Tradurre è un po' tradire?

Primo Levi, sì, proprio lui, un po’ il tedesco lo sapeva per averlo studiato a scuola; per i chimici il tedesco era, a quel tempo, una lingua d’obbligo. E poi aveva avuto l’occasione di ripassarlo, ad Auschwitz…

Quando la Casa Editrice tedesca Fisher Bücherei iniziò la traduzione di Se questo è un uomo nella lingua di Goethe, ma anche di Himmler, Primo venne preso da un complesso di sentimenti e di emozioni che andavano dal sospetto al raccapriccio. Né serviva a placare la sua tempesta emotiva il fatto che il traduttore, tedesco, sì, soldato della Wehrmacht, sì, fosse stato però socialdemocratico finché durò la Repubblica di Weimar e avesse poi disertato dal suo insopportabile esercito per unirsi ai partigiani di Giustizia e Libertà, nelle cui bande aveva per l’appunto imparato l’italiano durante gli stessi mesi in cui Primo Levi “perfezionava” il suo tedesco.


Primo ha narrato della sua mancanza di fiducia, dell’analisi faticosa delle pagine tradotte, delle continue correzioni di frasi quando, secondo lui, esse non trasmettevano appieno il senso della condizione concentrazionaria o, peggio che peggio, quello delle responsabilità morali del popolo tedesco, che lui non semplificava certo nel rozzo e già allora superato concetto della “colpa collettiva”.
I suoi ingiustificati sospetti fanno emergere la figura eroica del Traduttore (con la T maiuscola), umile, paziente, fedele, laborioso, impersonale.

Questa “tragicommedia” si svolgeva nei tardi anni Quaranta, mentre il mio ben più modesto incontro con la lingua tedesca e la Germania è avvenuto addirittura agli inizi del nostro nuovo secolo, quando cioè molta acqua era passata sotto i ponti del Po e della Sprea.

 

Quando arrivai a Berlino per l’author tour dell’edizione tedesca della Fisher Verlag di Per violino solo, io, che pur beneficiavo della medicina dell’oblio somministrata dal passar degli anni, ma anche dell’ignoranza della lingua tedesca che mi precludeva la possibilità di controllare alcunché, venni colto a mia volta da una crisi maniacale di atroci dubbi. Non sulla traduzione però, ma sulla persona dell’interprete scelto per accompagnarmi nelle conferenze che dovevo tenere in molte città.

Causa del mio inconfessabile spavento era l’aspetto del personaggio che la Casa Editrice aveva messo a mia disposizione: un sudtirolese, alto, dal bel volto triste e pallido, con una smorfia però, di quelle che di solito sono causate da disturbi dispeptici. Era assai probabile che quella smorfia venisse dal duro mestiere di chi è costretto a tradurre con impeccabile fedeltà le vane ciance di persone sconosciute.

Come i cani scodinzolano, così io, quando voglio fare amicizia con qualcuno, gli dico subito cose buffe per farlo ridere: “l’Alpenjäger” invece, quando scodinzolavo, mi guardava con occhi spenti, senza alterare in nulla la piega amara della bocca, che attribuivo all’insipienza delle mie battute, o forse all’ostilità per il libro e per il suo autore.
Giovane era giovane, e quindi, nella peggiore delle ipotesi, poteva essere nipote, solo nipote di qualche Gauleiter dell’Adriatische Küstenland. L’estrema improbabilità che la Casa Editrice del mio libro potesse avere scelto come mio interprete proprio il nipote di un nonno da incubo, costituisce una misura del mio delirio.


Non era biondo, meno male, ma i capelli neri e lisci, con la scriminatura, e rasati alti sulla nuca, generavano apprensione. Mi suscitava i peggiori sospetti il suo modo di vestire, patologicamente ordinato, con un completo grigio ferro dalle maniche troppo lunghe, i pantaloni troppo stirati, una camicia di qualità ma con il colletto troppo largo e una cravatta troppo scura per quell’abito. Mio Dio, quell’uomo era in bianco e nero come un documentario sul processo di Norimberga. Oppure invece si tratta di un involontario omaggio a Our Mutual Friend, il romanzo più disperato di Charles Dickens? Le ultime illusioni ottocentesche sulla missione progressiva della classe borghese sono definitivamente cadute. E anche il proletariato ne ha assunto le caratteristiche di ipocrisia e durezza…

 

Non ne sono sicuro, ma la mia allucinazione proiettava sul bavero di quella giacca una decorazione, credo pour le mérite, la massima onorificenza (fino al 1918!) del temibile esercito del Kaiser. Come possa essere stato travolto dal delirio razzista di attribuire a un giovanotto l’età per essere stato più di cent’anni prima decorato e ufficiale (lui era il mio interprete ufficiale), è un compito arduo che lascio agli psichiatri. Però batteva i tacchi, si inchinava con rigidità, e aveva sempre sul volto quella paralizzata espressione di disgusto per la parola umana. Disgusto per la mia parola?

Non sorrideva mai. Mai. Quando raccontavo in italiano qualcosa di divertente, nella sala della Literatur Haus o in quella della Freie Universität, vedevo i nobili volti tedeschi alla Luca Cranach dei miei ascoltatori, attenti ma ovviamente inerti di fronte alle incomprensibili mie parole in italiano, e con la coda dell’occhio sogguardavo con timore il mio interprete che, con la faccia di pietra di Buster Keaton, mi traduceva in tedesco senza alcuna intonazione.

 

Trasalivo tuttavia per la sorpresa allorquando il pubblico, in seguito alla trista versione germanica di una mia frase allegra, esplodeva in cordiali risate, faceva cenni di assenso, batteva le mani, si dava di gomito, oppure, all’Università, picchiava secondo il costume teutonico le nocche delle dita sulle tavolette dei banchi dell’aula. Non che la storia delle nocche sulle tavolette non mi procurasse a sua volta qualche palpitazione aggiuntiva, così come anche mi spaventavano un po’ le eleganti signore con i capelli argentati che, dopo le fredde parole dell’interprete, mi guardavano con la tenerezza che di solito si rivolge ai commoventi cuccioletti di fox terrier. Comunque il pubblico reagiva – avrei dovuto capirlo, questo, nella mia mente malata – reagiva, eccome, per la tipografica versione in caratteri gotici del mio implacabile interprete.

 

Che mi si è ripresentato, due anni dopo, con lo stesso vestito, lo stesso volto, per un altro ciclo di conferenze, sempre a Berlino, stringendomi la mano bruscamente, guardandomi negli occhi, credevo senza alcuna simpatia, e continuando con fedeltà professionale il suo tristissimo lavoro. Ormai avevo imparato in qualche modo a non sospettare più tanto di lui; mi ci ero assuefatto ma continuavo in segreto a temerlo, questo sì. Gli attribuivo, a quel ragazzo non invecchiato della Hitlerjugend, l’abilità germanica di tradurre le mie parole con lealtà nonostante l’abisso incolmabile che ci separava a causa delle sue atroci, intime e inconfessate, convinzioni.


Una mattina, l’ultima del mio ultimo tour a Berlino, mi chiamano dalla conciergerie del piccolo, elegante albergo del centro, sopravvissuto ai bombardamenti per miracolo e restaurato così com’era prima del 1944, con i suoi bovindo nelle stanze, le scale di legno ripide e amabilmente scricchiolanti, i pinnacoli sui tetti aguzzi di ardesia. Brrr. Mi chiamano per dirmi che c’è giù un giovanotto che mi attende nella hall. Scendo e, nell’istante in cui lo vedo, vedo che è lui, ma mi accorgo contemporaneamente del collasso di almeno una delle cagioni del mio grottesco equivoco: non indossa più il suo completo d’acciaio, si è messo invece in tenuta da tempo libero. Jeans, maglione, bomber e casco da motociclista. Tutto a colori.


Continua a non sorridere, il milite di qualche ala pacifista di qualche estremistica Fraktion. Non mostra alcun segno di cordialità, poggia il casco iridato su un tavolino e dal tascapane giallo canarino estrae un libro che mi consegna con un rigido gesto e la fredda frase da postino che non attende neppure la mancia: “Le ho portato qvesto pensando potesse interessarLe visitare Lei stesso i luoghi di cui qui si fa menzione”.
Il libro è “Topografia del terrore. Gestapo, SS e Reichssicherheitshauptamt sull’area “Prinz Albrecht” a Berlino”, una documentazione a cura di Reinhard Rurup, Verlag Willmuth Arenhovel. Adesso riposa sullo scaffale della mia biblioteca, quello solito, dedicato alla Shoah. Nel libro si spiegano non solo i crimini antichi della Gestapo, ma qualcosa di più strano e anche recente. Negli ultimi giorni di guerra, i nazisti attirarono sull’area Prinz Albrecht l’aviazione angloamericana allo scopo di far compiere a quei bombardieri la distruzione delle prove. Poi, subito dopo la guerra, in un empito di complici ira, vergogna e insania, l’intera area ormai in macerie venne spianata dai bulldozer.

 

Da allora, anno dopo anno, speleologi della Germania redenta si calano, con lampade di acetilene sul casco, negli abissi dei sotterranei per fotografare le celle, raccogliere prove archeologiche, documentare il passato che non passa. Perché non deve passare. Ma svanisce. Non però nel cuore del mio interprete tanto pieno, lo so troppo tardi, della sua indeterminabile empatia.
Raccolse il suo elmetto, si inchinò rigidamente, tentò di battere i tacchi che fecero “flop” perché calzava scarpe Nike, rosse, e se ne andò, prima che avessi il coraggio di esternargli il mio eterno rimorso del sospetto che lui ignorava, dato che mi amava.

Lo rincorsi per abbracciarlo sulla Meineckestrasse, ma vidi che la sua moto rombava ormai per curvare in velocità sulla Ku’damm. Nooo, non era una Zundap mimetizzata col sidecar, ma una Harley Davidson blu elettrico, piena di tasconi, viola, borchiati.
 

Roma, 24 marzo 2016 

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