Pepi Merisio

La sprezzatura, nel senso più nobile del termine, da sempre ha contraddistinto Pepi Merisio, uomo e fotografo, morto ieri a novant’anni, nella sua amatissima Bergamo.

Tutto in lui sembrava accadere con grande naturalezza e disinvoltura, con una spontaneità immediata: il suo pensiero, il suo eloquio, il suo sguardo. Un grande lavoro dietro all'abilità delle sue immagini, ma ostentazione di nessuno sforzo.

Questo è il tratto di Pepi Merisio che più ricorderò, insieme alla sua profonda cultura, mai esibita, dietro i suoi modi affabili. Sì, perché rispetto a molti colleghi della sua generazione, Pepi Merisio era davvero un uomo di cultura, una cultura non solo visiva, umanistica in senso ampio: laureato in filosofia alla Cattolica di Milano, all’inizio dei Cinquanta, negli anni è stata continua la sua frequentazione dei classici antichi e della letteratura. Non a caso uno dei suoi libri più belli lo ha realizzato con il poeta Mario Luzi (Mi guarda Siena) e intenso è stato il rapporto con Guido Piovene, con il quale ha esplorato e messo in luce angoli nascosti del nostro Paese, e ancora con Carlo Emilio Gadda e soprattutto Piero Chiara.

 

Pepi Merisio, Il gioco.


Ho conosciuto Merisio nel 2015, in occasione della mostra, “Custodire la presenza”, che ho curato all’ex Monastero di Astino, a Bergamo, sotto i colli di Città Alta. Nonostante ci dividessero quasi quattro generazioni – lui nato nel 1931, io a metà dei Settanta – è nato subito tra noi un bel rapporto e negli anni una vera amicizia. L’ultima volta che l’ho sentito è stato poco prima di Natale: la voce era più flebile, ma la voglia di raccontare sempre la stessa, conservava il dono della meraviglia quando parlava di fotografia. Ascoltarlo osservando le sue immagini era come fare un viaggio nel Novecento, con gli aneddoti intorno ai grandi personaggi del secolo scorso, che lui aveva incontrato e fotografato (a cominciare da Papa Montini, del quale è stato amico e che ha accompagnato nel famoso viaggio a Gerusalemme del 1963), ma anche attraverso i volti della gente comune, operai e contadini, un mondo a cui era legatissimo, e che ha rappresentato viaggiando lungo tutto lo Stivale: dai cantieri navali di Genova, alle acciaierie del Sud, fino ai contadini lombardi e agli allevatori della Valle d’Aosta. 

 

Pepi Merisio, Chirichetti.


Cresciuto nel pieno della disfatta fascista e testimone critico della rinascita nazionale, ha vissuto direttamente l’abbandono delle campagne e l’esplosione della società dei consumi. Per questo, divenuto protagonista della stagione d’oro del fotoreportage italiano (assieme a Berengo Gardin, De Biasi, Dondero e al poco più giovane Scianna), nella sua indagine sociale ha scelto di rappresentare non i lustrini del boom, ma la cecità di uno sviluppo che ha strappato il nostro Paese alle sue radici contadine. Proprio questa ferita è stata il cuore filosofico della sua ricerca fotografica. Attento osservatore del contesto antropologico e del paesaggio meno monumentale, Pepi Merisio ha reso leggibile la complessità del mondo con quel suo modo diretto e senza scorciatoie di guardare dritto negli occhi. Amava dire: “I fotografi della mia epoca pensavano tutti la stessa cosa pur essendo diversi. L’originalità non era per noi un’ossessione, come invece mi pare sia oggi per le nuove generazioni”.

 

Non si è mai sentito un fotografo-artista, ma sarebbe riduttivo ridurre il suo lavoro a mero reportage (senza nulla togliere alla nobiltà di questa parola). Era infatti lontano dalla retorica bressoniana di “cogliere l’istante”; Merisio ha semmai coltivato un’idea di “sguardo lento” e contemplativo sul mondo. “In fotografia, decisivo non è l’attimo, ma lo sguardo di chi sa cogliere l’istante irripetibile di un momento, il dettaglio di ciò che appare. È sempre il fotografo che decide quando è il momento decisivo”, ha spesso ripetuto.

I suoi modelli sono stati, non tanto i fotografi umanisti francesi, piuttosto gli americani di “Life” e della “Farm Security Administration”. Ha sempre preferito Eugene Smith rispetto a Cartier-Bresson: il primo molto più impegnato mentalmente nella sua ricerca sul linguaggio fotografico.

Non era dunque ossessionato dal “momento decisivo” e forse anche per questo ha realizzato immagini iconiche, che resteranno nel tempo (come “Stazione Centrale di Milano, 1953”, “Spessa, 1971”, “Fienagione a Cogne, 1959”, per citarne alcune).

 

Pepi Merisio, Stazione centrale di Milano, 1953.


Su una cosa non ci siamo sempre trovati d’accordo nelle nostre discussioni. A differenza mia, lui non amava il colore in fotografia (comprensibile per la sua generazione). Nelle sue immagini, questa scelta categorica ha però sempre avuto una ragione precisa: il bianco e nero, insieme all’assenza di eccessi nella costruzione geometrica e nella perfezione estetica, erano funzionali a narrare il mondo com’esso si rifrange sul volto dei viventi, costringendo in questo modo chi guarda ad andare più a fondo nell’osservazione. Perché ogni volto, nelle fotografie di questo maestro, è vita, è storia raccontata, è traccia delle sue gioie e delle sue sofferenze, è geografia da esplorare.

Non c’è momento più importante di un altro, né una persona più interessante di un’altra. In questo senso la poetica di Pepi Merisio tesa all’abbattimento delle discriminazioni tra bello e brutto, tra importante e banale, sembra sposare l’idea di umanesimo del poeta Walt Whitman, secondo cui «ogni oggetto o condizione o combinazione o processo esprime una sua bellezza».

 

Pepi Merisio, In morte dello zio Angelo, 1963.


Ogni fotografia di Merisio coglie dunque il reale che è sempre in atto di perdersi per renderlo nuovamente possibile e di tutto questo esige che ci si ricordi.

Nella nostra esistenza, pur sepolta da una massa incombente di immagini soprattutto autoprodotte e autoconsumate, ma allo stesso tempo esistenza svuotata da quelle immagini, Pepi Merisio ci insegna che è ancora possibile fare l’esperienza di una fotografia. Ovvero, essere colti, osservando un’immagine, dalle infinite singolarità delle cose, di ogni minimo oggetto – e della loro alterità.

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Pepi Merisio, Fienagione a Cogne, 1959.