World Press Photo: questioni di sguardi

La Fondazione Sozzani ospita la prima tappa italiana della mostra del World Press Photo, così come accade ogni anno dal 1994 grazie all’impegno di Grazia Neri, fondatrice dell’omonima agenzia fotografica, e di Elena Ceratti che per anni è stata il suo braccio destro. È considerato uno tra i premi più prestigiosi del fotogiornalismo mondiale. E l’edizione attuale 2021 è ovviamente dedicata al 2020. Per questa sua 64esima edizione sono state esaminate ben 74.470 fotografie, scattate da 4315 fotografi provenienti da 130 paesi, e premiate le opere di 45 autori. Uno dei pregi di questo premio è infatti quello di proporre sguardi e riflessioni sulla realtà attraverso gli obiettivi di fotografi provenienti da culture e Paesi estremamente diversi, superando quindi quella visione prevalentemente dominata per anni da fotografi occidentali. Visione che ha visto «la fotografia (…) usata come uno strumento per la promozione della monocultura e la supremazia delle razza bianca», scrive nel catalogo (edito da Skira) Azu Nwagbogu, direttore dell’African Artist’s Foundation.

 

Affermazione per certi versi condivisibile e per altri molto meno, tenuto conto, tanto per dirne una, che quasi un 40% della storia della fotografia occidentale si deve autrici e autori ebrei, i quali, come ben si sa, hanno subito persecuzioni molteplici e pure un genocidio. Giusto per dare l’idea, guardando le biografie dei fotografi e delle fotografe operanti a Vienna negli anni ’30-’40 l’effetto è semplicemente spaventoso: più della metà degli autori erano ebrei, cosa che si deduce facilmente dal fatto che una parte di loro fuggì all’estero dopo il 1938, mentre molti altri (e molte altre, dato che i ritratti fatti negli studi dalle autrici donne erano molto apprezzati) “scomparirono” tutti, ma proprio tutti, tra il ’42 e il ’44. Anche loro facevano parte di questo impropriamente dominante gruppo di fotografi “bianchi occidentali”? 

 

Che il dialogo “bianchi-neri” non sia al massimo dopo l’uccisione di George Floyd e l’avanzata dei Black Lives Better lo dimostra anche una foto simbolo, della statunitense Evelyn Hockstein, giustamente premiata con il 1° premio “Soggetti singoli”. È stata scattata il 25 giugno 2020 durante le proteste contro l’Emancipation Memorial, scultura in cui si vede Abraham Lincoln mentre allunga la sua mano protettiva verso un nero incatenato e inginocchiato ai suoi piedi. I Black Lives Matter volevano distruggerla: certo l’opera è decisamente paternalista, il nero in catene poco “glorioso”, ma per l’epoca raffigurare un nero come una vittima da aiutare era già una gran cosa. Ebbene nella foto in primo piano, con alle spalle il monumento contestato, si vede un “bianco” mentre cerca di discutere con una “nera” che spavalda guarda altrove come a indicare che ogni dialogo è impossibile e va rifiutato a priori. Insomma senza entrare nel merito se tale scultura vada ricontestualizzata storicamente, abbattuta o che altro, l’immagine colpisce perché indica un muro, un non confronto possibile, con chi si rinserra dietro una logica oppositiva alla faccia di quegli ideali di uguaglianza, sostenuti da Martin Luther King, per il quale tutte le differenze di razza, etnia e genere dovevano diventare irrilevanti. 

 

 

Che sia serio il problema della perdita della propria cultura da parte delle popolazioni indigene e non solo, ce lo racconta il bellissimo reportage (1° premio per la categoria “Storie”) di Alexey Vasilyev dove i Sacha (ovvero il 50% della popolazione che vive in Jacuzia- Siberia Orientale) tengono ingegnosamente vive le loro tradizioni trasformandole in film in cui mettono in scena antichi racconti popolari. Così prima si vedono i protagonisti mal vestiti all’occidentale, poi trasformati in personaggi quasi magici con antichi costumi mentre vengono ripresi dai cameramen. Molto toccante è anche il servizio sui segni delle persecuzioni dell’ISIS, avvenute nel 2014, nei confronti degli yazidi che, in quanto seguaci di una religione esoterica che da secoli si tramanda solo oralmente ai sapienti e al clero, apparivano agli occhi dello Stato Islamico come “non umani” perché estranei alle religioni del Libro, le uniche ammesse. 

 

Il servizio di Maya Alleruzzo (2° premio “Storie”) oltre a ripercorrere i vissuti di alcune tra le moltissime donne rese schiave, mostra, all’interno dell’importante tempio sacro di Lalish (Iraq) una parete impressionante, gremita di ritratti degli yazidi uccisi. Chissà se gli yazidi resisteranno alla loro settantatreesima persecuzione, dopo quelle molteplici ad opera degli ottomani che li consideravano eretici? Sarebbe una perdita gravissima: la loro religione, oltre ad essere una sorta di simbolo dei molteplici intrecci spirituali del Medio Oriente, è infatti imparentata con quei culti misterici che si diffusero ampiamente nella Roma precristiana; oltretutto si narra che la nostra stretta di mano nasca proprio da un loro gesto che indicava un patto avvenuto tra due persone. 

 

Ma torniamo al World Press Photo e offriamo qualche informazione essenziale: i servizi dei fotografi vengono selezionati sulla base di categorie precise: Attualità, Notizie Generali, Spot News, Ritratti, Progetti a lungo termine, Natura, Ambiente, Sport e presentano due premi “Foto dell’anno” e “Storia dell’anno”, ovviamente ambitissimi, anche se già far parte del gruppo degli autori selezionati è un onore e un modo per dare una “spinta” alla propria professione. Ciò che mostra questa edizione è uno spaccato significativo di quello che è accaduto nel mondo nel 2020, visto con lo sguardo di chi sa interpretare visivamente la realtà, ma è anche una vetrina che evidenzia se e come il reportage abbia la capacità di rinnovarsi senza perdere le sue capacità di approfondimento. 

 

 

Facile immaginare che nel 2020 molti servizi siano stati dedicati al cambiamento climatico e soprattutto alla pandemia che ha sconvolto il mondo. Ma, e questo mi sembra molto significativo del buon fotogiornalismo premiato, senza intristirci o annoiarci con le solite foto, di cui sono zeppi i nostri media, con malati intubati e infermieri trasformati in marziani, tra guanti, tute e visiere trasparenti, come se, spaventando un po’ i lettori, si potesse finalmente convincere i no vax a farsi vaccinare. Anzi, qui la “Foto dell’anno”, ha qualcosa di estremamente vitale, è infatti quella commuovente e intensa, nonché fotograficamente perfetta, del danese Mads Nissen, capace di cogliere il momento in cui un’anziana brasiliana, rimasta a lungo in isolamento, viene finalmente stretta e abbracciata da una infermiera grazie alla protezione e all’uso geniale di un semplice telo di plastica che sembra trasformarsi in un paio di ali protese verso la libertà. Foto simbolo, che sembra suggerire il volo e la speranza, The First Embrace tocca da vicino tanti di noi che abbraccerebbero o avrebbero volentieri visitato o abbracciato i propri parenti rinchiusi ancora adesso nelle RSA, divenute dal 2020 centri di ricovero per anziani in versione galera di massima sicurezza, dato che nella maggioranza delle strutture non è neppure prevista la classica ora ricevimento parenti. L’ideale sarebbe appendere tale foto davanti a tutte le RSA d’Italia, giusto per ricordare che gli anziani, per non deperire anche mentalmente, hanno bisogno di affetto, dialogo, calore umano: proprio quel calore, quella vicinanza corporea e affettuosa, che l’immagine di Nissen sa sprigionare con forza. 

 

 

Sempre per rimanere in tema Covid, giusto per dare l’idea di come un dramma così ultra affrontato, possa essere approcciato in modi estremamente diversi, e anche divertenti o curiosi, ricordiamo il servizio Pandemic Pigeons – A Love Story, dell’olandese Jasper Doest: grazie alla quiete del lockdown mostra infatti una coppia di piccioni che ha, per così dire, adottato la famiglia dell’autore con una certa protervia tanto da spaventare la figlia. Oppure il servizio di Stephen McCarthy (2° premio nella sezione Sport) in cui si vede l’atleta Pat Naughton (87 anni) costretto dal lockdown ad allenarsi in casa girando in tondo per il salotto tra seggiole e poltrone. 

 

Un altro tema giustamente centrale in questa edizione è il cambiamento climatico, con disastri conseguenti, e i danni che arrechiamo all’ambiente. Qui troviamo un servizio impressionante (e strepitoso) sull’invasione di locuste in Kenia di Luis Tato (Spagna) ma anche uno di Ciril Jazbec (Slovenia) sui cumuli di neve costruiti ingegnosamente in Ladakh per fare scorte di acqua per l’estate dato che le piogge monsoniche sono divenute sempre più intermittenti e i ghiacciai più ridotti. Poetica e terribile è invece l’immagine di Hkun Lat in cui si vede la devastazione degli scavi di una gigantesca miniera di giada nella regione del Kachin (Myanmar settentrionale) dove resiste, isolata ed erosa, una sorta di collinetta verdeggiante su cui poggia un tempietto buddhista con il suo stupa dorato. Il segno di un rispetto religioso mai tramontato nonostante tutto, «di una resistenza, per quanto piccola, al degrado delle risorse naturali», scrive Pilar Olivares, membro della giuria. Ma tali miniere, oltre a distruggere l’ambiente, distruggono anche vite umane: nel 2019 vi sono morte 59 persone, nel 2020 – come riporta “The Guardian” – vi sono state sepolte vive 160 persone, e nel 2021 una frana ha creato dai 70 ai 100 “dispersi”. E pensare che la Cina è avida di giada perché è un portafortuna e simboleggia l’immortalità, forse quella dei cinesi ma non certo quella dei Kachin o delle altre popolazioni che lavorano in queste miniere “tomba” prive di controlli. 

 

 

Certamente non facile da realizzare, tant’è che ha vinto il premio “Progetti a lungo termine”, è la ricerca Habibi, (in arabo “Amore mio”) dell’italiano Andrea Faccilongo, che racconta la vita delle famiglie dei detenuti palestinesi condannati a una lunga prigionia e la loro determinazione – e inventiva – per sfuggire ai controlli e cercare di avere figli anche da “remoto”. Un lavoro interessante pure da un punto di vista fotografico dato che l’autore, lavorando per sottrazione, non solo evita toni melodrammatici, ma punta su immagini estremamente sintetiche dove ognuna contiene una microstoria. In una, ad esempio, si vede la camera da letto dei coniugi al-Barghouthi, dove la moglie Iman Nafi l’ha lasciata così, con l’abito ancora appeso in stanza e le scarpe vicine al letto, esattamente com’era al momento dell’arresto del marito avvenuto nel 2011 subito dopo il loro matrimonio. Nessun’altra immagine commenta o aggiunge qualcosa a tale storia, ma basta questa fotografia per raccontare con intensità la forza dell’attesa, l’amore e l’orgoglio di questa donna nei confronti del suo uomo, condannato a 40 anni di prigione. 

 

 

Sempre tra gli autori italiani entrati nella rosa dei vincitori troviamo Lorenzo Tugnoli (1° premio “Spot News”) con un reportage dedicato all’esplosione che ha devastato il porto e la città di Beirut il 4 agosto 2020 abbattendo ben 6000 edifici e causando 190 vittime. Duro e giustamente drammatico tale servizio sembra una sorta di simbolo minaccioso delle infinite crisi e difficoltà in cui continua a trovarsi immerso il Libano. Sempre per fare esempi relativi agli autori italiani vincitori troviamo Gabriele Galimberti, (1°premio “Portrait- Stories”) con il progetto dal titolo ironico di The Ameriguns: racconto che esplora il fenomeno della diffusione delle armi da fuoco negli Stati Uniti. Un tema certamente risaputo che però Galimberti riesce argutamente a girare in chiave umoristico-drammatica (vedendo le sue immagini si ride per non piangere) invitando tutti i suoi soggetti a disporre in bella mostra e in bell’ordine le loro fantastiche collezioni armigere, tra piscine, giardinetti ameni e stanze un po’ kitsch, e in più a mettersi in posa possibilmente dotati della loro arma preferita. Con la sua ricerca si entra anche in un’altra dimensione del reportage. Una dimensione in cui quello che conta non è solo o sempre essere lì al momento giusto e cogliere il mitico attimo fuggente: si possono raccontare storie e vicende autentiche anche mettendo in posa le persone e costruendo delle vere e proprie messe in scena. 

 

 

Tra gli altri lavori che colpiscono per il loro approccio innovativo troviamo quello di Alisa Martynova (Russia) su alcuni immigrati in Italia: invece di mostrarci le loro vite è come se volesse suggerirci i loro pensieri, i loro traumi e le loro speranze grazie a ritratti evocativi accostati ad immagini che rievocano simbolicamente le loro storie con un tocco delicato. Tali immagini, ombrose come i ricordi negativi che permangono nei cuori e non possono essere dimenticati, fanno sentire e immaginare – sulla base dei racconti che hanno fatto all’autrice e che lei ha rimesso in scena – le difficoltà che tali persone hanno dovuto affrontare attraversando mari ignoti e finendo su spiagge altrettanto a loro sconosciute. Se Martynova punta alle sfumature, a ciò che si può sentire empaticamente, l’indiana Zishaan A Latif fa un’operazione in apparenza opposta, ma in realtà simile.

 

A causa di una legge approvata dal partito del Presidente Narendra Modi che dava cittadinanza agli indù, anche se immigrati di recente, e alle altre minoranze religiose, ma non ai musulmani, nel quartiere a nord-est di Delhi (a maggioranza musulmana) si scatenarono numerosi scontri di protesta dove morirono più di 50 persone e vennero distrutte varie abitazioni. L’autrice, anziché raccontare gli eventi, con precisione e senza eccedere nel pathos, si è limitata a fotografare – anzi sarebbe meglio dire a ritrarre – i resti di tali case devastate. Le sue immagini, proprio per il loro voluto taglio documentario, sono una sorta di omaggio a case e persone che non sono più lì e fanno immaginare i vissuti e le storie di chi vi ha abitato magari da anni per essere poi cacciato come un “non indiano”.

 

 Insomma il WPP grazie alle sue immagini di alto livello, ma anche a precisi testi informativi, è dunque un appuntamento importante per avere uno spaccato su quanto è accaduto nel mondo ed è sfuggito alle nostre news, sempre attente a ciò che può colpire il pubblico, ma piuttosto scarse nell’approfondire tematiche poco “scenografiche” e inadatte a fare notizia. Non a caso nei testi dei giurati del premio le parole d’ordine più ripetute sono “approfondimento” e “capacità di raccontare storie dall’interno”, nel tentativo di trovare spazi per una fotografia che incontra sempre più difficoltà nella sua relazione con la stampa web e cartacea. Forse anche per dare una nuova sterzata, l’edizione del 2022 annuncia cambiamenti, con la divisione del mondo in 6 regioni e giurie annesse, il tutto, immaginiamo, con l’intento di dare maggior peso e valore a realtà spesso considerate laterali. Dato che il premio si chiama World Press Photo, che il Mondo sia visto davvero come mondo e non come “Occidente e dintorni” ci sembra un’ottima intenzione. Staremo a vedere quali nuove immagini e temi ci porterà questa nuova impostazione. 

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