Speciale

Poggioreale / Paesi e città

10 Ottobre 2012

Il 2 settembre, ultimo giorno di vacanza in Sicilia, è stato speso nel paese fantasma di Poggioreale, uno dei luoghi distrutti dal terremoto del ‘68 nel Belìce. Qui, a differenza che nella vicina Gibellina, si è scelto di conservare le rovine in modo filologico, quasi parossistico: nulla è stato spostato o abbattuto, le case, le scuole e i cinema sono ancora in piedi; alcuni edifici sono in ottime condizioni, e se non fosse per la polvere che si è depositata sui pavimenti si potrebbe pensare che gli abitanti siano fuggiti un attimo prima. Fuggiti per le campagne, che sono avvolte dal sole e da un micidiale silenzio. Possibile che i fantasmi facciano tanto silenzio?

 

Uno degli abitanti che si occupano della difesa di Poggioreale vecchia è un ragazzo che lavorava in Lombardia ed è tornato, tanto – dice lui – “per essere disoccupati, tanto vale essere disoccupati qui”. Difende la scelta di custodire e lasciare intatto il paese diroccato, mentre per me, che vengo da Gibellina e ho sempre difeso la decisione di costruirci sopra il cretto di Burri, come se fosse una seconda pelle che protegge e nasconde la prima, ferita, l’idea che nulla lì sia stato modificato, e che nelle intenzioni degli abitanti tutto debba restare com’era il 15 gennaio del 1968, pare un eccesso di attaccamento, una deriva necrofila che non va assecondata. Cercare a tutti i costi di lasciare le cose come sono è una perversione che conosco bene; quel che è peggio però, è che qui la si trova incarnata in un paesaggio di rovina, nell’attimo-dopo-il-disastro, ecco perché l’effetto è doppiamente potente. Il guardiano delle rovine porta un paio di occhiali dalle lenti molto spesse, e mentre mi guarda ho l’impressione che mi disapprovi; forse pensa che non ho compassione del suo passato, e forse ha ragione, perché non ho compassione nemmeno del mio. Ancora oggi, quando qualcuno degli abitanti di Gibellina lamenta il fatto di non poter andare sulle rovine a vedere i resti della propria casa o le tracce della propria strada, mi ritrovo a compatire il suo bisogno di aggrapparsi a una memoria-feticcio.

 

Ma in verità, chi di noi può dire cosa sia meglio fare delle rovine? In entrambi i casi le operazioni di preservazione dei luoghi sono costose, ma nel caso del paese fantasma quasi impossibili, perché conservare in formalina un intero paese, ancorché disastrato, è impresa affascinante ma forse irrealizzabile.

 

A pochi chilometri dalle rovine di Poggioreale c’è Poggioreale nuova, con le sue grandi strade da cui non passa anima viva. Difficile dire quanti abitanti vi siano rimasti, e senz’altro la sua desolazione fa da specchio alle rovine da cui vengo. I due paesi si guardano e sembra che non si dicano niente. La nuova piazza di Poggioreale è stata progettata dall’architetto Portoghesi ed è l’epitome dei disastri architettonici del Belìce post-terremoto. In confronto, la tangenziale di Partanna o le enormi strade vuote di Gibellina, come pure le sue pedonali e le sue case giardino, sembrano peccati di poco conto. La piazza di Poggioreale, con le sue colonne doriche, le sue balconate barocche, la sua pavimentazione di marmo rosa, è il trionfo del kitsch postmoderno: roba da far sembrare i disastri di Purini uno scherzo da ragazzi. Ed è sempre un peccato constatare una volta di più che le rovine sono spesso belle, irrimediabilmente più belle del nuovo.

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