Marshall Sahlins, perché abbiamo bisogno degli dèi

Quella che segue è probabilmente l’ultima intervista rilasciata dal grande storico e antropologo Marshall Sahlins, pochi giorni prima della sua scomparsa, avvenuta nell’aprile scorso, nella sua abitazione di Chicago. Provato da una lunga vita e dall’isolamento dell’ultimo anno pandemico, Sahlins non aveva perduto il gusto della battuta e dell’ironia, che ha caratterizzato gran parte della sua produzione e delle sue conferenze. Come quando, qualche mese prima, intitolava i suoi polemici post contro l’amministrazione Trump come “scritti pre-postumi”!

 

Sahlins ha attraversato 70 anni di storia e storia dell’antropologia. La sua formazione, con Leslie White e più tardi con Elman Service, lo ha portato a cercare di capire quale rapporto le società umane intrattengano da un lato con le tecnologie e la materialità dell’esistenza; dall’altro con l’universo simbolico e culturale che producono e che le imprigiona come delle ragnatele invisibili. La cultura, intesa in senso antropologico come una costruzione simbolico-materiale, è stata sempre al centro dei suoi interessi e delle sue accese battaglie contro i determinismi biologici, genetici, economici. E contro quel diffuso atteggiamento che considera oggi gli attori sociali come esseri strategici, tutti protesi alla ricerca del potere individuale. Sono temi che tornano in questa intervista, in cui Sahlins enfatizza la fragilità dell’essere umano, l’inconsistenza del mito “illuminista” dell’individuo e della sua incarnazione nell’homo oeconomicus. Se, molto spesso, gli uomini si affidano agli déi, è perché, consapevoli o meno, dipendono dalle reti che costruiscono e che si spingono fin oltre l’umano, nella direzione degli antenati e degli déi, nella direzione degli altri, nella direzione dei non-umani. 

 

Il tema del festival “Dialoghi sull’uomo” di quest’anno, è “Altri orizzonti”: camminare, conoscere, scoprire. Parlando della storia dell’umanità nel suo Economia dell’età della pietra, lei sostiene che la transizione dalle società di cacciatori e raccoglitori a quelle di agricoltori, non è stata una grande conquista.

Della “originaria società opulenta” [come suona il titolo del primo capitolo di L’economia dell’età della pietra che riassume il nocciolo centrale della tesi dell’opera – n.d.t.] a proposito delle economie dei cacciatori-raccoglitori ho scritto circa cinquant'anni fa. Il mio ragionamento era che a causa della loro natura nomade, i popoli cacciatori-raccoglitori non investono molto nell'accumulo illimitato di beni perché devono trasportare tutto ciò che possiedono. Inoltre, nella loro condizione non ci sono fonti rilevanti di energia meccanica extra umana, forse un po' di energia eolica, ma niente di più. C’era solo l’energia umana. In queste condizioni la nozione di ricerca del profitto illimitato o la massimizzazione dei beni non era certo un principio della loro economia.

In effetti, c’è una radicale differenza tra le economie premoderne e le economie moderne, comprese quelle delle civiltà antiche. Come quelle dei cacciatori o delle società tribali o degli agricoltori o dei coltivatori, che praticano il metodo taglia e brucia, tutte si fondano su principi operativi simili, e cioè che sono gli dei a fare il lavoro degli uomini.

Sono loro che coltivano le loro piante, che riproducono i loro figli, che causano la cattiva e la buona salute, curano e fanno stregonerie; tutte queste cose esprimono una visione improntata a quello che oggi chiameremmo immanentismo, cioè che gli dei, gli antenati, i fantasmi, i demoni, gli spiriti animistici sono presenti negli affari umani, come garanti dell’efficacia dell'attività degli umani. La sola attività umana non è sufficiente a far crescere i raccolti, perché i segreti della crescita stessa appartengono agli dei e non agli umani. Quindi abbiamo una grande differenza tra la nostra visione della divinità come principalmente interessata alla nostra salvezza e alla nostra conformità morale nello spirito della riforma protestante, dell'Illuminismo, una divinità che è remota e lontana, in un altro mondo.

 

Il nostro modello di sviluppo sembra essere senza limiti mentre invece lei sottolinea l’importanza della sotto-produzione. Pensa sia possibile correggere questa nostra idea di sviluppo in favore di uno sviluppo più umano o develop-man come lei scrive nel suo saggio “L’economia del Develop-man nel Pacifico” (in Storie d’altri, trad. it di Flora de Giovanni, Guida, Napoli, 1992)?

Develop-man, ebbene, in origine è stato un fraintendimento di cui sono stato vittima ascoltando una conversazione tra due studenti della Nuova Guinea all'Università del Sud Pacifico che discorrevano di “sviluppo” (development). Era una particolare interpretazione della nozione di sviluppo, che implicava l’emancipazione degli esseri umani, nei termini della loro cultura, arricchendoli nel rispetto dei propri valori, che non sono mai improntati al guadagno illimitato, ma sempre al senso aristotelico della buona vita.

 

 

Ciò che nella loro cultura e nella loro società è appropriato per una buona esistenza, non è necessariamente il profitto illimitato, al contrario, è un senso definito di produzione o uso. E all'interno di questo quadro, per esprimerci nei termini della nostra concezione dell’economia, la nozione di scelta personale illimitata, di una persona dedita al profitto illimitato o all’accumulo di beni è una visione impropria. Persone così non esistono, è un'idea sociopatica legata al fatto che le religioni trascendentali si sono particolarmente concentrate sulla salvezza individuale, come se questo fosse l'intero significato della religione, specialmente quando si tratta della riforma protestante e dell'Illuminismo, è come se l'essere individuale fosse il fine e il principio di tutto. Una visione delle cose molto particolare che prende forma con lo sviluppo in quelle che Karl Jaspers, in Origine e senso della storia, chiamava civiltà assiali in base alla quale la salvezza umana è vista come il fine ultimo della vita improntata a un’esistenza ultraterrena.

 

L’essere umano è soprattutto un essere che condivide, come lei dice in Parentela che cosa è e cosa non è. Quindi l’idea dell’homo oeconomicus, egoista è forse un vero mito?

L’homo oeconomicus è ovviamente un mito, perché presuppone che tutte le preferenze in termini di esistenza materiale di una data società siano universali e non è così. È un mito perché presuppone che ciò che è il prodotto della storia umana e della società, cioè le scelte dei popoli, i desideri, l'oggetto della loro esistenza, tutto ciò che è stato prodotto dalla società e dalla storia, venga concepito come motivato dai desideri del corpo e dell'individuo. Si tratta di una curiosa forma di moralità e di salvezza individuale che si è sviluppata 2500 anni fa in alcuni settori del continente eurasiatico: l'antica Grecia, l'antica Roma, la Cina e un’altra manciata di luoghi.

 

Nei suoi 60 anni di carriera, lei ha lavorato costantemente sulle differenze culturali, pensa che diverse concezioni dell’ambiente possano darci dei suggerimenti per il mondo di domani?

Essenzialmente non c'è un ambiente. Essenzialmente l'ambiente è formato da altre persone di carattere diverso, ma con poteri simili di promuovere il benessere o il male dell'uomo. L'ambiente è composto da persone come noi ma più potenti che determinano il nostro destino.

 

Lei sostiene che il potere politico è radicato nel religioso e nel simbolico. Allora l’idea di un Illuminismo e di una società moderna desacralizzata e razionale, è un mito?

Secondo la visione trascendentale è una qualità umana, ma in realtà è un'appropriazione o un'usurpazione di poteri divini. Ciò che fa crescere i raccolti, non è qualcosa che gli esseri umani controllano, le persone non detengono il potere di crescita, non hanno il potere di morte, non è nel loro potere far nascere bambini, se sono sani, invecchiano e muoiono o meno, tutte queste cose sono al di là del controllo umano. Ciò che testimonia la presenza della divinità è la finitudine umana, la limitazione. Tali limitazioni includono l'incapacità di determinare se gli esseri umani hanno prole o meno, l'incapacità di determinare la crescita delle cose. Abbiamo la religione, cosiddetta, perché non abbiamo controllo sul nostro destino. I nostri destini sono nelle mani di poteri che sono al di là dell'umano e di conseguenza ci sottomettiamo a loro, e ciò spiega sia i nostri successi sia i nostri fallimenti, come si pensava un tempo: "Oh, sì, la gente trova Dio quando sta per fallire". Ma le persone trovano Dio anche quando stanno per avere successo. Perché gli dei sono responsabili sia del fallimento che del successo. E gli esseri umani sono tecnicamente incapaci di controllare il proprio destino.

 

Pensa che l’era di Donald Trump con il suo suprematismo, il razzismo, il rifiuto dell’immigrazione e un nazionalismo duro segnerà profondamente il XXI secolo?

Sì, purtroppo sì, segnerà profondamente il secolo, ma c'è speranza, perché è composto da molti pilastri diversi, da diversi gruppi di interesse; evangelici, nazionalisti bianchi, ci sono posizioni che sono reciprocamente in contraddizione. Quindi c'è qualche speranza che si sgretoli, soprattutto perché lo stesso Trump non ha una vera politica, se non il proprio accrescimento. L'unica politica che ha avuto è quella di rendersi più potente. Ma di fatto il movimento è composto da molti filoni di interessi diversi che potrebbero benissimo sgretolarsi.

 

Che tipo di mondo lei immagina dopo la fine della pandemia, lo stesso mondo globalizzato di prima o sarà un mondo differente?

Ovviamente sarà un mondo diverso. Ma quale mondo non lo sappiamo con certezza; crollerà o si riprenderà?

 

Traduzione di Andrea Aureli

 

Marshall Sahlins, vero e proprio monumento dell’antropologia contemporanea recentemente scomparso, è uno degli antropologi intervistati per l’anteprima di Pistoia – Dialoghi sull’uomo da Marco Aime, Giulia Cogoli e Adriano Favole.

Oltre allo statunitense Sahlins, interviste a: Jared Diamond, Martine Segalen, Philippe Descola e Vanessa Maher, disponibili sul sito e sui social della manifestazione.

 

In attesa di tornare nel centro storico di Pistoia, dal 24 al 26 settembre, il festival di antropologia del contemporaneo propone, per la sua XII edizione, quest’anteprima speciale, che comprende anche la conferenza del sociologo Stefano Allievi venerdì 18 giugno al Teatro Bolognini di Pistoia (ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria al numero 0573/991609 o al 0573/27112), trasmessa anche in streaming. Allievi è autore del libro Torneremo a ripercorrere le strade del mondo. Breve saggio sull’umanità in movimento edito da UTET per la serie dei libri dei Dialoghi, in libreria dal 15 giugno.

 

Pistoia – Dialoghi sull’uomo, promosso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia e dal Comune di Pistoia, ideato e diretto da Giulia Cogoli, quest’anno esplorerà il tema “Altri orizzonti: camminare, conoscere, scoprire”.

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