Un italiano vero

La prima cosa che mi è risuonata in testa, riflesso pavloviano, appena ho letto il titolo dell’ultimo libro di Giuseppe Antonelli Un italiano vero è stato il refrain di una canzoncina di molti anni fa di un cantante di cui, lì per lì, non ricordavo il nome:

Lasciatemi cantare
Con la chitarra in mano
Lasciatemi cantare
Una canzone piano piano
Lasciatemi cantare
Perché ne sono fiero
Sono un italiano
Un italiano vero

 

Ma oltre al nome del cantante non ricordavo neppure un solo verso delle strofe che di sicuro dovevano esserci dopo il ritornello. Perché mai quel cantante doveva essere “fiero” di essere un “italiano vero”? Per fortuna ora basta andare in rete e si trova, oltre al testo integrale, che il cantante è Toto Cutugno, la canzone è del 1983, scritta con il paroliere Cristiano Minellono espressamente per Adriano Celentano, che però si rifiutò di cantarla a Sanremo. La canzone, interpretata da Cutugno, fu un successo e vendette milioni di dischi in Italia e all’estero. Ecco alcuni dei motivi per cui secondo le strofe della canzone si dovrebbe essere fieri di essere italiani: “gli spaghetti al dente, un partigiano come Presidente, l'autoradio sempre nella mano destra, un canarino sopra la finestra, i suoi artisti, le canzoni, con amore, con il cuore, con più donne sempre meno suore, la crema da barba alla menta, un vestito gessato sul blu, la moviola la domenica in TV, il caffè ristretto, le calze nuove nel primo cassetto, la bandiera in tintoria, six hundred giù di carrozzeria”. 

 

 

Viene da sorridere a leggere l’elenco cutugnano delle peculiarità del vero italiano: un sorriso pieno di simpatia per il presidente Pertini, un sorriso più perplesso per le donne meno suore e le bandiere in tintoria, un sorriso crepuscolare per la crema da barba alla menta o la 600 FIAT sgangherata. Ma forse qualunque elenco sarebbe altrettanto risibile, probabilmente perché la domanda stessa, “chi è un italiano vero?”, è insensata e non ammetterebbe che risposte banali, nella peggiore delle ipotesi stereotipate, oppure fondate soltanto su una narrazione che vuole costruire un’identità che esiste però solo in quel racconto, fatto per compiacere qualcuno. 

 

Da un cantante d'altronde non ci si aspetta un trattato sull’identità nazionale. Sarà eventualmente compito di sociologi, antropologi, storici ecc. definire le caratteristiche di un popolo, se esistono. 

Nella storia italiana in particolare, un ruolo non secondario nella narrazione identitaria è stato giocato dalla lingua; una lingua letteraria, alla ricerca di modelli normativi sin dal Cinquecento, e riservata a pochi, pochissimi, per tanti secoli; una lingua finalmente parlata e compresa da quasi tutti solo nel secondo Novecento, ma sempre alla ricerca di una sua definizione normativa, di una grammatica precisa, come se in quella lingua definitiva stesse una caratteristica fondativa della nazione. Lo abbiamo studiato a scuola. E ce lo ricorda Giuseppe Antonelli quando parla del “bisogno di grammatica mostrato dagli italiani negli ultimi decenni: della diffusissima curiosità, ma anche “lealtà” (come l’ha chiamata Luca Serianni) nei confronti della propria lingua, percepita come un riferimento identitario fondamentale e per questo idealizzata nel nome di un astratto – e astrattamente immutabile – ordine normativo” (p.32). 

Ma esiste questo italiano (inteso qui come lingua) vero? Meglio chiedere a chi queste cose le studia seriamente e lasciar perdere i cantanti. Non ha dubbi Antonelli, che pur intendendosene di testi di cantautori (Ma cosa vuoi che sia una canzone. Mezzo secolo di italiano cantato, il Mulino, 2010) è un raffinato e serio studioso di linguistica italiana e un ottimo divulgatore (conduttore della splendida trasmissione radiofonica “la lingua batte”): “L’italiano perfetto non esiste, e non è mai esistito.

 

L’italiano continua a cambiare: cambia il nostro modo di usarlo, perché cambia il mondo in cui lo usiamo. Ma conoscere, studiare, usare meglio la nostra lingua resta una forma tutt’altro che banale di rispetto per l’ambiente” (p. 16). Nell’ambiente ci siamo sempre, e non potrebbe essere altrimenti. Lo diamo per scontato. Così è per la lingua. Viviamo con lei, e siamo quel che siamo anche grazie alla lingua che parliamo. Ma come spesso trascuriamo o maltrattiamo l’ambiente e la natura, o non ne traiamo i vantaggi che ci potrebbe offrire, così facciamo con la lingua. Forse un po’ di ecologia del linguaggio non farebbe male. Antonelli, in un libro godibilissimo dalla prima all’ultima pagina, ci invita in primo luogo a usare la lingua con un po’ di consapevolezza in più (il che non è poco), partendo proprio dalla messa in discussione dei luoghi comuni sul linguaggio. Luogo comune è “che la lingua si corrompe di anno in anno”, “che la televisione insegna un italiano scorretto e semplificato”, che “il congiuntivo è morto” (p. 236). Luogo comune è che l’italiano è “ormai un dialetto dell’inglese”, anche se studi specifici affermano che la presenza di anglicismi è del 2%, inferiore alla presenza di francesismi a fine settecento, e che la loro è una presenza avvertita più che reale, anche per via dell’amplificazione che questi termini hanno nei mezzi di comunicazione di massa. Luogo comune è che le traduzioni, soprattutto dei best seller inglesi, siano veicolo di un impoverimento o imbarbarimento della lingua. “Negli ultimi tempi – scrive Antonelli - la politica editoriale più diffusa sembra essere quella opposta: un antidoping mirante a normalizzare, grammaticalizzare, riportare all’ordine anche i testi narrativi… Il rischio è di ritornare a quella lingua letteraria leziosa e artefatta che Tullio De Mauro chiamava ‘la lingua parruccona’” (pp. 96-97). Acquisire consapevolezza della complessità di un problema significa innanzi tutto interrogarsi sui luoghi comuni, dubitare delle frasi fatte e evitare di mitizzare i bei tempi passati (un tempo sì che sapevamo scrivere, un tempo sì che sapevamo parlare…). 

 

Un italiano vero è la ricomposizione, in un discorso fluido e organico, di una serie di articoli pubblicati in gran parte su quotidiani: sono piccoli saggi, spesso con divertenti riferimenti all’esperienza personale, a volte piccoli personal essay, che ricordano, per freschezza e acume, le spesso citate Bustine di Minerva di Umberto Eco. Con l’andatura di un vagabondare leggero e divertito nel mondo della lingua, ci fanno vedere da angolature nuove il nostro ambiente linguistico al quale siamo spesso assuefatti. 

La consapevolezza del nostro reale rapporto con la lingua italiana può iniziare dalla fine del libro, dove Antonelli presenta una serie di agili test che ci spingono a verificare da soli (senza paura della matita rossa e blu del professore) che competenza lessicale, grammaticale, stilistica abbiamo; se sappiamo che cosa significa “avito”, “fanfaluca” o “zazzera”; se sappiamo ordinare in modo cronologico dieci passi di prosa scritti fra il XI e il XXI secolo; oppure se siamo in grado di abbinare 15 autori italiani contemporanei a 15 passi tratti da loro racconti. Sono esercizi che possiamo fare in solitaria, senza che nessuno si scandalizzi se sbagliamo (i libri, grazie a Dio, si possono ancora leggere da soli) con tanto di correttore e spiegazione. 

 

Oppure si può procedere in modo più ortodosso, con i saggi della prima parte “La lingua siamo noi: Parlare, scrivere, digitare”, della seconda “Italiano: piccola accademia d’arte grammatica”, della terza “E-taliano: Dimmi come posti e ti dirò chi sei”. In questo vagabondare fra norme grammaticali e nuove abitudini linguistiche dovute anche ai nuovi mezzi che usiamo, sono tante le sollecitazioni per riflettere su quello che facciamo parlando e scrivendo tutti i giorni. Pagine interessanti sono dedicate alla comparsa nei dizionari italiani di termini regionali come il siciliano “pizzino”, il settentrionale “ciulare”, il romanesco “sbroccare”, accanto ad acquisizioni da lingue straniere, e che la “glocalizzazione linguistica” pende in questo momento molto più verso il locale che verso il globale” (p. 27); oppure ai velocissimi cambiamenti nei modi di comunicare per cui le e-mail sono ormai cose del secolo sorso, le abbreviazioni negli SMS (K per ch e X per…) sono usate ormai solo dai bambini (e gli adulti che le usano fanno la figura dei deficienti), spodestati da una scrittura geroglifica fatta di emoticon ed emoji. Passi ci mettono in guardia sulla differenza fra un italiano popolare e un italiano populista, sulla perdita di significato delle forme idiomatiche, sull’uso, abuso, disuso dei segni di interpunzione, oppure sulla maledizione degli acronimi: dall’ingenuo TVB per Ti Voglio Bene, a quelli più preoccupanti come IMU, ICI, IVA, ISIS, DAESH o agli ossessivi, per chi si occupa di istruzione, Sua-Rd, Ava, Pqa, Psa, Vqr (per chi non è del mestiere e vuole capirne di più rimando alle pagine belle e intelligenti del libro di Federico Bertoni nel suo Universitaly, la cultura in scatola, Laterza, 2016). Antonelli ci ricorda che “tutti noi ci troviamo – nostro malgrado – a vivere nell’acronimato” (p.47). Ribellarsi sarebbe giusto; e tanto più efficace sarà la ribellione quanto più avremo gli strumenti per decifrare la nostra lingua.

 

Chissà dove Giorgio Gaber avrebbe messo la grammatica? In certi anni insegnare la grammatica, come imparare le poesie a memoria, sembrava di destra; essere creativi senza vincoli sembrava di sinistra. Poi le cose, per fortuna, sono cambiate. Credo che Gaber, se avesse dedicato nella sua canzone Destra-sinistra uno spazio alla lingua, avrebbe condiviso la tesi di Antonelli: “La grammatica non è né di destra né di sinistra. La grammatica cambia nel tempo, certo, visto che anche la lingua della miglior lana non è mai né pura né vergine. Quindi l’atteggiamento dei puristi non è condivisibile. Questo però non vuol dire che non esiste una norma linguistica. ‘In ogni linguaggio’ – scriveva Antonio Gramsci nei suoi Quaderni dal carcere – esiste ‘di fatto, cioè anche se non scritta, una grammatica normativa costituita dal controllo reciproco, dall’insegnamento reciproco, dalla censura reciproca’. Più che dovere, la grammatica è un diritto. Perché non è un insieme astratto di regole polverose, ma uno strumento sociale: un mezzo dinamico, decisivo per l’appartenenza a una comunità e per la costruzione di una cittadinanza consapevole” (p. 42).  

 

Giuseppe Antonelli, Un italiano vero. La lingua in cui viviamo, Rizzoli, 2016, pp. 262, Euro 18.

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