Alfabeto Pasolini

Tiago Rodrigues

“Non siamo eroi. Questo è il nostro lavoro”. Lo dicono davanti a un telo sostenuto da vari fili legati a contrappesi, a disegnare un’enorme tenda. La macchina scenica, semplicissima, invade tutto il palcoscenico. Da sotto il tendone, da dietro, arrivano sordi rombi e rumori e ritmi di percussioni: davanti a esso parlano, si raccontano, due uomini e una donna, agendo di tanto in tanto sui contrappesi e sollevando progressivamente la tela, che a momenti sembra un grande favoloso animale addormentato. Le donne avrebbero dovuto essere due, ma una si è rivelata positiva al Covid, ed è rimasta in albergo. Ma la compagnia della Comédie de Genève ha deciso di effettuare lo stesso le due recite previste a Udine, nella stagione del Css intitolata Paura del futuro. Le parti dell’attrice forzatamente assente, Beatriz Brás, sono dette da Natacha Koutchoumov, in scena con Adrien Barazzone e Baptiste Coustenoble; qualcuno dei suoi brani si sentirà in registrazione, una scena sarà tagliata: ma dopo le troppe interruzioni agli spettacoli causate dalla pandemia – dice Natacha Koutchoumov – è importante riprendere a recitare.

 

Tiago Rodriguers, ph. Filipe Ferreira.


Siamo Nella misura dell’impossibile, come recita il titolo della pièce scritta e diretta da Tiago Rodrigues, autore, attore e regista portoghese quarantacinquenne, prossimo direttore del titolato Festival d’Avignon, uno dei nomi più richiesti nella scena europea (qui l’articolo di Maddalena Giovannelli su un suo spettacolo rappresentato a Milano nel 2020). L’impossibile è oggi tutto ciò che travalica la tranquilla abituale vita quotidiana, sembra di capire da questo particolare spettacolo di teatro documentato, non documentario ci tiene a precisare l’autore. Le note di sala e le interviste rilasciate da Rodrigues insistono sull’aspetto biografico: il regista – che intende la scena come un’assemblea umana, “un luogo in cui le persone si incontrano, come al bar, per scambiarsi pensieri e condividere il loro tempo” – ha un padre giornalista e una madre medico, e lo spettacolo guarda all’attualità delle crisi umanitarie. L’impossibile è quello che avviene dove si combatte, dove si accalcano i profughi delle troppe guerre che infestano il mondo o dove vengono radunati coloro che fuggono da tragedie altrettanto terribili, economiche, climatiche. Protagonisti dello spettacolo sono alcuni operatori umanitari che hanno raccontato agli attori e al regista quello che hanno visto, ma anche i loro dubbi e quello che provano, sui teatri di crisi e quando tornano a casa. 

 

“Una Mille e una notte umanitaria” si legge ancora nelle note di sala: e infatti i racconti si intrecciano l’uno all’altro, aprendo paesaggi ogni volta diversi, accomunati dalla distruzione, dalla crisi, dalla precarietà, dal dolore. Il progetto inziale era di andare a intervistare gli operatori della Croce rossa e di Medici senza frontiere nei luoghi dove agiscono: ma la pandemia ha costretto a cambiare i piani, e le interviste si sono svolte a Ginevra. Il dispositivo dello spettacolo diventa, perciò, particolarmente interessante ed evocativo: attori che recitano, cercando di apparire ‘naturali’, le storie di chi agisce ai confini dell’impossibile, del non concepibile, utilizzando con abilità i mezzi del teatro, creando di continuo cortocircuiti tra distanziamento e immersione nella materia, tra attivismo e domande o vere e proprie perplessità, portandoci col suono delle percussioni di Gabriel Ferrandini nel frastuono della guerra, nei fruscii della sospensione, nel mormorio del pericolo, nei rombi degli scoppi, nel rumore metallico delle pale degli elicotteri, con interventi elettronici composti dallo stesso Ferrandini e realizzati da Pedro Costa. Entriamo sempre più sotto la tenda, gigante burattino mosso da quei molti fili, ancorato da quei contrappesi, che diventa estremamente leggero, volatile, modulabile, materia mobile, metafora di quello di cui si narra, un esterno ma soprattutto un interno, un’interiorità.

 

 

Sono continuamente, gli interpreti, dentro e fuori, quasi a creare un correlativo oggettivo a ciò che dicono: non siamo eroi, anche se ciò è quello che dicono tutti gli eroi; i nostri paesi vendono le armi con cui si bombarda e poi ci mandano ad aiutare i bombardati…

Come si può salvare il mondo? Si può, salvare il mondo? E come si fa a salvare sé stessi in questo orrore senza fine, tra madri che per quarant’anni aspettano il ritorno del figlio, ai confini impossibili di città distrutte, tra mucchi di cadaveri presi con delicatezza con lenzuoli bianchi e ammassati su un camion... Come si fa a salvarsi pure da lunghe ore di noia, quando l’unica distrazione è il sesso, un sesso come che sia? Come si fa, al ritorno a casa, a raccontare quello che si è visto agli amici, ai parenti, al nostro mondo, a persone che vogliono storie chiare, semplici, quando la violenza non è mai chiara e semplice? Come si fa a spiegare come abbiamo scelto a chi praticare la trasfusione quando avevamo davanti cinque bambini dai due agli otto anni e una sola sacca di sangue?

 

La tenda si solleva: la luce bianca diventa ambrata, di deserto, anche se gli attori dicono che la scenografia invece dovrebbe mostrare una città, di 500mila abitanti, distrutta. Evocazione. Riflessione. Cosa avviene dentro di noi (dentro di loro, gli operatori umanitari), quando torniamo alla vita normale, e per quali motivi se ne sono allontanati? (ce ne siamo allontanati: ogni quesito scava qualcosa anche dentro noi spettatori). Le storie si susseguono, si intrecciano. Ascoltiamo quella del medico che lavora tutta la notte e non conosce più la luce del giorno, quella del piccolo orto nel luogo distrutto e del custode che dice: raccogli i semi, piantali, la vita delle piante future sarà migliore. E subito il contrappunto: sembra di sentire i violini di un film hollywoodiano! Porterai le cicatrici di quello che farai, degli errori, inevitabilmente; ma soffrendo rimarrai umano. Non bisogna piangere davanti al dolore, è necessario mantenere il pudore. Ma davvero cambieremo il mondo, così? Il dubbio è penetrante, come l’odore di esseri umani ammassati in prigione, come quello dei cadaveri, come il dolore irrimediabile delle donne abusate, come la meraviglia di un bambino calciatore nel disastro, un essere tenero e quasi mitologico.

 

 

Non possiamo parlare di terroristi – dicono. Noi dobbiamo restare imparziali. Dobbiamo rendere il silenzio della tregua, l’attesa piena di paura, da prolungare, da rendere infinita perché la paura forse è meglio delle pallottole nella carne viva, delle esplosioni. (La batteria incalza le parole e si sospende.) 

A un certo punto del racconto l’emozione dell’informatore era tale che ha chiesto di smettere di registrare... 

Sotto la tenda parte una canzone registrata, lenta, straziante. Un fado, che si appoggia con delicati melismi su certe parole chiave, nel cuore di frasi doloranti: la paura vive con me… chi può salvarmi… chi può salvarmi da quello che c’è dentro di me? Gostei matarme… vorrei uccidermi… (Tambureggiare come scarica di fucili.) 

Io, abituata a lavarmi i capelli ogni giorno, nel deserto non potevo lavarmeli, non potevo scegliere in tv tra il fatto di cronaca criminale e il genocidio, la tv semplicemente non c’era… sono arrivata nel campo quando il genocidio era già finito e avevo di fronte funzionari che erano della parte che il genocidio aveva perpetrato. 

 

L’impossibile è sempre complicato, complesso: lasciata sola, impari a nuotare o affoghi… Io i capelli non li ho più lavati…

E così via. Alla fine scopri che, davvero, non è teatro documentario: nel punto in cui la nostra civiltà più si espone, con la violenza cinica e l’ingiustizia o con l’intervento umanitario e la solidarietà umana, è prendere coscienza della perdita dell’innocenza e di tutte le rassicurazioni apportate dal nostro benessere. È un’indagine di strutture psichiche: non solo i crolli derivati dalle crisi, ma soprattutto la precarietà delle nostre sicurezze, portate a misura di ciò che riteniamo impossibile e che troppo accade. 

Un ultimo racconto, di una madre che inutilmente, con dolcezza, pulisce il sangue di un bambino morto, sotto la grande tenda ormai trasformata in soffitto, in un bianco incombente implacabile cielo. Suoni, rumori, fracassi, che sottilmente, persistentemente, si insinuano nel buio finale. 

Il teatro rinasce come riflessione (come assemblea?), ma soprattutto come esplorazione dell’altro da sé che sta infitto dentro ognuno di noi: profonda indagine di complessità oltre ogni facile documentarismo e attualità, rappresentazione del magma indicibile della cosiddetta realtà.

 

Nella misura dell’impossibile tornerà in Italia dal 25 al 27 maggio al Piccolo Teatro di Milano.

 

Le immagini dello spettacolo sono fotografie di Magali Dougados.

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