Virginia Woolf e Vita Sackville-West

Meno male ci sono state Virginia e Vita. Meno male hanno avuto un’esistenza pubblica, grazie a un livello di snobismo talmente estremo da risultare oggi pressoché insultante. Meno male si sono accoppiate, non certo come fosse un gesto normale, ma al contrario una gioia riservata a pochi esseri che si ritenevano intellettualmente superiori. Né borghesucci dalle vedute ristrette, né perverse creature ai margini della società. Ma divini cervelli che avevano pur sempre un corpo. Meno male, soprattutto, che non si sono limitate ad accoppiarsi, con quel corpo, ma lo hanno anche scritto. Con quel cervello. Lasciandone traccia per i posteri: altrimenti come avremmo fatto? Noi, dico, povere lesbiche che siamo venute dopo. 

 

Per questo dobbiamo ringraziare Vita e Virginia. Per aver scelto, circa un secolo fa, di diventare un’immagine: «Da qualche parte ho visto una pallina che continuava a saltare su e giù sul getto di una fontana: tu sei la fontana, io la pallina». Così scrive Virginia Woolf in una lettera a Vita Sackville-West del 7 ottobre 1928, concludendo: «È una sensazione che mi dai solo tu». L’immagine della pallina che salta su e giù, spinta a essere viva dal mobile getto della fontana è irresistibile. Da qualche parte abbiamo continuato a vederla, lungo tutto il secolo, quell’immagine liberatoria: con il sollievo che solo la rappresentazione può offrire. Il dire, che talvolta sostituisce il vivere. Ma in altri fortunati casi lo accompagna, andando a braccetto con lui.

 

Vita lo dice subito, che la vera sfida «non è certo il racconto, ma la lettera». Le due sono entrambe scrittrici, Virginia pubblica i libri di Vita con la sua casa editrice Hogarth Press, si leggono a vicenda. Ma Vita intuisce che nella scrittura epistolare si gioca per loro la sfida più alta e difficile. Nelle lettere saranno chiamate a dar prova del loro valore, perché nelle lettere dovranno sapersi rappresentare l’una rispetto all’altra. Trasformarsi in un’immagine, esprimendo il piacere della pallina che comincia a volteggiare sull’acqua: quanto mi piace scriverti, quanto mi piace vederti. Questo sarà il leitmotiv del mitico epistolario che conta più di cinquecento lettere, scritte tra il 1922 e il 1941, di cui in italiano si può leggere una notevole antologia tradotta da Sara De Simone e Nadia Fusini (Scrivi sempre a mezzanotte. Lettere d’amore e desiderio, a cura di Elena Munafò, con un saggio di Nadia Fusini, Roma, Donzelli, 2019). 

 

Qualcuno sosterrà che quel piacere vada ben oltre il genere delle due protagoniste, per assumere la fluida evidenza di ogni storia d’amore e di sesso che si rispetti. Potrebbe essere così, in un improbabile afflato comunitario: ma anche no. Perché non lasciare quel piacere nella parte in cui si trova? Che non è la parte di tutti. Il carteggio resta il documento eccezionale di un amore eccezionale. Eccezionale, dal punto di vista letterario, per la caratura fuori norma delle corrispondenti; eccezionale, dal punto di vista erotico e sentimentale, perché si tratta di due donne. Lasciamo a questo carteggio il ruolo di pietra miliare nella rappresentazione di un amore fino a quel momento irrapresentabile, o per lo meno molto scarsamente rappresentato, dal punto di vista di chi lo viveva. Anche se si potrà obiettare che quel ruolo non sarebbe piaciuto alle protagoniste, che tutto erano fuorché militanti omosessuali. «Del resto, in tutta Londra», scrive l’ironicissima Virginia, «solo a te e a me piace essere sposate». Ma l’obiezione non regge di fronte all’evidenza del fortunato concorso storico di due circostanze prima impensabili: ci sono voluti almeno due secoli di allenamento alla scrittura e alla gloria letteraria femminile, in Inghilterra, per avere una Virginia Woolf; ci voleva il Novecento e la liquidazione dal giogo del vittorianesimo per produrre due intellettuali di quella fatta, un’aristocratica e una borghese, che si trovassero moralmente disinibite a qualche chilometro di distanza. 

 

 

Quei chilometri furono bruciati subito. Senza tentennamenti né pregiudizi: ciò che manca totalmente in questo carteggio, infatti, è il senso dello scandalo e della provocazione. Siamo lontanissimi da ogni militanza, ma anche da qualsiasi frizione sociale intorno a un accoppiamento ritenuto dai più contro natura. Innanzitutto perché i mariti erano consenzienti e probabilmente fieri di mogli tanto anticonvenzionali, come la maggior parte dei loro amici e conoscenti. Poi perché le due se ne infischiavano della natura: per quanto Vita viaggiasse incessantemente alla ricerca di paesaggi esotici e abbia dedicato interi poemi georgici al suo giardino, stiamo parlando di donne pervase da un solo principio, quello culturale. La natura per loro coincide con la cultura, dentro la quale sono immerse fino al collo. Proprio per il miracoloso concorso delle due circostanze a cui si accennava prima, che ha permesso loro di uscire dall’ombra dell’insignificanza intellettuale, sfuggendo in tal modo alle costrizioni morali e sessuali dominanti. Grazie a questo superiore lasciapassare non hanno bisogno di combattere, né di giustificarsi per ciò che stanno facendo: né più né meno come gli antichi scrittori greci, quando vivono e parlano placidamente delle loro congiunzioni omoerotiche. 

 

Lasciamo, dunque, che questo carteggio rimanga avvolto nell’aura che circonda i primi dagherrotipi della storia della fotografia o le pellicole dei primi film muti della storia del cinema. Un’aura da esordio metafisico, come qualcosa che irrompa fuori dalle nebbie con un’evidenza tremula ma abbacinante. Senza appiattirlo nel can can dell’amore uguale per tutti, lasciamogli i suoi diritti al monumento. Le donne non vengono mai monumentalizzate, nel senso positivo che gli uomini riservano alla loro illustre statuaria, a causa della grazia leggera ed effimera che viene sempre a loro attribuita. Ma qui siamo di fronte a due pesi massimi: ci dovremmo inchinare di fronte alla loro pesantezza. La densità delle loro parole, l’impudicizia del loro snobismo, la verticalità della loro passione fuori norma. Tutto contribuisce al monumento: perché la pallina è leggera, ma dietro ci vuole una fontana massiccia e articolata. La pallina rimbalza dall’una all’altra corrispondente, come le parole che si scambiano, ma dietro ci vuole il solenne disegno delle loro menti complesse. E talvolta disperate. Nel gioco tra queste due istanze, l’inconsistenza dell’acqua che scorre e il monumento che la incornicia, sta l’impronta memorabile dell’immagine usata da Virginia per rappresentare le speciali virtù del loro incontro.

 

La cifra del carteggio oscilla, come le sue due protagoniste, tra l’angoscia e l’ilarità. Conviene rileggere queste pagine a chi si figuri Virginia Woolf come la diafana creatura immortalata seriosamente dalle fotografie, per sempre malinconica e già pronta al suicidio con le pietre in tasca. Per scoprire quanto scoppiettante fosse invece la sua personalità, a tratti bambinesca e sempre dedita all’ironia come risorsa suprema dell’intelligenza. Ma anche come la strada maestra per raggiungere l’altra. Divertirla. Sedurla. Le due si inseguono in punta di penna, talvolta sprofondano in abissi di paralisi e tormento, ma subito dopo agilmente ne escono fuori per ricominciare a far correre il pensiero. La velocità della vita moderna è il cuore pulsante del carteggio. Questo spreco del tempo a capofitto: Vita che si stordisce con i viaggi sempre più esotici, sempre più lontani, Virginia che si annega nella vacua mondanità del gruppo di amici che la circonda, attirandola e insieme disgustandola. Entrambe perseguitate dal senso di spreco e di colpa di non avere scritto abbastanza, né sufficientemente bene. Di aver dissipato, insomma, il loro talento in mezzo al ritmo vorticoso del mondo contemporaneo di cui sono perfette figlie. «Lo stile è una cosa molto semplice: è ritmo», scrive Virginia in una celebre lettera del 16 marzo 1926, «Una volta preso il ritmo, non puoi mai usare parole sbagliate». Ma afferrarlo è come cercare di tagliare la testa alla Medusa, per sfuggire allo sguardo paralizzante del quotidiano, che ci usura e devitalizza: «D’altra parte è già passata quasi tutta la mattina e sono ancora qui seduta con idee, immagini, che mi si affollano nella mente, e non posso liberarmene, perché non trovo il ritmo giusto».

 

 

Scrivimi tanto, scrivimi più che puoi: «Per favore, carissima, una bella lettera lunga». Il tema della lunghezza è un altro aspetto centrale del carteggio. Relativo, ancora una volta, a ciò che ci aspettiamo quando pensiamo a un monumento. Qui c’è troppa fame, troppa impazienza reciproca per accontentarsi di briciole o parole al contagocce. La pallina ha bisogno di moltissimo da parte di chi si è presa la briga di farla muovere sull’acqua. Ha bisogno di tutto. Non sopravvive alle mezze misure. Da questo punto di vista, le due corrispondenti sono formidabili. Non si risparmiano in nessun modo, dandosi completamente, lungamente, monumentalmente: nessuna delle due resta indietro all’altra, in questa gara alla totale resa di loro stesse. Nel doppio significato di arrendersi alla corrente di chi ti desidera e di rendersi conto, proprio in quel momento, di chi siamo. «Quello che sono dimmelo tu», scrive ancora Virginia, «Scrivi, cara Vita, le lettere che pensi mentalmente in treno. Risponderò a tutte». Tu dammi tutto, io non sarò da meno. Grazie alla scrittura, uscirai dalla tua mente per entrare nella mia. E io farò altrettanto, lasciando così un segno del nostro passaggio sulla terra.

 

Segno, ritmo, tempo. A questo punto dovremmo chiederci se il carteggio riesce a rallentarlo, il perfido tempo che sfugge, oppure lo fa scorrere ancora più rapidamente? Torniamo alla fontana e alla pallina. Si può dire che la pallina stia ferma perché l’acqua la tiene in continuo movimento. Questo è il ritmo giusto di cui parlava Virginia. Il falso movimento dell’immaginazione, il paradosso della scrittura che ci sospinge nel vuoto. Lasciare un segno dentro al proprio tempo, trovare il ritmo che gli si addice per non essere subito cancellato: questa è l’ambizione insieme letteraria e amorosa del carteggio tra Vita Sackville-West e Virginia Woolf. Ciò che ne fa un monumento. «È dura ricordarsi di essere solo una pagliuzza che scivola giù nel tubo di scarico», riflette Vita in una lettera dell’8 gennaio 1926 che finisce così: «Ah, mia cara, devo andare. Uffa». Deve andare perché la vita preme intorno, perché «è diventata una snob planetaria, ubriaca di viaggi», perché sta per partire per la Persia, perché si è appena fatta un vaccino che le prude e non sa cosa darebbe «per una bella grattata». Ma tornerà, per infilzare insieme a Virginia il perfido tempo che fugge. Nel modo che solo loro sanno, il segreto del falso movimento che Virginia stessa rivela in una lettera di un mese dopo: «Penso tanto al tuo viaggio che potrei scrivere io un libro sul non essere in viaggio a Teheran».

 

Altrove aveva scritto: «Vorrei che tu vivessi nel mio cervello per una settimana intera». Come noi facciamo per un giorno intero con Clarissa Dalloway o altri memorabili personaggi dei romanzi di Virginia Woolf. Cosa si vedrebbe, stando dentro il cervello della più importante scrittrice del Ventesimo secolo? Immagini su immagini, probabilmente, che ci sfinirebbero. Per fortuna ci ha pensato lei a fermarne qualcuna, levarsela dalla testa e infilarla nel nostro cervello, con il bisturi raffinatissimo del suo inglese che Vita dice di invidiare: «Come invidio il tuo inglese: come fai a renderlo tanto limpido quanto il francese, eppure a mantenere tutta la profondità del suo specifico genio linguistico?». Quell’inglese che fa da piedistallo al monumento, tenendolo in piedi. «I have seen a little ball kept bubbling up and down on the spray of a fountain: the fountain is you, the ball me. It is a sensation I get only from you». Meno male che Virginia e Vita si sono prestate al gioco della fontana. Alla pari, senza tentennamenti. Stremate dal correre della vita intorno, che le punzecchiava separandole e spingendole giorno dopo giorno verso la morte, ma sempre unite da un desiderio comune: rimanere il più possibile accese e profonde. 

 

Meno male, infine, che il monumento esiste. L’etichetta di carteggio lesbico forse ai giorni nostri è scaduta, polverosa, limitante, irritante. Però è difficile rinunciarci per chi sia vissuto ancora in tempi d’invisibilità. Per chi sappia che senza modelli si può essere anticonvenzionali quanto si vuole, ma non si va da nessuna parte. Senza vedere due donne che si accoppiano e lo dicono, consegnando quell’immagine a un nuovo spazio simbolico e monumentale, come si fa a pensare semplicemente che sia possibile? Se poi lo fanno con tanta gioia, pena e genio, come Vita e Virginia, ecco che il Novecento è quasi salvo. E noi con lui. 

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