Una happy family di pixel è per sempre

Molto più difficile far ridere che far piangere; ovvio, la tragedia ha la sua funzione catartica nel lettore o spettatore, ma quante serie tv recentemente ci hanno riempito di cupe angosce? Il nuovo filone tedesco è andato su e giù tra spazio e tempo: Dark per tre stagioni ci ha storditi avanti e indré a saltelli di 33 anni (uno dei numeri magici esoterici), su su fino all’Ottocento, poi ci ha piazzato una fine del mondo elettromagnetica, e Tizio che a 99 anni ammazza il sé trentatreenne, e Caio giovanotto che incontra il sé coetaneo Sempronio di un mondo parallelo shiftato di un anno eccetera. Capostipite di queste montagne russe dei paradossi è stato certamente Lost, ideato da J.J. Abrams, dove si rideva francamente poco, pure lì. In Dark, sino allo struggente episodio finale: cavernose sette che cospirano dall’alba dei tempi per imporre o Adamo o Eva e porre fine al loop di nascite e morti, amori straziati dal congedo dell’amante che se ne va all’improvviso con la macchina del tempo e poi ti riappare tutto vecchissimo e ci rimani un po’ spaesato, perché era più carino da giovane… 

 

Poi Hausen: plumbeo horror di immanente angoscia: il condominio sfigato tipo Berlino Est pre-1989, dove mai si vede un raggio di sole, dove cola solo il blob che si nutre del dolore dei residenti, e bambini sperduti, neonati frignanti dai condotti dell’aria…

Chiaro: siamo segregati anche nella mente dalla paura del contagio da più di un anno, e arrivano le prime produzioni con le mascherine chirurgiche anche fuori E.R.; soprattutto aumentano angoscia, depressione, trappole psicotiche, deliri, e dialoghetti con le mamme morte arrostite in suicidi atroci.

 

Così, ancora una volta, ci dichiariamo sudditi dell’entertainment americano: Sì, loro sanno ridere! Sono spensierati! Sono resilienti! Perseveranti! Non mollano mai! Sono zeppi di supereroi dei fumetti che se ci muoiono alla fine di una storia riescono a risorgere sempre all’inizio della successiva! Dai primi minuti di WandaVision arriva una boccata di surreale joie de vivre. Anche qui ormai è di default lo spaesamento: non aspettatevi più serie tv realistiche, senza eccessi, con tutte le vostre logiche linee del tempo presente/flashback; eh no! Ormai il flashforward, e gli ingoi in buchi spazio-temporali, e le rappresentazioni elettromagnetiche non ci lasciano più tranquilli, ma si comincia ridendo! Il monitor si rimpicciolisce in 4:3, c’è il bianco e nero, e due lieti sposini anni Cinquanta giungono in un gaio sobborgo del New Jersey anni Cinquanta, con canzoncina che celebra il loro “vissero e felici e contenti” declinato non secondo lo storytelling delle fiabe (finiscono bene per sempre) ma secondo quello dell’ideologia piccolo borghese e consumistica del boom Usa dopo la WWII: si comincia bene per sempre!

 

Il marito possente in impeccabile abito da impiegato prende tra le braccia la splendida mogliettina proto-Barbie, sale i fatidici tre scalini della villetta residenziale piano terra/cantina/soffitta et voilà, comincia la pullulante gioia coniugale, tutta cuoricini sul calendario, e manicaretti di lei mentre lui sta per tornare dall’ufficio; e poi ovviamente arrivano i marmocchi, che rugnano e cacano in continuazione ma tutto in breve si aggiusterà arrivando alle prime colazioni del Mulino Bianco stelle e strisce, con pancake e sciroppo d’acero… Ah, la happy family sprizza buonumore anche se è ancora in b/n, e che battute brillanti! Che simpatici! La situation comedy è proprio il format perfetto inventato dalla prima tv per quel sogno perfetto, quella illusione ideologica che ha sepolto vive milioni di donne nella casalinghitudine materna per ulteriore mezzo secolo.

 

La piattaforma Disney+ non è arrivata da molto nell’agone del consumo on-demand, ma nell’anno della pandemia ha cominciato a pompare alla grande, dando un gran fastidio a Sky, Netflix, Amazon Prime Tv; con Pixar incastonata da tempo, la rivelazione di The Mandalorian ha costretto i sempre più poveri fan del genere a sborsare ulteriori 8,99 € mensili, ben rimborsati dalla strage di prime colazioni al bar e aperitivi in enoteca dell’era Covid-19.

Come per Mandalorian, ecco la nuova generazione delle registe, che sta finalmente strappando i primi Emmy, e Golden Globe, in rapido avvicinamento agli Oscar, che sbaraglia anche nella complex tv Usa: WandaVision è firmato dalla writer Jac Schaeffer (tra le sceneggiatrici del film Captain Marvel, fan di Lost e Russian Doll, sceneggiatrice dell’imminente Marvel movie Black Widow con Scarlett Johansson nei panni del personaggio di Natasha Romanoff); giovane, intelligentissima, riesce come tante registe a iniettare nella impeccabile tecnica un sentire molto più complesso e contraddittorio, che è perfetto per attanagliare in coattivi binge watching. Non capite le donne? Vi sembrano provenire dal pianeta Venere mentre voi continuate a grugnire dal pianeta Marte? Non preoccupatevi!

 

 

Tutti i nuovi personaggi femminili saranno complessi, interessanti e inafferrabili come le vostre partner! Per bilanciare lo yin con un po’ di yang action-movie, e scazzottate & super esplosioni necessarie in un Marvel, c’è un regista maschio, Matt Shakman, che ha diretto nel 2017 due episodi di Game of Thrones. Il full cast è spaventosamente vasto: apre un battaglione di sceneggiatori per i diversi nove episodi, e uno dei tratti stordenti in WandaVision è che tra assaggio dell’episodio, e poi lunghissima sigla con titoli di testa, recap, finte spassose pubblicità d’epoca, interminabili titoli di coda con centinaia di truppe creative, non balzabile, a volte sì e a volte no ti si omaggia pure una sequenza post-credits, e magari due!

Insomma, non potrete alzarvi più dal divano neanche per un bicchier d’acqua o una pipì, se non mettete in pausa non capirete più nulla già alla fine del primo episodio!

 

Il virtuosismo di Jac Schaeffer nel ricostruire cloni di celebri sit-com che hanno segnato decenni è magistrale: episodio 1 anni Cinquanta, episodio 2 anni Sessanta, episodio 3 anni Settanta… Kevin Fage, il giovane presidente dei Marvel Studios, ha dichiarato annunciando la grande uscita: «Abbiamo deciso di realizzare una serie molto completa e soddisfacente. Ma con un'entità come il M.C.U., non si sa mai». Già, M C.U., Marvel Comics Universe. Potete cominciare a vedere WandaVision come comuni mortali, godere lo scorrere estetico delle epoche, degli arredamenti, dei costumi, del cinguettare tra i coniugi (sempre più allusivamente erotico mentre passano i decenni, sino alla nevrosi scombinata e alla confessione psicoterapeutica guardando dritti in fotocamera del clone di Modern Family), ma presto dovrete studiare; con l’Universo Marvel Comics non si scherza: quello è il gemello Quicksilver e forse i gemelli sono figli segreti di Magneto, e lei è sì Wanda ma in realtà è Scarlet Witch che dai tempi di Salem si arrostisce con Agatha Harkness, e lui è Vision, ma il primo Vision, perché il cattivone a capo della S.W.O.R.D. ne ha fatto un altro tutto chiaro che lo riempie di pugni, e poi e poi… Arrangiatevi! Da metà serie in avanti senza alcuni CFU in M.C.U. sarete nei guai.

 

 

Cos’è che progressivamente trasuda da WandaVision con piccoli disturbi video, impercettibili fuori-campo, rewind fulminei, sfarfallamenti di arredi? La maledetta storia di dolore per una ineluttabile perdita! Non posso esagerare con gli spoiler, ma ecco l’autrice donna! Ecco il personaggio femminile che ha creato con i suoi superpoteri telepatici e telecinetici eccetera un gigantesco delirio elettromagnetico di felicità coniugale e famigliare stroncata dalla prematura morte del partner! Tutto ruota intorno a grief and loss: divorziati? Abbandonati? Vedovi? Orfani? Non temete, create il vostro pallone da tennis invernale alla Truman Show, e rifatevi una vita meravigliosa!

 

Jac Schaeffer ha dichiarato a Dave Itzkoff del “New York Times” il 10 marzo 2021: «Nella writer’s room abbiamo avuto conversazioni intense su lutto e perdita. Abbiamo chiesto a un terapeuta del lutto di venire a parlarci. La struttura dello spettacolo è stata mappata sulle fasi del dolore». Dopo che tutto esplode e va in pezzi, nella seconda post-credits scene come in ogni prodotto M.C.U. c’è l’artiglio per la nuova storia che verrà: «Non posso dire molto. Quello che posso dire è che amo la dualità di questo personaggio. Amo la reale Wanda, seduta in veranda a prepararsi una tazza di tè, a rimuginare e riflettere nel cuore di una foresta. E amo la superdonna nella stanza sul retro che stregoneggia poteri astrali». Wanda è interpretata da una stupendissima Elizabeth Olsen, e Vision da uno strepitoso Paul Bettany, e la morale della favola, parola ancora di Jac Schaeffer, è la seguente: "Cos'è il dolore se non l'amore che sopravvive?".

 

 

Per finire, non c’è Marvel Comics Universe senza un bel po' di trivia: il direttore della fotografia Jess Hall ha utilizzato 47 diversi obiettivi per fotocamere per i sette periodi storici ricreati in WandaVision. Le luci al tungsteno sono state utilizzate nelle riprese degli episodi degli anni '50 -'70, poiché erano comunemente utilizzate nella produzione in quel periodo. La luce a LED è stata utilizzata per scene raffiguranti l'era moderna; la serie è ispirata a varie storie della Marvel Comics: The Vision and the Scarlet Witch (due serie degli anni '80), House of M (una serie del 2005) e la serie del 2016 The Vision (Vision si ritira in una vita suburbana e crea una famiglia synthezoid); lo show utilizza più proporzioni del monitor che cambiano più volte negli episodi. Gli anni '50 -'70 sono incorniciati in 4:3 per ridare la sensazione squadrata dei primi televisori. Gli episodi anni '80 e '10 sono in full frame 16:9 widescreen; il budget per ogni episodio è salito a $ 25 milioni, il che la rende la serie televisiva più costosa della storia; i principali omaggi a sitcom epocali? The Dick Van Dyke Show (1961), Vita da strega (1964), La famiglia Brady (1969), Casa Keaton (1982), Malcolm (2000) e Modern Family (2009). 

To be continued…

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