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Un getto che trapassa i corpi e le anime

Mi sono seduto su una panchina nella piazza del municipio di Brunico. Una giornata nuvolosa, con brevi sprazzi di sole. Sono passati tre uomini, barcollavano tenendosi l’uno con l’altro, come tre vecchi ciocchi di una palizzata pericolante. Ho pensato a quanto tempo è passato dall’ultima volta che mi sono ubriacato all’ora di pranzo. Doveva essere molto tempo fa. Ho pensato che molte cose nella mia vita cominciano a essere successe molto tempo fa. Mi è venuta un’improvvisa voglia di bere, non perché avessi particolarmente sete – la passeggiata e i rari sprazzi di sole avevano contribuito solo un poco alla mia sete – ma per azzerare il contatore.

 

 

Dalla finestra vedo un pendio erboso, una casetta di legno che i proprietari del residence credo usino come legnaia. Al culmine del pendio inizia il bosco. Il bosco ricopre un ripido zoccolo che sorregge un grande ripiano inclinato. Qualche giorno fa ho percorso il sentiero che si inoltra nel bosco per raggiungere la torbiera. La torbiera si sviluppa su una vasta terrazza naturale affacciata sulle cime e sui ghiacciai nell’altro versante della valle. Il movimento lento dei ruscelli forma delle serpentine e dei minuscoli laghetti talmente trasparenti da sembrare fondi pietrosi incastonati in una teca. Non credo di aver mai visto nulla di più puro, salubre e fiabesco in natura. Considerato lo spettacolo ho immaginato che avrei incontrato decine di escursionisti. Invece non c’era nessuno. La torbiera riluceva in un ostinato silenzio rotto solo dal pigro scorrere dell’acqua nei torrenti. Gli umani trovano se stessi solo in funzione dell’appartenenza e del radicamento. L’identità diviene tale solo quando si è proprietà di qualcosa o di qualcuno. L’identità è sempre una costrizione. Ci sono uomini però che trovano se stessi al di là dell’appartenenza e del radicamento, uomini che sfuggono i legami, la loro terra, perfino il loro nome, per scovare la propria identità al di là di tutto. Questa forma di identità è per forza sfuggente, dura poco, brevi attimi, istanti inseguiti al prezzo di tormenti indicibili. Nella torbiera per un attimo ho trovato uno dei tanti, irreperibili me stesso. È durato poco. Un istante. Non sono riuscito a trattenerlo, come succede quando al risveglio ci si sforza in tutti i modi di rientrare in un sogno, o quando ci si ostina a voler scorgere una forma perfetta in una nuvola che il vento ha già mutato. Chissà quanto tempo dovrà passare prima che ne trovi un altro.

 

Martedì sono uscito di buon mattino e ho attraversato la valle del Vento diretto al ghiacciaio del Pizzo Rosso. I nomi dei posti da queste parti sono bellissimi. Arrivato a ridosso del ghiacciaio mi sono fermato in riva a un ruscello, mi sono tolto gli scarponi e ho immerso i piedi nell’acqua gelata. Il sole picchiava forte, mi sono coperto la testa e mi sono guardato intorno. A parte me, c’era solo una grossa marmotta dal pelo rossiccio. Mi ha fissato per qualche secondo con un’espressione dolce e incuriosita, poi si è inabissata in una cavità sotto la roccia.

 

 

In questi boschi c’è l’ingresso a un’antica miniera di rame. La galleria si chiama St. Nikolaus. Lo scavo della galleria iniziò nel 1611. Diverse generazioni di minatori lavorarono per ottantasette anni con martello e scalpello prima di raggiungere il giacimento a un chilometro di profondità. Mentre camminavo a ritroso nel bosco lungo il sentiero che mi avrebbe riportato al residence pensavo a questo dato matematico. Ottantasette anni spesi a scavare la roccia. C’è un tempo sovraumano che travalica le vite degli individui, una massa di uomini che decide di impegnare questo tempo per una fatica di cui non vedranno il risultato. Mi ritengo una persona dotata di una qualità: la tenacia. Ma se provo a pensare a questa qualità, la immagino come una pozione, un siero che si è instillato senza alcuna ragione apparente nella mia carne, nel mio sangue e nei miei sentimenti. Non riesco a immaginare la pozione al di fuori di me come un’energia condivisa e spartita con altri uomini come me. Non riesco a immaginare che la mia tenacia sia la minima parte di una quantità di siero che entra ed esce nella carne, nel sangue e nei sentimenti di altri individui. Non riesco a immaginare che questa qualità dell’essere non sia conclusa in me, che la tenacia di un altro non sia di un’altra specie, diversa dalla mia. Eppure la storia dei minatori di St. Nikolaus mi dice che la forza non è singolare, è un getto che trapassa i corpi e le anime, e lega gli uomini in una catena indissolubile. Ma mi dice anche che gli uomini tendono a dare via le loro vite in cambio di poco e niente. A ogni modo, al ritorno ho incontrato un anziano che mi ha chiesto qualcosa in tedesco. Sulle prime non ho capito. Poi ho capito che mi stava chiedendo se cercavo da bere. Era l’ora di pranzo.

 

Il fronte del bosco mi mette soggezione. In certi momenti mi ricorda una parata di insorti, in altri una popolosa famiglia del secolo scorso in posa per una foto ricordo, quando la luce è dolce è l’opera di un pittore in vena di classicismo idillico, quando piove un esercito di altissimi barbari all’assalto.

 

 

 

Sono di sosta nei pressi di una malga diroccata. La malga è composta da due edifici, uno dei due anticamente era la stalla. La malga ha tutta l’aria di essere abbandonata da tempo, in alcuni punti il tetto è crollato. Tra le assi di legno gonfie, divelte, annerite, filtra la luce. Attraverso gli squarci nella struttura si riesce a scorgere il panorama alpino che si schiude dall’altra parte. Mi incanta soprattutto il vetro superstite di una finestra. È un vetro traslucido, quasi bianco, sul quale si specchia il magnifico alpeggio circostante. Se mi avvicino, il mio volto riflesso sembra quello di un malgaro dei primi del Novecento ritratto in una vecchia foto opacizzata. A pochi passi dalla malga, su uno sperone che domina la valle sottostante, c’è una panchina con un crocifisso. La croce è composta da due semplici assi inchiodate. L’antica velatura dorata che ricopriva originariamente il corpo del Cristo è scrostata, rimane a vista una superficie esangue, grigia, quasi azzurrina, il perfetto pallore di un cadavere. Sono completamente solo, a duemila metri di altitudine, lontano da tutto. Il mio tempo, la mia estate, la mia contemporaneità, la mia esistenza, il mondo sovvertito da cui provengo, tutto mi sembra così vertiginosamente astratto, distante, fioco e indefinito. Mi aggiro come un fantasma in questo luogo che assomiglia alla scolatura di un tempo estinto. Mi viene in mente una frase che ho letto pochi mesi fa in La montagna incantata, un passaggio in cui Thomas Mann definisce la vita “un segreto e sensibile agitarsi nel casto gelo del tutto”.

 

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