Spike Lee: dal Vietnam a Minneapolis

In un testo pubblicato online qualche giorno fa lo psicoanalista Alessandro Siciliano metteva in luce come l’esperienza del tempo per gli esseri umani non sia quella della successione di passato, presente e futuro secondo un’idea geometrica e lineare di tempo: piuttosto “passato presente e futuro ora si addensano, si ‘coagulano’, ora si dipanano, insomma entrano in relazioni dinamiche e complesse”. Spesso può accadere, ad esempio, che eventi traumatici passati non riescano davvero a “passare”, cioè non riescano fino in fondo a essere ricacciati nell’oblio delle tante piccole esperienze che i soggetti dimenticano della propria vita. Al contrario rimangono “appiccicati” alle persone che devono per forza di cose averci a che fare, anche qualora provochino angoscia e sofferenza. 

 

È forse di uno dei più classici eventi traumatici che ci parla Da 5 Bloods - Come fratelli, il nuovo film di Spike Lee che da qualche giorno è disponibile sulla piattaforma Netflix: quello della guerra, e in particolare di una delle guerre più traumatiche per la storia recente americana dato che è legata a un’umiliante sconfitta, e cioè il Vietnam. Otis, Paul, Eddie e Melvin, i quattro protagonisti del film, sono veterani che hanno partecipato a diverse spedizioni in Vietnam tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, e che si ritrovano oggi, per la prima volta dopo cinquant’anni, a ritornare nei luoghi del loro trauma giovanile. Vecchi e provati dagli eventi della vita – alcuni di loro soffrono di dipendenza dall’alcol o degli oppiacei, altri si sono impoveriti in seguito al fallimento della loro azienda, altri ancora soffrono di quello che viene definito “disturbo da stress post-traumatico” – decidono di compiere questo viaggio perché nonostante la Ho Chi Minh City di oggi non porti alcun segno della guerra (anzi è paradossalmente piena di McDonald’s e di cultura americana) è in Vietnam che viene custodito l’enigma della loro soggettività, ovvero il luogo della loro verità. E non si tratta soltanto di andare a ricercare, secondo quanto viene narrato dal plot, i resti del loro commilitone rimasto ucciso allora (il quinto dei “5 Bloods”, Norman, quello più politicizzato e più colto del gruppo) ma qualcosa di molto più profondo che riguarda loro stessi. 

 

Il film, dato che al cinema per esprimere dei concetti si deve farne degli oggetti o delle immagini, ce lo mostra nella forma più classica (o western, dato che il film si rifà esplicitamente a Il tesoro della Sierra Madre di John Huston): quella della caccia al tesoro. Nella missione nella quale Norman nei primi anni Settanta venne ucciso i “5 Bloods” stavano andando a recuperare un aereo abbattuto dai Vietcong, dove si trovava un grande cassonetto di lingotti d’oro, che sarebbero dovuti servire per pagare i gruppi vietnamiti che si erano alleati agli americani. Decisero allora di seguire quella che era stata l’idea di Norman – “che era un po’ il nostro Martin e il nostro Malcom”: invece di riconsegnarlo ai loro superiori, avrebbero nascosto il tesoro e sarebbero poi venuti a riprenderlo quando la guerra sarebbe finita. Sarebbe servito come sorta di risarcimento (quello che i movimenti afro-americani chiamano reparation) per tutto quello che gli afro-americani avevano sofferto durante la storia americana, e che sarebbe a loro ritornato per sostenere e organizzare la loro emancipazione. Il viaggio da vecchi è allora un modo per chiudere finalmente i conti con quel passato. Un passato che, appunto, non voleva passare. 

 

 

Già dall’inizio si capisce però che il vero trauma non è tanto – come spesso accade nei film dei “bianchi” – quello della guerra, con le sue violenze e le sue atrocità, ma è un trauma “politico”: è la specifica posizione paradossale che la condizione afro-americana occupa nella storia americana e nella storia soggettiva dei protagonisti. Il film alterna le immagini della finzione cinematografica a quelle documentarie, che riguardano sia le atrocità commesse dall’esercito americano in Vietnam sia le contestazioni da parte dei movimenti sociali all’interno degli Stati Uniti. La guerra, com’è noto, ebbe un fronte interno, tanto importante quanto quello indocinese, che finì per decostruire da dentro l’ideologia imperialista e anti-comunista su cui si basava l’aggressione al Vietnam. Nel film vediamo quindi Angela Davis, Bobby Seal, Muhammad Ali, l’eroe di guerra afro-americano Milton Lee Olive che legano i due fronti del conflitto: com’è che i “5 Bloods” erano in Vietnam a combattere per un paese che in patria gli negava i più elementari diritti sociali e di cittadinanza, e che scaricava contro le loro sacrosante richieste di emancipazione, una spaventosa quantità di violenza?

 

Com’è che – come diceva Hanoi Hannah, la celebre conduttrice radiofonica che trasmetteva in inglese nel Vietnam del Nord per dissuadere le truppe americane del combattimento – a Detroit e in tutti gli Stati Uniti c’erano rivolte razziali o manifestazioni per l’emancipazione dei neri, mentre loro cinque erano in mezzo alla giungla a combattere per uno stato che in patria gli faceva la guerra? Perché gli afro-americani, che erano l’11% della popolazione americana, rappresentavano il 32% dei soldati? Il trauma stava e sta tuttora in quella condizione paradossale: essere in America senza farne davvero parte; essere parte di una narrazione di emancipazione che si vorrebbe universale secondo quell’ideologia di democrazia progressiva che piace tanto ai liberali, rimanendone tuttavia sempre fuori. È per quello che la condizione afro-americana, non diversamente da quello che fu l’ebraismo per la coscienza europea, rimane sempre in un luogo interstiziale, oggettivamente e strutturalmente critico rispetto all’ideologia americana. 

 

Il passato di allora non passa proprio perché quella condizione non è passata, come ampiamente dimostrato dalla storia recente di queste settimane. E il tesoro che i “5 Bloods” vanno a cercare non recherà la risposta ai problemi della loro vita (non saranno i soldi che ripagheranno i loro debiti o che li salveranno della loro dipendenze), ma avrà la forma di una domanda, quella che Norman, in un trono di foglie che sembrava quello della celebre foto di Huey P. Newton, gli aveva posto quando cinquant’anni prima ebbero la loro formazione politica e sentimentale (ma quando le due cose sono state separate?) in Vietnam: “non useranno la nostra rabbia contro di noi. Controlleremo la nostra rabbia”. Il problema sarà quello di dargliene una forma. Quello che è da sempre l’enigma di tutti i movimenti di trasformazione sociale. Nel fronte interno della guerra del Vietnam, così come a Minneapolis nel 2020. 

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