Pregiudizio

 

Storie 

 

(a)

Quattro aperitivi analcolici, aveva ordinato al cameriere quello di loro che sembrava più a suo agio degli altri. Certo, era l’unico che aveva il cellulare alla cintura, i blue jeans e la camicia a scacchi colorata. Anche altri due di loro si muovevano con un certo agio, come chi ormai conosce i posti e ha imparato alcune abitudini di base. Era il quarto che si misurava evidentemente con quel mondo per la prima volta. Statuario, col suo fez col pon pon, si guardava intorno alla ricerca di segni accessibili e si muoveva con una certa pesantezza nel suo vestito lungo, sotto il quale spuntavano dei corti pantaloni e sandali di cuoio consunto. Gli altri tre no: avevano scarpe da ginnastica di quelle che non cambiano mai colore anche quando sono vecchie, e esibivano una certa confidenza col luogo. La piazza era quella di una città del nord est, medievale e curata da attenti restauri, nell’atmosfera di un sabato pomeriggio dei primi di novembre. Seduti al tavolo del bar avevano intavolato da subito una di quelle fitte conversazioni fatte di parole incatenate le une alle altre, interrotte solo da fragorose risate, che portano nei nostri pomeriggi perbene pezzi di mondi diversi e lontani.

 

Il cameriere aveva depositato sul tavolo prima di tutto la ciotola con le noccioline americane con un cucchiaio infilato al centro e solo dopo i quattro bicchieri ripieni a metà di un liquido rosso. Il parvenu, l’ultimo arrivato, quello con il fez, aveva subito allungato la mano, e preso il cucchiaio lo aveva riempito di noccioline e stava per portarlo alla bocca. Non aveva fatto in tempo ad avvicinare il cucchiaio alla bocca che il cameriere, giratosi di scatto, gli aveva intimato con un eloquente gesto della mano, di non fare così, invitandolo a riporre le noccioline e mostrandogli come si deve mangiarle. Aveva preso il cucchiaio e mimando il gesto di depositare nell’incavo della mano un po’ di noccioline riponendo poi il cucchiaio, simulava l’atto di mangiare le noccioline una alla volta, dicendo al parvenu:" vedi, si fa così". Fu a quel punto che il parvenu piazzò il suo colpo di teatro. “Ma come!, disse ai compagni, nel suo francese maghrebino, “sono venuti da noi che mangiavamo con le mani e ci hanno detto che eravamo incivili e non appartenenti alla specie umana per i nostri costumi selvaggi; ora ci dicono che dobbiamo tornare a mangiare con le mani, facendo ancora una volta quello che vogliono loro!”

 

(b)

Una sensazione vaga di essere osservato l’aveva avuta, come quando uno sfondo preme sulla figura pur rimanendo sfondo. Del resto la sua attenzione era protesa a leggere dal cartellone bianco l’ora d’arrivo del treno alla stazione di Lecco. Gli sembrava di essere in ritardo per andare incontro all’amico che arrivava da Milano. Purtroppo le domande di fine seminario non finivano più e poi, si sa, c’è sempre quell’ultimo partecipante che ha bisogno di un chiarimento riservato e non rinviabile sulla soglia della porta dell’aula. Dopo la doccia si era cambiato del vestito di lavoro indossando una tuta che era risultata più larga del solito. Negli ultimi tempi era dimagrito. La cosa gli aveva procurato un certo piacere. L’elastico dei pantaloni della tuta non gli stringeva più i fianchi, anzi il corpo ci giocava dentro e le linee affusolate gli avevano procurato un certo compiacimento. Di corsa fino alla stazione dove aveva dovuto affrontare il solito problema del parcheggio, si era rassegnato a lasciare l’automobile fuori posto con le luci lampeggianti. Era entrato in stazione dallo spazio laterale facendo gli scalini di corsa a due a due. Finito direttamente sul primo binario non aveva visto alcun treno e si era perciò orientato a cercare il cartellone degli arrivi. Era esposto sul muro dell’edificio della stazione che dava sul primo binario, a lato di una panchina di pietra, come accade nelle stazioni di provincia che ostentano ancora un certo tocco di liberty. Proprio su quella panchina erano sedute due donne, una giovane e una anziana che per lui erano null’altro che sagome di sfondo, concentrato com’era a capire dove fosse il treno del suo amico. Fu dalla donna giovane che venne la voce sibilante, quasi un urlo, nel momento in cui, sporgendosi per leggere l’ora d’arrivo del treno, si era sistemato i pantaloni della tuta, scesi leggermente sulla vita. In un italiano approssimativo ma chiarissimo, con un forte accento slavo, la giovane donna gli urlava che i suoi genitali lui li mostra a sua sorella, che non ci provi con lei, che non si permetta. A nulla era valso il suo tentativo di spiegare come stavano le cose, di dire che aveva semplicemente sistemato i pantaloni larghi.

 

Anzi, era stato peggio. La signora aveva urlato ancora di più brandendo due sacchetti di plastica pieni di roba e supportata dalla signora anziana che era con lei. Tanto era bastato perché in un attimo si formasse un capannello di persone accorse a commentare il fatto, e sentiva alle sue spalle la gente dire che al giorno d’oggi non ci si può fidare più di nessuno; guarda un po’, sembrava una persona per bene; e poi in piena situazione pubblica; qualcuno alludeva alla possibilità di chiamare la polizia e la signora urlava sempre più. Prima ancora di pensarci cambiò tono e urlando a sua volta, con la massima autorità di cui era capace disse: adesso basta! Non l’ho neppure vista e non ho fatto né farei niente che la riguardi, perciò la smetta! Non fu la giovane signora a cambiare atteggiamento ma le persone presenti. I loro commenti cambiarono di tono e qualcuno cominciò a dire che questi immigrati dovrebbero starsene a casa loro; che è inaudito che uno a casa propria non possa mettersi comodo e fare quello che vuole; che se loro vengono da mondi e abitudini barbare non è colpa nostra, e avanti di questo passo. Da potenziale stupratore si ritrovò paladino della guerra agli immigrati e dell’autenticità etnica. In entrambi i casi si sentiva stretto in una tenaglia. Per fortuna arrivò il treno, le signore si precipitarono a prenderlo, le persone del capannello si dileguarono e il suo amico apparve tra la folla del sabato sera, sul primo binario della stazione di Lecco.

 

Ridurre la varietà del mondo e le sue differenze a una forma sola: questo è quanto fa il pregiudizio quando si fossilizza in stereotipia. La più grave delle conseguenze, dentro l’illusione di sicurezza che ne deriva, è la negazione delle capacità creative. Il mind wandering si atrofizza e non vaghiamo più. La bellezza della plurale varietà del mondo, la sua vaghezza, appunto, si mortifica in una sola forma, sacrificando sull’altare della rassicurazione la molteplicità delle vie possibili. Del pregiudizio si sono dette tante cose, ma la sua capacità, nelle versione della stereotipia, di attaccare e neutralizzare la capacità creativa, è forse uno degli aspetti più caratterizzanti. Se creare è il modo naturale di funzionamento della mente, c’è da chiedersi come è possibile che quel modo naturale finisca per essere neutralizzato, messo almeno in parte a tacere, negato. Noi disponiamo, per via evolutiva, di una disposizione a scomporci, mettendo in discussione un ordine costituito, e a ricomporci, generando nuovi mondi e nuove prospettive. La creatività è un aspetto costitutivo dell'identità e della soggettivazione, che prende vita quando la mente riesce a fare proprie le percezioni e le sensazioni corporee e si completa con la creazione di quel magnifico ponte, per comunicare con se stessi e con gli altri individui, che è l'oggetto artistico. Così si esprime sulla creatività Stefano Calamandrei, in L’identità creativa. Psicoanalisi e neuroscienze del pensiero simbolico e metaforico, edito da Franco Angeli nel 2016. 

 

 

 

Basta osservare una bambina che gioca per comprendere che nella creatività, così come in quasi tutta la nostra esperienza, si realizza ancora una volta il primato dell’azione. Avevamo a lungo pensato che quella bambina componesse e scomponesse i suoi giocattoli o altri oggetti, li montasse e li smontasse a partire da “teorie mentali” o “immagini mentali” che applicava, trasferendole, alla realtà degli oggetti. Verifichiamo oggi che sono gli atti motori sostenuti dal sistema motorio che presidiano alle espressioni generative con cui il bambino smonta e ricompone in atti continuativi e interminabili gli oggetti del mondo, dando vita allo stesso tempo all’invenzione di animali fantastici, che pur non esistendo nella realtà, esistono per quella bambina e quel bambino. L’adulto non è da meno, se si ascolta, e se non censura la propria capacità generativa consegnandosi alla razionalità illusoria o al pregiudizio che diventa stereotipia. Tutto ciò pone una domanda: se la creatività è la principale attività della mente umana, come può accadere che si rinunci ad essa o se ne neghi la funzione e l’azione fino a non vedere di non vedere? Sì, perché il pregiudizio, quando si fossilizza in stereotipia è una forma di autoaccecamento; un sacrificio della creatività sull’altare della rassicurazione. Se creare è una disposizione naturale della mente umana, una capacità di scomporsi e ricomporsi per affrontare i continui mutamenti dell’ambiente, il pregiudizio che diventa stereotipia opera una specie di glaciazione di questa disposizione in nome di una rassicurazione nei confronti della paura di cambiare idea su qualcuno, su qualcosa o su un fenomeno del mondo.

 

È stato il premio Nobel Gerald M. Edelman a identificare il cervello umano come un “generatore di diversità”. Nelle dinamiche circolari corpo-cervello-mente-relazioni-contesto, quella capacità generativa, a un certo punto, pare essere investita per ostacolare o negare l’insorgere di differenze e per trattare le diversità come un pericolo. Mentre in molti casi il filtro degli stimoli esterni avviene con significativi investimenti di creatività da parte del sistema sensoriale, e si producono ipotesi differenti e continui raffronti per ogni stimolo ricevuto, nella situazione di pregiudizio stereotipante la mente è come se si privasse di vagare e si agganciasse a un solo appiglio, sempre quello, dismettendo la sua attenzione fluttuante. Si congela la capacità di finzione e l’esplorazione dell’ambiente di vita si affida a una sola prevalenza tra le vie per interagire con il mondo. La nostra mente, infatti, esplora l’ambiente, che comprende anche gli altri, e si accoppia con esso, provando paura per evitare pericoli; categorizzando le differenze del mondo; sentendo desideri; arrabbiandosi per rimuovere ostacoli; prendersi cura di se stessi e degli altri; giocare; immaginare.

 

A un certo punto, col presentarsi del pregiudizio e con la sua trasformazione in stereotipia, l' elevata varietà di queste dinamiche sembra ridursi a una, prevalentemente alla paura, che spesso si combina con l’aggressività e la rabbia. Quando la creatività si dissecca e implode, accade in buona misura perché non riusciamo a cambiare idea, a rimuovere un ostacolo affettivo e cognitivo che ci impedisce di vedere il valore di una differenza, o non ce la facciamo a sentire prossimo chi tale è. Se la creatività è figlia di una capacità umana specie specifica, essa dipende spesso anche da risposte all’angoscia. Possono esservi paure angoscianti che ne neutralizzano l’espressione a tutto vantaggio dell’affermazione di stereotipi e pregiudizi. Sia la stereotipia che il pregiudizio non tollerano il vuoto della ricerca e del dubbio, e così le differenze non fanno sentire vivi, non diventano forme vitali, ma sono vissute come minacce. Così come nell’atto creativo, che avviene nel mondo interno e cerca riconoscimento nel mondo intorno a noi, lo sguardo dell’altro è decisivo, nel pregiudizio stereotipato lo sguardo dell’altro non conta; anzi l’indifferenza e la saturazione del proprio sguardo, congelato nella certezza rassicurante, impediscono di considerare quello sguardo fino a negarlo, ad escluderlo, ad appartarlo.

 

La perdita è netta, se è vero come è vero che solo nello sguardo dell’altro ci riconosciamo, a partire dallo sguardo materno. La creatività è sempre caratterizzata da un difficile accordo tra mente e mondo: in quegli scarti si aprono problemi e disagi da elaborare, ma anche spazi generativi. Del resto il disagio è proprio relativo a quella particolare situazione in cui non si è perfettamente a posto. L’accordo tra mente e mondo sarà anche faticoso, ma è portatore di quella particolare tensione che può dare vita a quello che prima non c’era. Nel pregiudizio la mente si arrende alla realtà così come si ritiene senza dubbio che sia, patendone l’imposizione in cambio di una rassicurazione acritica e vissuta come definitiva. Definitiva fino alla sua naturalizzazione, alla sua normalizzazione naturale. Come scrive Ta-Nehisi Coates, in Tra me e il mondo, Codice edizioni, Torino 2016: “Gli americani credono nella realtà della ‘razza’ come a una caratteristica che appartiene in modo definito e indubitabile al mondo naturale” (p. 15).

 

La lingua è rivelatrice del processo di fissazione e naturalizzazione che la stereotipia pregiudiziale produce. Anche se è proprio la lingua a spostare l’attenzione dalla dura concretezza degli effetti del pregiudizio stereotipato verso una lettura che sembrerebbe indicare che quegli effetti potrebbero fermarsi ad aspetti di superficie. Non è così. Il pregiudizio attacca i corpi e genera molteplici forme di esclusione e distruzione. Scrive ancora Ta-Nehisi Coates: “La nostra stessa terminologia, relazioni di razza, divario tra razze, giustizia razziale, profili razziali, privilegio bianco, persino supremazia bianca, serve a offuscare il fatto che il razzismo è un’esperienza viscerale, che stacca pezzi di cervello, blocca vie respiratorie, strappa muscoli, estrae organi, spacca ossa, rompe denti” (p. 19). Rivolgendosi al figlio a cui indirizza la narrazione del libro, l’autore gli dice: “Non devi mai distogliere lo sguardo. Devi ricordare sempre che la sociologia, la storia, l’economia, i grafici, le carte, l’analisi della regressioni, tutto questo atterra, con grande violenza, sul corpo” (p.19). E approfondisce il proprio sentimento di vittima di pregiudizio stereotipato, affermando: “Ora ti dico che il problema di come si debba vivere dentro un corpo nero, all’interno di una nazione perduta nel Sogno è il dilemma della mia vita” (p. 21). La nazione del Sogno sono naturalmente gli Stati Uniti. Il pregiudizio stereotipico non solo nega, ma anche nasconde, cela, elude. Il volto pubblico e rassicurante degli Stati Uniti d’America, così sovente squarciato da eventi violenti e distruttivi prodotti dal pregiudizio verso i neri, si cela, infatti, sotto una falsa moralità. “Avevo il presentimento che la scuola ci stesse nascondendo qualcosa, drogandoci con una falsa moralità così da impedirci di vedere, di chiedere: perché per noi, e solo per noi, l’altra faccia del libero arbitrio, dello spirito libero, si traduce in un assalto contro i nostri corpi?”, così aggiunge Ta-Nehisi Coates (p. 39). La domanda inquietante apre alla necessità di un’analisi che sia capace di cogliere la complessità del pregiudizio, oltre le spiegazioni semplicistiche.

 

Da quando il fenomeno è stato studiato con una certa attenzione è stato possibile riconoscere l’importanza di evidenziarne la dimensione relazionale e intersoggettiva. Per un comportamento che denigra l’altro (eterodenigrazione), a cui corrisponde di solito un’autoesaltazione, sembra esservi dall’altra parte una posizione corrispondente di autodenigrazione e di eteroesaltazione. Come sempre non vi è vittima senza carnefice e non vi è carnefice senza vittima. Per comprendere questa dinamica di glaciazione delle differenze e di negazione della discontinuità creativa è necessario non perdere di vista la distribuzione delle responsabilità. Dalla costruzione di uno stigma fino alla violenza fisica sui corpi, non è possibile non considerare, per quanto possa essere difficile farlo, il comportamento delle vittime. Vale anche per la persecuzione degli ebrei e per i comportamenti collusivi che, perlomeno all’inizio, generarono una capacità di reazione tiepida. La nostra disposizione a restare sudditi, come dice Spinoza, non va mai trascurata. Ciò detto, è importante, inoltre, vedere nel pregiudizio anche una dinamica che, prima che diventi stereotipia, è abbastanza diffusa, poiché ogni giudizio è di solito preceduto da una valutazione preliminare, provvisoria e parziale che lo anticipa. Comunque si consideri, incluse queste dinamiche che lo caratterizzano, il pregiudizio che diventa stereotipo può essere riconosciuto come una delle cause principali della negazione della capacità creativa umana, e in questo sta la sua problematicità; da questo derivano le sue conseguenze più gravi. 

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