallire l’impresa è facile, ad esempio riempiendosi lo zaino: “Non partite per un mese e non portatevi dietro enormi materassini gonfiabili e decine di scatolette di cibo” (p. 19). Se volete fare come lui: “tre caramelle, due zuppe liofilizzate, una bottiglietta, di vodka, pane, lardo e un pacchetto di sigarette. Praticamente non ho dietro niente. Neanche il sacco a pelo. E a prepararmi ci metto esattamente venti minuti” (p. 45). Almeno una carta per orientarsi ce l’avrà? “Certo, anche le carte. Quelle da gioco, ovviamente. Una carta topografica della Zona non me la porto da una vita, anche se forse dovrei” (p. 61). Dimenticavo: “Poi la bomboletta del gas e l’accendino: la santa dualità, che ti salva dal freddo, dalla fame e dalla noia” (p. 62).

Lo stalker passeggia – “Eccomi che mi aggiro tra quelle sedie rotte, tra le fredde viscere dei palazzi abbandonati, tra cose che non sono di nessuno, in qualcosa che un tempo aveva vissuto” (p. 20). Lo stalker vagabonda in un territorio immenso “grosso all’incirca come il Lussemburgo” (p. 13). Lo stalker dorme in una delle tante case abbandonate che s’incrociano lungo il percorso, dove si sente subito a casa sua: “esci sul balcone e ti fumi una camel con vista sul cortile interno, che ormai sembra la foresta pluviale dell’Amazzonia” (p. 22).

Il contrario di una vita noiosa come dimostra il libro, che offre una vera e propria fenomenologia dello stalker: passare il filo spinato, dribblare i posti di blocco e i poliziotti con i cani; preparare una cena al fornelletto o mangiare carne in scatola e sbronzarsi; oziare sulla terrazza di un palazzone sovietico a prendere il sole o portarsi una ragazza e trovare persino dei preservativi; ammirare la ruggine delle strutture in ferro o i laghi con immensi pesci gatto; urlare bestemmie al cielo o cantare canzoni sugli orsi; accendere fiaccole per tenere a distanza i lupi che latrano, i cinghiali che grugniscono, le linci che difendono i loro cuccioli; masticare neve per dissetarsi; scrivere i propri pensieri sulla carta da parati delle case o leggere, su una tubazione di metallo, il messaggio lasciato da un milite sovietico: “VINCEREMO NOI, REAGAN!” ma anche un più recente “Putin cane”.

Certo, gli inconvenienti non mancano: cellulare scarico, GPS scarico, pile della torcia scariche (ma c’è ancora la bussola). A volte può andare tutto in vacca. “Amo la Zona. L’unica cosa che non mi piace sono quei lupi morti che dormono proprio lì accanto a te” (p. 28): come dargli torto?

 

Igor Kostin

 

Fotografare la Zona

Ma Una passeggiata nella zona parla, come accennavo, anche del turismo verso cui Kamyš non è tenero. Pripjat’? “Una città morta. Sì, morta. Due volte. La seconda con quelle migliaia di foto e le code di merda delle escursioni ufficiali”, che hanno pubblicato sui social foto di ogni angolo della Zona: “Si è perso il mistero, è fuggito via, si è sciolto nella rete. L’aura mistica di Prypjat’ si è volatilizzata come cenere in tutti gli angoli del mondo, risucchiata dall’etere in paesi lontani. Ormai non si riesce più ad avere paura in quelle case” (pp. 48-49). Chi visita la Zona riceve oggi un certificato, mentre le guide li rassicura che i dosimetri hanno registrato poche radiazioni, quelle di un Parigi-New York in aereo.

Kamyš propone una forma di anti-turismo che non fa per tutti: “Cosa ti serve la prima volta? Niente. Sul serio. Niente. Prendi una torcia, un coltello, delle scatolette, un sacco a pelo, del riso e un pacchetto di caramelle. E basta” (p. 56). E fa di tutto per scoraggiarci: “Nelle città abbandonate devi scorticarti i piedi, bere acqua infetta, bestemmiare contro le batterie che stanno morendo e stare attento col riso, che finisce molto prima di quanto ti aspetti. Ma una cosa è ovvia: è molto meglio se tutto questo lo fai non perché te lo sto dicendo io, ma perché fai schifo. Il casino della Zona non è per la gente normale. Ricordatelo” (p. 56). Inutile aspettarsi una parola d’incoraggiamento – “Andate in Grecia, piuttosto. Siamo tanti già così” (p. 57).

Ogni tanto anche Kamyš porta i turisti in giro, come quel gruppo spagnolo in mezzo al freddo e alla neve per cui “la Zona è come l’Antartide: sbornia e distruzione” (p. 91). L’importante è mantenere intatto il sacro orrore che suscitano questi luoghi.

Che il turismo riesca a decontaminare l’immagine di Chernobyl nel mondo? Che sia una forma di resilienza per uno dei luoghi più sinistri sulla faccia della Terra? O questo turismo post-apocalittico – “post-radioactive disaster tourism” come lo definisce una guida nel documentario Holiday in Chernobyl. Tourism in the Exclusion Zone (Arte 2017) – testimonia giusto un’attrazione morbosa per le catastrofi? Chernobyl World Heritage Site dell’Unesco? La pratica è stata già depositata.

 

Sognare la Zona

C’è un ultimo aspetto di Una passeggiata nella zona che mi ha colpito. Luogo di libertà e assieme di profonda alienazione, la Zona è anche un luogo dove lo stalker, al calduccio nel suo sacco a pelo, dorme e sogna profondamente. Forse sogna perché non sa perché si è spinto fin qui: “E io per quale cacchio di motivo sarei qui? Non mi piacciono né il postindustriale, né il postapocalittico” (p. 64). Il sonno è a volte turbato dai rumori notturni e dalle porte che sbattono per il vento, “nei palazzoni delle città morte, ti addormenti in pace tra i cardini che cigolano, perché sai che le case morte amano parlare ai loro ospiti” (p. 51). È un luogo di incubi e allucinazioni ipnagogiche, o di sonni profondi quando si è stanchi morti dopo una giornata da stalker: “Mi spegnevo e basta, dopo essermi buttato a peso morto su quei divani consumati dal tempo nel mezzo dei boschi della Polissja e iniziavo subito a russare” (p. 63). E ogni volta (almeno quarantasei) che torna a casa febbricitante si ripromette una cosa: mai più metterà piede nella Zona.

A proposito, cosa sogna lo stalker nella Zona? Sogna, e la cosa non potrebbe essere più borgesiana, la Zona stessa: “Sognavo le tubazioni della Centrale, l’adrenalina, le macchine della polizia e gli inseguimenti in cui scappavamo da una parte e dall’altra” (p. 47). Forse, in questo, si avvicina allo stalker di Tarkovsky. A volte Kamyš sogna che Pripjat e le Antenne alte centocinquanta metri siano rase al suolo, “per potermi mettere a guardare le vecchie foto e ricordare con gioia i bei tempi andati” (p. 66).

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Igor Kostin