Ma che cos’è la “canzone italiana”?

“L’Eroe dei due Mondi”, “l’Apostolo”, “il Re galantuomo”: sui banchi delle elementari, negli anni Cinquanta del secolo scorso, così ci veniva insegnata la storia patria. Niente di molto diverso dalle figurine che compravamo in edicola prima di entrare a scuola. 

Tirèmm innanz!” “Qui si fa l’Italia o si muore!” “Obbedisco”: tutto si riduceva a una manciata di siparietti, di epici sketch, di frasi “storiche” da mandare a memoria come le risposte del catechismo (“Chi ti ha creato?” “Mi ha creato Dio”; “Chi è Dio?” “Dio è l’Essere perfettissimo ecc.”).

Leggendo le non poche Storie della canzone italiana uscite negli ultimi decenni, ogni volta mi tornavano in mente quelle istruttive scenette, quei medaglioni tramandati identici di sussidiario in sussidiario. Come Cavour era “il Tessitore”, così Celentano era “il Molleggiato”. L’“ugola” di Claudio Villa o di Nilla Pizzi, il rivoluzionario “volo” di Modugno a Sanremo, l’“esistenzialismo” di Paoli, l’“ermetismo” di De Gregori, De André “cantore degli ultimi”, si ripresentavano (e ancora si ripresentano, ahimè) come nei vecchi libri di scuola l’imbarco dei Mille a Quarto o l’incontro di Teano. “Sono solo canzonette?” si chiedeva, prima o poi, lo storico di turno. 

 

Quando ho cominciato a sfogliare il corposo volume di Jacopo Tomatis uscito nel 2019 dal Saggiatore, Storia culturale della canzone italiana, lo ammetto, ero pronto ad assistere una volta di più alla liturgia dei rievocatori pop, ai prevedibili incensi e alle anodine ironie della critica “specializzata”. Già il titolo, però, sembrava annunciare altro. Quell’aggettivo, “culturale”, suonava come un avvertimento. Sulle prime, la qualifica mi risultava ingombrante; troppo vaga e generica, per certi versi, per altri ridondante. In che senso una storia della canzone può definirsi “culturale”? Leggendo, a poco a poco la cosa mi si è chiarita. 

In effetti, il lavoro di Tomatis si differenzia non poco dalla storiografia corrente sulla canzone: nelle sue 800 e passa pagine i clichés, i miti e le leggende, le facili arguzie della critica, le sbracate celebrazioni di questo o di quel “genio”, vengono accuratamente evitati. Questo è già molto. Davvero molto. Ma se non ci fosse altro, ci troveremmo di fronte semplicemente a un’opera “di buon gusto”, a una dimostrazione di sobrietà. Invece, lo studio di Tomatis è il coraggioso tentativo (in gran parte riuscito, mi pare) di ripercorrere un secolo di storia della canzone italiana (dagli anni Venti a oggi) mettendo a fuoco, più che i successi e gli idoli, il dibattito culturale che l’ha animata. 

 

Per farlo, lo studioso (che insegna Popular music al DAMS di Torino) si concentra su alcune idee-chiave, fondamento di quelle che chiama ideologie della canzone. Si tratta di capire, scrive, “come si siano costruite nel tempo e come siano giunte fino a noi”. 

La prima idea affrontata è proprio quella di “canzone italiana”. Il capitolo che se ne occupa si chiama (con un titolo che rimanda al celebre lavoro di Hobsbawm) L’invenzione della canzone italiana. Paragrafo dopo paragrafo, Tomatis smonta il concetto, mostrando passo dopo passo per quali vie e con quali argomentazioni si è venuto costruendo e modificando negli anni. 

Allo stesso modo vengono ripercorse le origini e le declinazioni peculiarmente italiane di categorie come quella di “beat”, di “folk”, di “cantautore” (e di “canzone d’autore”), di “pop”, “progressive rock”, “punk”, “rap”, “trap” e via dicendo. Non i singoli personaggi, ma i generi musicali, le loro convenzioni, il loro senso e il loro funzionamento, sono al centro di questo lavoro (Tomatis è allievo di Franco Fabbri, pioniere degli studi italiani sul popular, che ai generi musicali ha dedicato scritti fondamentali). Particolare attenzione l’autore riserva ad aspetti che in altri lavori storici vengono di solito trattati solo marginalmente, come il rapporto tra gli intellettuali italiani e la canzone, oggetto di un intero capitolo, il quarto (un altro, “La canzone (è) politica: gli intellettuali, la musica popolare, il folk, il pop” riprende e approfondisce l’argomento). 

 

Ampio spazio viene riservato poi al folk revival italiano e alle sue diverse correnti, nonostante il loro peso limitato nel mercato discografico e sulla scena mediatica dell’epoca. Non è certo la prima volta che in una storia della canzone ci si occupa di Cantacronache o del Nuovo Canzoniere; ma qui, il dibattito tra “puristi” e fautori di una “nuova canzone”, tra i rigori della ricerca e le urgenze della produzione militante, tra ciò che è “autentico” e ciò che non lo è, viene approfondito e documentato come è raro che avvenga. La relativa marginalità della canzone folk e “impegnata” nella scena italiana di quegli anni non impedisce a Tomatis di valutare l’influenza indiretta che un dibattito apparentemente ristretto ad ambiti intellettuali e militanti avrà sugli sviluppi della canzone “d’autore” e persino su quelli del pop e del progressive rock. 

 

Jacopo Tomatis.


Le tentazioni agiografiche riscontrabili in altre opere del genere sono del tutto rimosse, in nome di un approccio più oggettivo, propriamente storico, riccamente documentato anche con molte immagini. Tomatis evita accuratamente ogni celebrazione di maniera, e cerca invece di individuare – al di là delle etichette tramandate – la natura dei generi e delle mode, il loro significato, le ideologie e le estetiche (più o meno implicite) che li animano e li sostengono. 

Un esempio: si è portati a pensare al nostro beat degli anni Sessanta come a una pedissequa riproposizione di tendenze estere; Tomatis mette in luce invece come il termine beat sia un’etichetta tutta italiana, proposta da Renzo Arbore e Gianni Boncompagni (conduttori del programma radiofonico “Bandiera Gialla”) per dare un nome a quello che altrove si chiamava yé-yé, e legando così questa musica – un po’ arditamente, ma alla fine efficacemente – più ancora che ai nuovi prodotti che venivano dall’Inghilterra, alla poesia della beat generation di Ferlinghetti Ginsberg e Corso (meno nota di quanto si potrebbe credere, nell’Italia degli anni Sessanta) e alle nascenti ideologie “alternative”. Il genere che poi per convenzione si chiamerà (in Italia) beat, lo storico lo riqualifica molto opportunamente – a partire da un’analisi dei documenti dell’epoca – come “musica nostra” (dei giovani, categoria in ascesa nella società di quegli anni), e ne sottolinea le innegabili parentele con lo spirito dell’associazionismo cattolico. 

 

Più che sui singoli autori e interpreti, lo abbiamo detto, Tomatis concentra la sua attenzione sul dibattito culturale che – a diversi livelli – ha per oggetto quella che chiama popular music. Il termine inglese, entrato in uso anche da noi da qualche decennio, non è un vezzo esterofilo: è l’unico che – a differenza di musica leggera o anche di pop – riesca a individuare ragionevolmente l’ambito nel quale si muovono i diversi generi della musica extracolta (così provò a definirla Luigi Pestalozza), dal beat al rock, dalla canzone d’autore al rap

“Questo libro – scrive l’autore nell’Introduzione – parte (…) dal ripensamento dell’idea di canzone italiana e di che cosa voglia dire fare storia della canzone”. “Più che da ogni acritico rispecchiamento o traccia della Storia (con la maiuscola) sedimentatasi nelle minuscole canzoni – scrive ancora – occorre partire da come la cultura ha pensato la popular music, dal ruolo che la canzone ha avuto nel dibattito culturale, e da come questo ruolo è mutato nel tempo”. Non una sociologia della canzone, quindi, e nemmeno una storia d’Italia attraverso le canzoni, ma – appunto – una storia culturale della canzone italiana. 

 

La vicenda ripercorsa dal musicologo torinese è anche quella della legittimazione culturale della canzone, e in genere della popular music, in Italia. I critici che si occupano del settore, per lo più, tendono – com’è forse comprensibile – a difendere e spesso a enfatizzare la dignità artistica del loro oggetto di studio. Tomatis riesce invece a evitare ogni aprioristica apologia anche dei generi più prestigiosi, come la canzone “d’autore”. Pur criticando lo storico disprezzo di molti ambienti intellettuali e politici italiani nei confronti della musica “da fanteria”, non cade mai nella tentazione di celebrare – poniamo – la canzone come “vera poesia del nostro tempo”, e simili. 

 

Questo lavoro, insomma, mi sembra un importante passo avanti in direzione di un approccio più distaccato e rigoroso alla nostra popular music, capace di prenderla sul serio – come merita – liberandola però dai monumenti e dai santini che infestano la sua storia. Una meritoria operazione di bonifica o – se si vuole – di laicizzazione della critica musicale italiana. 

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