Corpi arresi

Cara Nicla,

 

ho letto il tuo articolo scritto in occasione della giornata contro la violenza alle donne. Qualcosa mi è rimasto addosso nei giorni successivi continuando a interrogarmi: donne e uomini per cui è essenziale praticare la criticità, scrivi, non cadrebbero in alcune trappole; donne e uomini meravigliosi, pensando, sottrarrebbero alla violenza, fisica o psicologica che sia, terreno fertile. “Rimasta addosso”: non utilizzo questa possibilità che è del linguaggio di dare corpo alle parole per rendere il mio dire più efficace, ma perché mi pare che veicoli un modo del linguaggio, una possibilità di ferire al di là del significato, che credo sia al centro di quello che voglio dire.

 

Gli stereotipi, delle volte, li si incarna. Li si veste nei gesti. Il nostro immaginario ne è intriso.

 

Cara Nicla. Vorrei scriverti, pensando con te, che sarebbe bello che bastasse la socratica consapevolezza di sé; sarebbe consolatorio farsi proteggere dall’idea che la stupidità sia il solo mostro e nemico da sconfiggere. Questo non renderebbe facile la battaglia, e nemmeno evidente la via della vittoria. La stupidità affatica, imbarazza, toglie le forze. E tuttavia non disarma. Rimane una possibilità, rimane l’idea che nella nostra vita singolare qualcosa sia possibile, che la volontà ci sia amica, l’ostinazione alleata. Apprendere, documentarci, comprendere. È vero, poterlo fare e ancor più sapere di volerlo fare resterebbe un privilegio, se non di censo certo di educazione o, più precisamente e con ancora maggiore speranza, di occasione.

 

So bene che quanto scrivi è solo un volto del problema, che non stai riducendo a questo la questione, e condivido anche che la “stupidità” di cui dici contribuisca all’immobilismo che riguarda ciò di cui parliamo. E tuttavia il rischio è quello di nascondere così un altro aspetto, che ritengo altrettanto urgente anche solo perché più sottile. Credo sia importante mettersi in relazione – non utilizzo con intenzione la parola combattere – (anche) con qualcosa che ci costringe a un movimento più radicale, qualcosa che interroga fin nel profondo il movimento stesso, quasi ci lasciasse a disposizione come unica arma la resa, l’abbandono della forza. La torsione cui ci costringe non ci riguarda più soltanto come individui, nell’intimo delle nostre singolari esistenze. Ecco perché mi pare più insidioso.

 

Scrive Marina Cvetaeva: “parenti del silenzio i gesti fanno a caso nostro dentro la dimora di psiche”. Lo scrive una donna, lo scrive in una poesia e in una poesia che parla d’amore.

 

Il silenzio, i gesti, mi sembra che ci voglia dire, vengono in soccorso là dove la parola – la parola d’amore – richiede una lingua muta, una lingua non assertiva.

 

Il dire, allora, non è più un dire, ma è piuttosto un resto: una voce, un modo, un tono. Non l’affermazione e nemmeno il contenuto logico, quanto il come della affermazione prende forma sulla pagina. Questa forma riguarda qualcosa della e nell’intimità. Questa forma che prova ad aggirare psiche, questa parola che non può essere detta, chiama in causa quello che François Jullien definisce un impensato della filosofia. L’intimo. Qualcosa appare, risuona, consuona, svela ed è subito perduto. Inattingibile, l’intimo scorre lungo il pensiero dell’interiorità, ma dice di un sapere che non si fa contenuto, che non si fa sapienza. Lo potrei chiamare “bellezza” per cercare di mostrarlo, potrei indicarlo con il dito, suggerire che sia in quel verso, in quell’immagine, nella sensazione e nel suo accadere puntuale: “lo senti?”, “lo hai riconosciuto?”.  Traccia corrispondenze silenziose, dà loro corpo, crea comunità, le comunità dei “tanti che mi corrispondevano”, dei “felici pochi”.

 

François Jullien nel suo libro sull’intimità, che non a caso porta in esergo la frase “a colei che vi si riconosce”, prova a dirlo. Prova a descrivere il movimento che ci consente di attingere qualcosa al di là del pieno e in presenza di un tu, e mostra come la parola stessa, intimo, si carica di due significati che mostrano il linguaggio nel suo tentativo di aggirarsi. Intimo è infatti quello che è più segreto, solo nostro, profondo e riservato. Eppure, insieme, quello che fa legame, che ci consente di unirci all’altro, quello che l’altro, l’Altro del linguaggio direbbe la psicoanalisi, ha portato dentro di noi. L’intimità svela il noi all’interno dell’io, ma si tratta – e Jullien lo dice con parole che tracciano un sentiero aggrovigliato – di una rivelazione “del tutto empirica e modesta”. Rivelazioni provvisorie, furtive, riservate.

 

Eppure sono cumuli di nozioni, “saperi di riserva”, barriere di cifre e date a far bella mostra di sé, ad aver nutrito l’immaginario intellettuale che l’occidente ha costruito. Affermazioni, saperi, teorie, parole, definizioni, lezioni, cattedre, titoli, numeri.

 

Misuravamo le pubblicazioni, lo abbiamo chiamato prestigio; misuriamo i like, lo chiamiamo capitale reputazionale. Abbiamo anche dissezionato le intelligenze, definendo quella emotiva, trovandole una collocazione che ci ha fatto fare un po’ di ordine, garantendoci una certa pace con l’eventuale senso di inadeguatezza o con la scandalosa differenza di alcuni.

 

Ma che ne è stato del corpo? Il corpo di Spinoza, il corpo di Che cosa può un corpo? Che ne è della dismisura, di quel che è informe, del patetico? Che ne è della compassione?

 

Ecco il punto che mi fa questione.  

 

È a questa domanda che cerco di rispondere, a una domanda che è una ferita, a questa domanda sull’eccedenza.

Ed è proseguendo e attraversando questa direzione che un pensiero politico sarà forse possibile. Una direzione che prevede un’assunzione, che paralizza qualsiasi buona intenzione, che rende muta qualsiasi parola.

Ermanna Montanari e Marco Martinelli del Teatro delle Albe scrivono in Primavera eretica di non voler fare un teatro politico, un teatro che chiede l’assenso e che non si cura degli “abissi della psiche”: il teatro politico, scrivono, “come un maestro pedante ci faceva lezione, omologando la scena al comizio”. Parlano di politttttttico con sette t, e quelle t sono “l’arrotarsi del grido sui denti e sulla lingua”. Ecco l’eccedenza, ecco il corpo, ecco la compassione, ecco l’intimità.

 

Ma che ne è di tutto questo? Dove sono? Dove, nel vomito di opinioni? Dove, in una politica che sentenzia, afferma, disseziona creando categorie, classificando. Campi: il noi e il loro. Stare nella propria impotenza e non smettere la consapevolezza della dismisura del mondo.

 

Credo di poter dire, a mezza voce come sempre quando si parla di sé, che non sono una donna socraticamente ignorante di se stessa. Eppure posso dire con altrettanta dolorosa certezza di essere segnata da un immaginario del tutto fallico. Un immaginario costruito su ciò che è misura, sul principio di prestazione, sulla verità, sulla quantità: il sapere della parola certa, l’incubo di una voce che riveli la mancanza, un eterno misurarsi con una forma che non è del femminile, che degli abissi della psiche non sa che farsene. E così il corpo bello, il corpo cosa, il corpo come altro da me, separato, votato a farsi oggetto di desiderio, votato a divenire ossessione, capace di garantire – garantire! – sulla mia femminilità e sulla mia possibilità seduttiva. Devozione in cambio di protezione e cura, dedizione in cambio di un posto nel mondo, di un’identità dai confini stabili.

Come si può fare politica, come si può portare nelle cose un pensiero politico, quando siamo prima di tutto fascisti con il nostro corpo e con il nostro tempo? Le corrispondenze, l’amore, quello che incide la carne e chiede lentezza, lacrime, interruzione, è tacitato in nome di una performatività che spinge a cercare conferme rispondendo a un ideale, l’ideale del “pervicace gruppo dei non stanchi” di cui parla Peter Handke. Cerco risposte, definizioni, identità certe. Numeri, condivisioni, stima.

 

Non bisogna raccontare alle donne che il principe delle favole può trasformarsi in orco, ma che il principe è già orco. Che il bisogno di protezione di cui siamo avide in un mondo che si misura fallicamente lascia che sul nostro corpo si iscrivano, tracce indelebili, quelle immagini che si fanno beffe della nostra socratica consapevolezza. Il principe è l’idea che qualcosa possa arginare, definire, concludere, contenere, tacitare. Posti universitari, titoli, riconoscimenti, l’Amore, una parola tutta piena.

 

È a un altro modo possibile di stare nelle cose che rischiamo di rinunciare se lasciamo fuori qualcosa che eccede la comprensione, un modo che ha un costo e che storicamente non ha fatto paura solo a un maschile che lo ha eluso e tacitato.

 

Cara Nicla, vorrei dirti che non basta pensare. Non so cosa sia necessario fare, so che se mi ostino a cercare una risposta e una parola che lo dica io ho già fallito. Sono già a tatuarmi un altro dovere sul corpo, a opporre alte mura al mio parlare. L’ostinazione è la mia sconfitta. Ma è difficile, arrabbiati, balbettare. È difficile balbettando – anche se il balbettio si fa canto per farsi comprendere – pensare di ottenere ascolto. Gridare muti.

 

Ci vuole coraggio a provare solo a stare. Ci vuole coraggio a guardare con gli occhi limpidi un dire che è solo voce.

 

Come annullare gli effetti del linguaggio se, come scrive Serres, parlare è già creare gli opposti, è già segnare, è già intraprendere un cammino di guerra?

Come fare in modo che il linguaggio incida in altro modo nei corpi a venire, se ci dobbiamo muovere in un impossibile da dire? Come può il linguaggio aggirare il linguaggio?

 

La poeticità, cara Nicla, è una battaglia disperata.

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