Wake up! Salviamo teneramente il mondo

Lo vediamo che così non va. Difficile individuare nella storia età dell’oro, della felicità, della compassione, della solidarietà tra esseri umani. Eppure oggi abbiamo una facoltà di soffrire per le tragedie collettive e individuali. Questa sensibilità, che forse possiamo dire molto diffusa in un tempo percepito come drammatico da molte coscienze, è un bene prezioso, che nel passato è stato testimoniato da saggi, da filosofi, da guru, da profeti, da vittime che avevano la possibilità di scrivere, di testimoniare la loro acutezza. Se una eccellenza resta alla cultura, è la sua capacità di vedere e riferire ciò che in tanti esseri umani è dolore privato, disperazione intima, tuttalpiù sfogo straziante davanti alla telecamera di un giornalista spedito sul luogo del disastro per alimentare anche l’affare economico dell’informazione istantanea e globale.

 

L’aspetto migliore delle religioni è sempre stato il loro nucleo empatico, il più semplice, quello che ritrovi nelle più autentiche e originarie dichiarazioni dei maestri che le hanno fondate: profeti dell’Antico Testamento ebraico, Buddha nei sutra, Gesù nei Vangeli, Maometto nel Corano. Isabella Guanzini non è propriamente “Il teologo cattolico che ti aspetti”: ha un volto dolce e fresco, eppure è professore ordinario di Teologia fondamentale all’Università di Graz, in Austria. In questo suo Tenerezza. La rivoluzione del potere gentile (Ponte alle Grazie, 2016) che esce dai territori accademici per farsi appello, chiamata alle arms (braccia che abbracciano) dell’agàpe, più volte del Papa cattolico Francesco riporta non tanto le parole delle Encicliche, ma le frequenti conversazioni con i giornalisti, la sensibilità profonda, umanissima di un grande sacerdote che in decenni di carriera ecclesiastica è rimasto un uomo delicato, che sa piangere la sua caritas incontrando il dolore degli altri esseri umani. 

 

Mariangela Gualtieri. 

 

Il libro stesso è costruito in modo emotivo, a lampi di struggimento e analisi, a censimenti di grandi testimoni che hanno annotato i capitoli del come siamo giunti a un oggi in cui il benessere ferocemente egoista e pauroso di scivolare nel disagio che arriva da altre zone del mondo erige muri, espelle, rimanda all’inferno chi ci tende le braccia ustionate dalle bombe o dal sole delle attraversate mediterranee. Quando leggiamo di simili crudeltà mentali e fattive in un documento storico inorridiamo, eppure la crudeltà è fra noi: esplode a tavola la domenica con anziani genitori “leghisti”, viene urlata da leader populisti su palchi rimbalzati in tutti i telegiornali, la senti al mercato, nel bar. Cosa stiamo facendo per rendere “politica” la nostra indignazione, la nostra diversità? La radicale differenza tra cristianesimo e buddhismo è l’atteggiamento di fronte al creato e alla possibilità delle azioni. Il buddhista fa la sua rivoluzione dentro di sé, crede che ogni piccolo gesto nella sua vita, nei suoi istanti, determini in causa-effetto un domino di micro cambiamenti nel cosmo; il cristiano è chiesa, comunità, sforzo collettivo per mutare, appello, predicazione.

 

Parto nel campo di Idomeni.

 

Guanzini, a differenza di quanto ha fatto recentemente il protestante Elio Meloni in Cortesia. Pratiche di gentilezza quotidiana (Claudiana 2016), non nomina una sola volta parole buddhiste. Non ricuce oriente e occidente, ma cerca di inanellare una collana che dialoga con i grandi pensatori laici della nostra civiltà occidentale: apre il libro con Cosmopolis di Don DeLillo: Eric Parker, blindato nella sua limousine che attraversa scenari di miseria e violenza, è l’exemplum dell’homo indifferens, stordito dalla connessione H24 con borse e pianeta digitale; scopa, compra e vende azioni, e alla fine della sua Eneide senza una goccia di pietas crepa per mano di una vera squallida sofferenza rovinata dalla sua indifferenza; la parabola morale di DeLillo, spietata, quasi non giudicante (spietatamente visualizzata nel suo film da David Cronenberg), affresca il rischio che è in noi nello staccarci dal calore della condivisione dei corpi. Sin da fine Ottocento e inizio Novecento, ricorda Guanzini, le intuizioni di Nietzsche e Benjamin avevano svelato tutto. Nella calca metropolitana diveniamo inerti con chi ci sbatte contro su un marciapiede, scavalchiamo chi geme, e ci prestiamo alle manipolazioni di massa, a un transfert verso il Leader che ci pilota come automi verso repressione e sterminio.

 

Guanzini non parla mai della madre di Gesù, eppure quella che stilla dal suo saggio (a volte pamphlet) è la dolcezza mariana, materna, la carezza, l’accoglienza, l’agàpe, uno soltanto dei sei modi di declinare l’amore dei laici (pagani?) greci antichi. C’è però Maria Maddalena, che irrompe alla tavolata di Farisei di cui è ospite imbarazzante Gesù, dove in lacrime, muta, lava i piedi impolverati del Rabbi e sensualmente li asciuga con i suoi bei capelli lunghi. 

Più e più volte, sin dall’epigrafe, la teologa ricorre ai versi di Mariangela Gualtieri, che nel teatro e nella poesia è tornata alla semplicità toccante del parlare, del dirci:


Sii dolce con me. Sii gentile.

È breve il tempo che resta. Poi

saremo scie luminosissime.

E quanta nostalgia avremo

dell’umano. Come ora ne

abbiamo dell’infinità.

Ma non avremo le mani. Non potremo

fare carezze con le mani.

E nemmeno guance da sfiorare

leggere.

Una nostalgia d’imperfetto

ci gonfierà i fotoni lucenti.

Sii dolce con me.

Maneggiami con cura.

Abbi la cautela dei cristalli

con me e anche con te.

Quello che siamo

è prezioso più dell’opera blindata nei sotterranei

e affettivo e fragile. La vita ha bisogno

di un corpo per essere e tu sii dolce

con ogni corpo. 

 

Esatto: dobbiamo sapere che il tempo delle nostre vite finirà presto: dobbiamo darci da fare, aiutare a non annegare chi fugge dalle guerre inventate dal mondo occidentale fuori dal nostro giardino ben pettinato; urge accogliere, urge evitare annegamenti, urge garantire a bambini orfani di vivere comunque una vita. Wake up!. 

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