Piera Oppezzo, Esercizi di addio

Quando ero bambina mia madre mi diceva spesso, come gioco, “due rette parallele non si incontrano mai nel tempo e nello spazio”, io le chiedevo cosa fossero due cose parallele, e lei mi rispondeva che erano come i binari su cui corre il treno. Le rare volte in cui aspettavamo un treno io guardavo le rotaie e tutto mi era chiaro, poi il treno partiva con noi sopra e dal finestrino vedevo l’intersecarsi di un gran numero di rotaie e rimettevo in discussione tutto. Quando lavoro sulla letteratura femminile, su alcune autrici, mi viene talvolta in mente mia madre e le rotaie: l’opera di alcune di loro sembrerebbe destinata a non incrociare mai il grande pubblico, a stare sempre parallelamente nel tempo e nello spazio alla letteratura conosciuta e acclamata. Sembrerebbe. Poi il treno parte, in un poi imprevedibile, e una gran quantità di binari si incrociano, si snodano, si raccordano. Penso a, tra le altre, Goliarda Sapienza, Fausta Cialente, Alba De Céspedes, Dolores Prato.

 

Per anni leggendo Piera Oppezzo, i cui libri trovavo nei vari mercatini in giro per il Paese, mi pareva di stare in quella meravigliosa linea ferroviaria che da Napoli giunge a Piedimonte Matese: per un lungo tratto un solo binario, a un certo punto due binari, null’altro, nessuna rotaia a intersecarne altre. 

Poi, all’improvviso, per Piera Oppezzo uno snodo.

Nasce nel 1934 a Torino per poi trasferirsi, nei ’60, a Milano; donna dalle origini umili abbraccia all’arrivo nel capoluogo lombardo l’impegno politico e la militanza femminista. Vive di vari e disparati impieghi, praticando sempre la scrittura come forma di resistenza e di vita, una scrittura secca, nitida, poesie che vengono pubblicate in un paio di riviste. Notata in Einaudi a metà degli anni ’60, approda nella Collana Bianca con un volumetto dal titolo L’uomo qui presente. Una raccolta di versi tesi a dire qualcosa, a narrare dei fatti legati a dei ragionamenti, a raccogliere delle constatazioni, idee, versi che paiono non perdersi o disperdersi in una osservazione racchiusa in sé stessa, ma tesi in una costante opera documentaria del pensiero quotidiano. 

 

L’abbozzo biografico

 

Al punto qualsiasi

in cui si scatenano le scelte obbligatorie

(sempre con sottofondo di non-senso)

e poi in seguito, raggruppate le possibilità,

ci si prepara involontariamente un abbozzo biografico

che espone per intero l’esperienza e il presente

già in pieno disagio con tutto il futuro.

 

 

La questione biografica, nell’ottica di cosa debba riempirsi, o svuotarsi, una vita, attraversa tutta l’opera di Piera, mettendo in luce il divario doloroso tra il non-senso de “le scelte obbligate” e il proprio desiderio di esistere in altra forma, con un altro quotidiano, esponendosi così a un inevitabile “disagio con tutto il futuro”. Di questa riflessione è intriso il romanzo breve pubblicato per La tartaruga nel 1978 con il titolo Minuto per minuto. Sotto la lente delle osservazioni di Oppezzo c’è la situazione oppressiva di una donna che lavora in un contesto di scelta obbligata. Il titolo allude, per nulla velatamente, alla vita che minuto per minuto il lavoro porta via alla protagonista: la scansione del tempo è data in ufficio dal rumore dei tasti della macchina da scrivere, dalle sigarette, dalle continue occhiate all’orologio per capire quanto manchi ancora alla libertà.

 

Il tempo libero, così agognato e scontornato, è scandito da amici, caffè, sigarette, case in coabitazione. Riporta alla memoria Quaderno proibito di Alba de Céspedes, del ’52, laddove il lavoro in ufficio per la donna era una scelta e una fuga da casa, un tempo altro di vita. Anche in de Céspedes, 26 anni prima, la scrittura era una funzione di salvezza nel quotidiano.  

In prosa, come in poesia, Oppezzo scandaglia il quotidiano, la luce del sole che passa sulle pareti a indicare da una parte il tempo che le è strappato e dall’altra il tempo che le è dovuto. È una donna, la protagonista, che siede e guarda al suo microcosmo con una potenza tale da far sentire tutte le donne dentro lo stesso stato di ribellione e da farsi sentire da tutte.  L’ansia che ne traspare, il moto di rifiuto per le imposizioni, lo sguardo che vaga inquieto in una realtà   che non permette di starci bene dentro, la tranquillità che sfuma come spicchi di sole sul muro: 

 

“Tentò di aderire a questa sensazione. Di aderire totalmente. Era pretendere troppo. Sentirsi calmi, concreti, solidi. Bisognerebbe perdere di colpo la memoria. E poi non basterebbe. Non si tratta solo del passato. Si tratta del presente. Di tutto quello che ci ruota attorno. La girandola dell’orrore”.

 

Dalla raccolta einaudiana scrive ancora in versi oltre che in prosa, la raccolta poetica scritta negli stessi anni di L’uomo qui presente viene pubblicata nel 1976 dalla casa editrice fondata da Adriano Spatola, Geiger: Sì a una reale interruzione. Nello stesso anno è presente nell’antologia Donne in poesia a cura di Biancamaria Frabotta. Da qui il silenzio inizia a calare su di lei, l’ondata di entusiasmo di lotta e di appartenenza al femminismo nella scrittrice inizia a scemare e si avvia la grande ritirata nel proprio microcosmo. Oltre a una apparizione in antologia – quella a cura di Maria Pia Quintavalla, nel 1988, Donne in poesia – nel 1989 esce il romanzo Racconta, per La Tartaruga, e nel 2003, per Manni, la raccolta poetica Andare qui. 

 

La figura della Oppezzo svanisce dalle vicende editoriali, così come si era allontanata da quelle politiche dagli anni ‘70, sparisce come persona, rintanata, rinchiusa in sé stessa, muore in una clinica nel 2009.  Il silenzio su di lei diventa massiccio, sembra non essere mai esistita, e il suo modo di vivere l’ha agevolata in questo, prevalentemente in disparte, tra sé, nessun contatto editoriale recuperato o proseguito. Alla sua morte rimangono due scatoloni, null’altro di questa vita. Null’altro è molto, perché sono due scatoloni di libri, le riviste che l’avevano pubblicata, di scritti, di poesie, di ricordi. Tuttavia, chi l’ha conosciuta, incontrata, letta, chi le è stato o stata amico o amica continua a parlare di lei; qualcosa, molto, dei suoi pochi libri pubblicati, e per lo più introvabili, continua a parlare di lei, della sua scrittura. Ed ecco le voci si alzano, i binari aumentano e si intersecano, si snodano, si affiancano e nel 2016, per Interlinea e a cura di Luciano Martinengo, esce Una lucida disperazione, 196 pagine di poesie edite e inedite: degli anni torinesi, dal ’50 al ’65, dalla raccolta einaudiana; da Sì una reale interruzione, dal ventennio 1970-1990 Le grandi speranze, dalla raccolta edita da Manni e successive, fino alle ultime, scritte dal 1999 al 2009 con il titolo La poesia, un’estetica di vita

 

Questo volumetto porta testimonianza della produzione poetica, appunto, dagli anni ‘50 al 2009, una produzione non tanto vasta quanto implacabile, continua, diffusa in tutto l’arco della vita. Ed era così, Oppezzo aveva fatto della scrittura una piena occupazione della propria esistenza, una imposizione quotidiana, una panacea e una condanna: “nella vita, o si vive o si scrive” ebbe a dire. E questo manifesto lo portò a termine fino all’ultimo giorno. In una intervista, nel 1989, disse: “a suo tempo decisi che l’atto di scrivere è l’atto principale che ritengo di dover compiere”.

 

 

Non si può dire che meramente non visse, ma visse scrivendo, chiudendo man mano il mondo fuori dalla sua stanza, come tante prima di lei avevano fatto, rendendosi non disponibile a molti contatti, chiudendo fuori gli altri dalla casa occupata dove viveva a Milano negli anni ’90 e in quella protetta negli ultimi due anni. 

I suoi testi dei primi decenni, soprattutto quelli torinesi, hanno uno sguardo e una penna rivolti ancora al fuori, il fuori casa e oltre sé stessa. La strada, la luna, i gerani, il futuro, il tramonto, le lavandaie, compaiono già nei titoli intercalati al presentimento, all’isolamento, all’affanno. Sono poesie in bilico tra la voglia di vivere anche al di fuori della penna, nel mondo, e il desiderio, l’aspirazione a mollare. 

 

Affannosamente

 

Affannosamente

Arruffiamo il presente

E prima dell’azione

Del movimento, delle parole

Il tempo ci manca già.

Passato.

Senza alcuna durata

 

Allora intuiamo

Che durare sarebbe convincente

Come inquietarsi

Come illuminare la nostra mente

Di una luce

Che spezza i pensieri

Li ricompone, li offre. 

 

Nelle raccolte degli anni successivi trovano sempre più spazio in mezzo alle riflessioni l’ansia e l’angoscia, il timore sul disequilibrio, il non essere idonei e non essere chiari. È dagli anni ’70 che Oppezzo inizierà a parlare della sua paura, a spiegarcela e spiegarsela con i versi, come in “Necessità della paura” e “La grande paura”:

 

La grande paura


La storia della mia persona
è la storia di una grande paura
di essere me stessa,
contrapposta alla paura di perdere me stessa,
contrapposta alla paura della paura.

 

Non poteva essere diversamente:
nell’apprensione si perde la memoria,
nella sottomissione tutto.

 

Non poteva
la mia infanzia,
saccheggiata dalla famiglia,
consentirmi una maturità stabile, concreta.
Né la mia vita isolata
consentirmi qualcosa di meno fragile
di questo dibattermi tra ansie e incertezze.

 

All’infanzia sono sopravvissuta,
all’età adulta sono sopravvissuta.
Quasi niente rispetto alla vita.
Sono sopravvissuta, però.
E adesso, tra le rovine del mio essere,
qualcosa, una ferma utopia, sta per fiorire.

 

Nel 2019 esce nelle sale un documentario a lei dedicato prodotto da Luciano Martinengo, Il mondo in una stanza. Piera Oppezzo poeta: si tratta di cinquantadue minuti in cui le persone che l’hanno conosciuta, incontrata, amata, vista, con cui lei ha lavorato, la raccontano. Laura Lepetit ricorda la sua figura elegante e sobria; Maria Pia Quintavalla sottolinea l’importanza della partecipazione alla stagione del femminismo a Milano di Piera; Giancarlo Majorino ne legge delle poesie fermandosi di verso in verso a rimarcarne l’autenticità e l’impossibilità di accostarla a nessun altro; Bruno Gambarotta a elogiarne la bellezza e la distanza; Romano Madera ricorda la sua presenza al Gramsci ad ascoltare; Michelangelo Coviello sottolinea come ogni testo di Piera finisce senza finire, come per dire che la scrittura continua inarrestabile; Giulia Niccolai a ricordare il loro primo incontro per stampare il libro edito da Spatola. Ma sono solo alcune delle testimonianze. Una ricostruzione del mondo della Oppezzo, che spesso si ferma al mondo esterno, le case, le cose, le azioni, le parole, e si ferma all’inespugnabilità di una poetessa che aveva fatto di sé il suo mondo, del silenzio il suo osservare. 

 

In questo mese è uscito Esercizi d’addio che raccoglie testi inediti scritti tra il 1952 e il 1965, per Interno Poesia, nella collana Interno Novecento, a cura ancora una volta di Luciano Martinengo. Sono testi sconosciuti scritti negli anni torinesi, che vanno a inserirsi nel grande quadro della scrittura della poetessa; un volume importante anche per la prefazione di Giovanna Rosadini e la postfazione di Gaia Carnevale, nonché per la bio-bibliografia di Oppezzo in coda al libro. Il libro racchiude circa una ottantina di poesie che nel loro dipanarsi srotolano la lessicografia e tematica oppezziana: sono liriche che seguono l’andamento delle stagioni, e dei mesi e del tempo meteorologico inframmezzate, tra una e l’altra, come tra un verso e l’altro, dalle cose osservate, gli oggetti del quotidiano che divengono correlativo oggettivo di una narrazione.

 

L’assenza di compiacimento e di autocompiacimento, il disinteresse per il lettore, il rifiuto ad assecondarlo o ad andargli incontro con un versificare semplice, il rifiuto del sentimentalismo, l’attenzione alla fetta di realtà da far entrare nella sua scrittura, con tutto il lessico e la sintassi che eleggeva per dire le cose, la tendenza a raccontare per concetti il quotidiano, in un continuo togliere al verso, quasi a scarnificarlo, sono operazioni che Oppezzo affila e lima negli anni, fino a quasi a non far entrare più la luce, elemento del tempo, ma a lasciare gli oggetti a parlare avvolti dal fumo di una sigaretta, come “[…] Il quadro stanco della parete […]. In questa raccolta, più che in tutte le altre, si avverte un parallelismo, per poi divenire però coincidenza, con il romanzo Minuto per minuto: l’insofferenza per la vita occupata dal lavoro, l’insofferenza per un lavoro soffocante spicca tra i versi e nel romanzo. Ricorda molto alcuni versi della poeta operaia Nella Nobili, costretta alla fabbrica e alle sue luci, esausta di farsi saccheggiare la vita. Oppezzo scrive in “La giornata lavorativa” del ’64:

 

Lo scomodo andamento del tempo

avallato sulle panchine andandoci a consegnare

uno strato di mezz’ora, fra l’una e le due,

seduti al contrario con la fronte appoggiata allo schienale

il mattino del tutto stroncato,

una combustione nello stomaco

segnala l’insediamento del pomeriggio

ecc., ecc., ecc., ecc., la sera. 

 

Oggi, Milo De Angelis mi parla di lei come di una “creatura lunare e segreta che mi aveva subito colpito negli anni sessanta con L’uomo qui presente, dove scoprivo un verso pensoso e meditato, lontano da ogni intimismo e da ogni confidenza. Nel periodo del liceo decisi di conoscerla di persona e le telefonai. Mi colpì anche il fatto che, pur essendosi già trasferita a Milano, volle vedermi a Torino, nella leggendaria via Po, tra le ombre di Nietzsche e Pavese, a riprova di un legame profondo con la sua città e con il suo carattere introverso e misterioso ma nello stesso tempo lucido e disincantato. Piera Oppezzo parlò pochissimo ma con un suo ruvido affetto, raccomandandomi – ero solo un ragazzo – di leggere unicamente poeti “seri” e di frequentare unicamente persone “serie”. La parola “serietà” sembrava ossessionarla e questo mi parve un buon segno. Poi ci siamo rivisti a Milano a casa di Giancarlo Majorino e ancora dopo in qualche riunione della rivista “Niebo”, da cui Piera Oppezzo si sentiva sicuramente lontana per tante ragioni di poetica e per il suo impegno militante di quegli anni. Ma forse “militante” non è la parola giusta per lei, così amara e silenziosa anche nella passione politica, con una frattura spirituale e un dolore antico che davano verità alle sue parole”.

 

Con questo ultimo volume Oppezzo non sta più in rotaie parallele alla letteratura letta e amata, ma va a intersecarsi con infiniti altri binari, autrici, lettori, lettrici, critici, che ne snoderanno l’opera: gran parte della sua opera in versi ha rivisto la luce in questi ultimi cinque anni, un’opera che va dagli anni ’50 alla morte: 60 anni di scrittura. Una scrittura vissuta come doverosa, esiliante, inevitabile, come ebbe a dichiarare in una intervista a Paola Redaelli:

 

“[…] compio l’atto di scrivere che è l’atto principale che ritengo di dover compiere. Evidentemente a suo tempo ho deciso che era mio compito. Da allora ho questo impegno. Per cui non si tratta mai di scrivere una certa poesia ma di fare poesia. Questo fare poesia può avere un centro diverso nei diversi periodi, è comunque un centro che alimento e definisco – tolgo all’indistinto – scrivendo. E così posso quindi dire: niente mi ispira. Il poetico è un equivoco che detta sentimenti equivoci, sentimenti sentimentali… Scrivo per decisione di scrivere… È darmi questo compito che è stata una ispirazione. Forse attingo da lì”.

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