A Zagabria è stata Vesna e poi Slavenka, a Belgrado Žarana e poi Azra e poi Adele, a Lubiana c’era Tanja, a Parigi Rada, a Stoccolma Ljiljana, a Vienna Alemka, a Budapest Jasmina, a Berlino Jasna, a Praga Mirjana.

Ogni volta la stessa frase: ti faccio un caffè. Si intende: ti faccio un caffè vero, quello espresso, con la macchinetta che non lascia dubbi che i Balcani ce li siamo lasciati alle spalle. Il caffè espresso è stato una conquista relativamente recente, ancora negli anni ottanta a Zagabria, Belgrado, Sarajevo per berlo si usciva di casa, si andava negli alberghi del centro e lo si degustava servito con la panna, così si evitava che fosse troppo poco calorico. E ci si sentiva più mitteleuropei, perché dove si servivano dolci e gelati non c’era posto per la šljivovica, la grappa di prugne che produce l’ubriacatura della bettola.

 

A casa rimaneva la tradizione del caffè turco, quello con la džezva, il bricco che deriva appunto dal turco brocca. Si fa bollire l’acqua, si butta un po’ di zucchero e poi si mescola un macinato fine – quello che poi permetteva di divinare, in tazzine di porcellana Meissen, i resti del caffè. Il rito del caffè è come la cerimonia del te: senza, non è giornata.

 

Per anni ho contrabbandato caffè, una bevanda psicologicamente essenziale per la collettività balcanica, ma difficile da reperire al mercato della scarsità. Gli scompartimenti dei treni diretti verso est nei decenni della Guerra fredda da Trieste in poi emanavano un fortissimo odore di caffè. Gli schienali ne erano foderati, le valigie piene. Ma non era mai abbastanza. Anni durissimi sono stati queli della redukcija, l’82 e l’83 quando, seppure in ritardo, la Jugoslavia viene colpita dalla seconda crisi petrolifera. E a mancare, insieme all’energia elettrica, fu proprio l’agognato caffè. Ero a Zagabria per un dottorato e ogni tanto, mistero, mi ritrovavo sola in biblioteca. Poi ho capito, mentre il tam tam sussurrava: è arrivato!

 

Ora naturalmente caffè ce n’è. A Sarajevo è di nuovo turco per sottolineare il ritorno alle origini, da molte altre parti è... americano: gli inserti salute lanciano appelli alla popolazione per invitarla a moderare il consumo di caffè.

È soprattutto il “sesso più bello” a dipendere dal caffè. Perché le donne sanno che, come recita un verso di Antonella Anedda, “il male è veloce, il bene è lento”. Dunque, facciamoci un caffè.

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24 Novembre 2011