Il tuo due per mille a doppiozero

Sebben che siamo donne...

Cominciava così una vecchia canzone in cui le donne, mondine o contadine prima ancora che proletarie, a fianco dei loro compagni a vario titolo inneggiavano alla fondazione della lega dei lavoratori, proclamando con orgoglio: sebben che siamo donne paura non abbiamo, abbiam delle belle buone lingue e ben ci difendiamo. Ci si trovava allora all'interno di quel contesto vernacolare che tanto piaceva a Ivan Illich, in cui la separazione netta dei ruoli e delle competenze tra maschi e femmine garantiva a queste ultime una certa dignità, un minimo di potere, piccolo e circoscritto, purché mantenessero sempre un rispetto formale, soprattutto in pubblico, per il ruolo degli uomini maschi. «Nel regno del genere – scriveva Illich, intendendo con esso sostanzialmente l'età pre-industriale che preferiva chiamare epoca vernacolare appunto – uomini e donne sono collettivamente interdipendenti; e questa dipendenza reciproca pone limiti alla lotta, allo sfruttamento e alla disfatta… La cultura vernacolare è una tregua, a volte crudele, tra i generi» (Ivan Illich, Genere, Neri Pozza).

 

Lentamente le cose cambiano, e sono cambiate anche grazie alle donne che cantavano con coraggio quelle strofe, orgogliosamente determinate a difendere i propri diritti, a far valere le proprie ragioni. Sicure non solo di saperlo fare ma anche di stare lottando non solo per sé, ma per tutti, per i loro compagni, per una società migliore. E la società ha camminato in fretta (be', abbastanza in fretta), e l'uguale dignità di entrambi i generi – come di tutti i colori e le etnie e le culture – comincia a essere compresa, anche se è ancora ben lontana dall'essere davvero e profondamente incistata nelle teste e nei cuori. Perché questo avvenga occorrono ancora alcuni passi davvero fondamentali e benché a molti oggi possa sembrare strano, un passo decisivo, in questa direzione, deve farlo la chiesa cattolica. 

È vero che ormai per molti i suoi dettami incidono poco sulla loro vita concreta, ma è anche vero che il ruolo della chiesa nel formarsi della mentalità è stato decisivo, e ha ancora un peso per lo meno nei Paesi cattolici del mondo. E grazie alla statura morale degli ultimi pontefici, al rispetto che le loro voci hanno avuto e hanno per la difesa del bene comune, ciò che all'interno della chiesa si pensa delle donne, si fa per loro, ma soprattutto si farà insieme a loro, ha una ricaduta sociale e intellettuale fondamentale. Per questo motivo il grande lavoro che stanno svolgendo alcune teologhe e bibliste cattoliche laiche è importante per tutti.

 

Una di queste è Anne Marie Pellettier, biblista e docente di sacra Scrittura ed ermeneutica biblica, vincitrice del Premio Ratzinger-Benedetto XVI per la teologia nel 2014, della quale abbiamo già avuto modo di parlare su queste pagine presentando il suo libro Una fede al femminile (Qiqajon). Con un nuovo saggio pubblicato ancora per l'editrice Qiqajon dal titolo Una comunione di donne e di uomini, Pellettier torna sul tema del ruolo della donna nella chiesa ribadendo da un lato la necessità di dare voce e potere effettivo alle donne, dall'altro mettendo in chiara luce come la questione delle donne all'interno della, o rispetto alla, gerarchia ecclesiastica possa, e debba essere l'occasione per la chiesa di un ripensamento globale, profondo e ormai necessario della sua organizzazione se non vuole scivolare sempre più nella marginalità e smarrire la sua vocazione.

Il Concilio Vaticano II, a cui poche donne furono ammesse ed esclusivamente come auditrici, e i successivi documenti papali che hanno avuto a tema la donna hanno lasciato femministe e non, molto deluse, spiega Anne Marie Pellettier. Soprattutto perché non sono riusciti ad andare al di là del tradizionale ruolo loro consentito di madre o di vergine consacrata. 

 

 

Con il garbo che la contraddistingue senza impedirle una decisa franchezza, l'autrice fa notare, poi, quanto risulti sgradevole e financo umiliante per le donne che a parlare di loro, a stabilire quali debbano essere i loro desideri o i loro obiettivi siano sempre degli uomini. Dei celibi che delle donne e della famiglia sanno poco, se si guarda alla loro esperienza, e che pretendono di entrare nell'intimità delle loro case, delle loro camere da letto per decidere per loro come devono comportarsi. Fino a poco tempo fa addirittura cosa devono provare visto che solo di recente è stato sdoganato il piacere sessuale. Sulla questione della gestione della maternità e in particolare sull'uso degli anticoncezionali la rottura tra donne e chiesa è profonda. Si è compiuta tra le donne e la chiesa una separazione silenziosa, che non fa bene a nessuno. Soprattutto non fa bene alla chiesa. Come argomenta Pellettier, la questione è più ampia di quanto qualcuno voglia credere: «qui non si intende perorare la causa delle donne, perché è della vita della chiesa nel suo insieme che si tratta, tale infatti è la posta in gioco: che la novità del vangelo raggiunga e si riappropri di quella relazione fondativa di umanità che riunisce uomini e donne nel medesimo compito di essere dei viventi».

 

Dopo due capitoli in cui, da biblista, affronta alcune significative figure femminili nella Bibbia facendone un'esegesi rinnovata dal suo peculiare punto di vista, Pellettier si sofferma sulla questione del sacerdozio femminile, ribadendo la differenza tra ministero sacerdotale (riservato ai preti) e ministero battesimale (proprio di tutti i battezzati). Lei è contraria al sacerdozio femminile, perché rappresenterebbe l'ingresso delle donne nella gerarchia ecclesiastica, in «un sacerdozio gerarchico tentato di erigersi al di sopra di un popolo cristiano rinchiuso in un'identità di minorenne, votato a un'obbedienza passiva», mentre in realtà oggi c'è bisogno piuttosto di riportare in primo piano il «popolo dei battezzati destinato a essere sacramento [segno efficace] dell'opera di Cristo per tutta l'umanità».

È chiaro, quindi, che non si tratta di ripensare soltanto il ruolo della donna nella chiesa, ma il ruolo di tutti i laici; la questione femminile può essere l'elemento dirompente per un rinnovamento profondo, perché la chiesa torni ad essere quella che era in origine, ai tempi in cui Gesù stesso le aveva dato la prima forma di una comunione di donne e di uomini, come titola l'autrice.

Rimettere al centro della vita cristiana l'ordinazione battesimale può essere la strada giusta per ridare slancio, vita, energia a una fede vissuta da troppi come semplice rispetto di convenzioni sociali o di tradizioni, o come ingerenza oppressiva non più sopportabile.  

 

L'emancipazione femminile ha da sempre suscitato paura e sospetto negli uomini, «si invoca volentieri attualmente un "disagio del maschile", facilmente sfruttabile per mettere una sordina alla parola delle donne. Non v'è dubbio: lo sconvolgimento delle immagini e dei ruoli in cui gli uomini e le donne erano ormeggiati nei secoli precedenti mina in modo traumatico le identità e rende talora scomoda fino al malessere la condizione maschile. Così non v'è dubbio che questo problema concerne anche il mondo ecclesiale, in cui certi uomini, laici, preti, religiosi, privati dei loro attributi tradizionali, si sentono minacciati o sminuiti da tutto ciò che le donne hanno conquistato in fatto di autonomia».

 

Eppure se finalmente riuscissimo a guardarci tra maschi e femmine con reciproco, sincero apprezzamento per le nostre diversità, se ci convincessimo finalmente che non abbiamo ruoli diversi ma semplicemente sappiamo svolgere in modo diverso gli stessi ruoli (Adriana Valerio, Donne e Chiesa: una storia di genere, Carrocci) ne guadagneremmo tutti in termini di libertà, di serenità e di benessere. E forse sapremmo trovare soluzioni pratiche e innovative a molti problemi senza buttare all'aria niente. Un esempio è l'idea di un vescovo congolese gesuita, padre Ernest Kombo, che nel 1994 a un sinodo dei vescovi sulla vita consacrata e la sua missione nella chiesa, di fronte alla forte richiesta della presidente dell’Unione internazionale delle superiore maggiori che chiedeva per le donne la possibilità di avere posizioni di responsabilità nella curia pontificia, propose che le donne potessero diventare cardinali laici, poiché il cardinalato non è di origine apostolica né è legato al ministero sacerdotale (Adriana Valerio, cit.).

Naturalmente non se ne fece nulla.

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