Pisapia, Milano, il vuoto e l’illegalità

Lettera a Marco Travaglio direttore de “il Fatto quotidiano”

Caro Direttore,

non so se hai avuto modo di sfogliare il libro di Gabriele Basilico dedicato a Milano pubblicato in questi giorni (Milano. Lettera alla mia città, Contrasto). Contiene il racconto della sua città in bianco e nero: strade deserte, capannoni industriali, lampioni, e poi i grandi palazzi del centro e le periferie, il tutto colto con un occhio sironiano. Davvero un libro emozionante per chi conosce Milano, e probabilmente anche per chi non la abita. Attraverso questi scatti chi l’ha poco frequentata può farsi un’immagine di una metropoli poco seducente, a tratti persino brutta, eppure dotata di un fascino estremo cui è difficile sottrarsi. Città di pietra, mattoni e cemento nelle immagini di Basilico s’apre all’improvviso nel colonnato interno di Sant’Ambrogio, nelle vestigia romane di San Lorenzo e nelle guglie sottili del Duomo, e rivela così la sua doppia anima.

 

ph. Gabriele Basilico

 

Se avrai modo di guardare il libro ti accorgerai che a un certo punto, qualche anno prima della sua scomparsa, Basilico aveva cominciato a fotografare Milano in un modo diverso, a colori, come del resto faceva da tempo per le cento città del mondo che ha ritratto nella sua incredibile attività di topografo della postmodernità [Qui alcune immagini pubblicate su Internazionale]. In fondo al volume ci sono diversi scatti dedicati all’area Garibaldi-Repubblica, dove sono sorti negli ultimi anni gli alti edifici, i grattacieli, che hanno cambiato lo skyline di Milano: la torre Pelli dell’Unicredit, il cosiddetto Diamante, i due boschi verticali di Boeri, il grattacielo della Regione e gli altri edifici residenziali, che fanno somigliare quel luogo di Milano alle altre città del mondo che hanno innalzato grattacieli nel loro centro come un inno alle “magnifiche sorti e progressive”.

 

Ebbene in quelle fotografie del 2006 Basilico ritraeva gli scavi per la fondazione di quei palazzi. Sono istantanee che mostrano enormi buchi. Non delle voragini, bensì il vuoto che è necessario fare prima di erigere il nuovo. La città sorge su un vuoto, e subito lo riempie. Basilico alla fine degli anni Settanta aveva ritratto Milano senza macchine e senza persone, un deserto di ciminiere e capannoni. Poco prima di morire ci ha invece mostrato l’altra faccia: il vuoto che c’è sotto Milano, la sua ansia di riempire quei buchi edificandovi sopra palazzi. Purtroppo Basilico è scomparso prima di fotografare un altro luogo interessante di Milano poco distante da Porta Garibaldi.

 

Nella zona antistante il Cimitero Monumentale, il secondo monumento più visitato della città, ci sono, o meglio c’erano, alcuni edifici dell’Enel: abbandonati e in rovina, residui della antica vocazione industriale di Milano. La società che li possedeva li ha venduti, con il solito metodo delle scatole cinesi, all’estero, in Lussembrugo, e dopo aver realizzato vari passaggi che hanno enormemente aumentato il valore dell’area, l’ha divisa in lotti affidandoli a vari costruttori: un gioco finanziario che vale qualche decina di milioni di euro, 40 forse 60. Alla fine qualche estate fa, in agosto, senza colpo ferire, quasi alla chetichella, l’assessore De Cesaris, prima ancora di varare il Piano Generale del Territorio, ha presentato in tutta fretta un progetto in Consiglio comunale per costruire in quell’area un grande albergo di nove piani (dentro l’area di rispetto del Monumentale), una residenza di lusso (altri nove piani) e, come foglia di fico, edilizia convenzionata. La motivazione per cui l’area è stata resa edificabile fa riferimento a una norma eccezionale che prevede “la realizzazione di infrastrutture pubbliche o di interesse pubblico di carattere strategico ed essenziali per la riqualificazione dell’ambito ambientale”. Ora cosa ci sia di strategico in appartamenti, di cui alcuni parecchi di lusso, in un parcheggio di 240 posti per auto e in un albergo di lusso con piscina privata sul tetto, non si capisce proprio. Altra foglia di fico per operare quest’azione sostanzialmente illegale è l’apertura del museo dell’Associazione del Design Italiano (ADI) in vecchi edifici dell’Enel di pregio architettonico. Ma è, per quanto benemerito, un museo privato che occupa una piccola porzione di spazio, e non ha valore strategico come un plesso scolastico, una città della salute, un edificio pubblico aperto alla città. Con altre persone mi sono opposto a questa speculazione che fa a pezzi la città e la affida alla rendita fondiaria senza un progetto d’insieme.

 

A Milano, come sai, oggi si costruisce molto, è la filosofia adottata alla fine anche dalla giunta Pisapia, spesso in piccoli lotti, dentro i cortili, palazzi altissimi, affare lucroso senza dubbio. La Giunta non vuole bloccare la macchina che produce quel po’ di ricchezza che s’immagina ricada nel tessuto cittadino, o almeno lombardo, con posti di lavoro e indotto, mentre sappiamo che gran parte dei capitali prodotti dall’edilizia, come da altri interessi finanziari, volano sovente verso i paradisi fiscali, e a noi resta ben poco della ricchezza generata.

 

Per farla breve, dopo varie peripezie, che non sto qui a riassumere, ma di cui si trovano in rete i documenti, sono stati abbattuti gli edifici, tra cui uno storico e anche bello, come ha ricordato Tomaso Montanari in un suo recente intervento, di fronte alla Fabbrica del Vapore; scavati due grandi buchi, profondi, bonificando la zona da amianto e altre scorie industriali del passato, con l’idea di erigere nuovi edifici di nove piani in una zona in cui le case non superano il quarto. Il Consiglio di Stato, ultima istanza giuridica, da noi interpellato, ha emesso a febbraio una sentenza: il piano di costruzione dell’area ex Enel non si può realizzare; il Comune ha approvato un atto amministrativo che non poteva approvare. Quindi non si può costruire nulla per ora in quel luogo, e bisogna ripensare l’intero progetto. Per essere precisi la sentenza, che si legge qui, dice che la procedura seguita dall’Assessore De Cesaris, sulla scia della precedente Giunta Moratti, ha utilizzato “una procedura illegittima”.

 

  

 

Eppure l’altra mattina nel buco è sorta una grande gru, altissima e sottile, e sono iniziati i lavori di edificazione con un permesso che è antecedente alla sentenza del Consiglio di Stato che stabiliste lo stop dei lavori. Forse consigliati da avvocati, i costruttori, in barba alla sentenza, hanno messo mano alla costruzione, prima che sia troppo tardi (per loro, naturalmente). Perché il Sindaco Pisapia e l’assessore De Cesaris, vicesindaco, non applicano la sentenza del Consiglio di Stato? L’ultima riga recita così: “Ordina che la presente decisione sia eseguita dall’autorità amministrativa”. Perché non eseguono?

 

Che bisogno c’è di nuovo albergo in una zona di Milano che ne ha già due molto grandi a poche centinaia di metri di distanza, e quando gli stessi albergatori dichiarano che l’effetto Expo non c’è stato, e gran parte degli hotel della città sono semivuoti. Perché il Comune non interviene, blocca i lavori illegali dei tre edifici in costruzione e non ripensa l’intera area? Nella zona mancano asili, scuole, biblioteche, non ci sono ritrovi per anziani o case sociali, manca il verde, e poi c’è il Monumentale lì di fronte, con questo albergo in costruzione (14,5 milioni di euro di edificato) di cui non si conosce il valore architettonico (nessuna immagine all’esterno del cantiere del futuro edificio: forse se ne vergognano?).

 

Sono partito dal vuoto fotografato da Basilico e lì voglio tornare perché, al di là dell’inadempienza del Comune che concede la chiusura della strada con tanto di vigili urbani per il montaggio della gru, e non fa rispettare la sentenza del Consiglio di Stato – cose tutte molto gravi e che se accadono altrove si grida alla scandalo – si tratta di una questione antropologica, o forse metafisica. Milano aborrisce il vuoto. L’aveva capito anche Gadda che ne ha scritto in suoi brevi testi: c’è l’ansia del fare, del fare subito e in fretta. L’assessore De Cesaris, vicesindaco, detesta il vuoto. Si costruisca in ogni caso. La paura del degrado come scusa per quella che è solo una speculazione edilizia.

 

Spero che anche il sindaco e il suo vice abbiano modo di sfogliare il libro di Basilico e di riflettere un po’ di più su cosa serve per il bene di Milano, e che abbiano soprattutto la correttezza, per non dire il coraggio, di far rispettare la sentenza. Sono due avvocati nella vita civile. Tra poco Pisapia e De Cesaris torneranno alla loro professione: Pisapia avvocato di costruttori e magnati della città, De Cesaris al suo studio specializzato in bonifiche ambientali e con solidi legami con il mondo che costruisce. Mancano alcuni mesi, riusciranno entrambi a comportarsi da pubblici ufficiali e far rispettare la legge? Non ti appare tutto questo una cosa molto grave in una città dove il tema dell’illegalità, dell’infiltrazione mafiosa, come sostiene da tempo Roberto Saviano, è diventato decisivo per le sorti della stessa democrazia?

 

Di cosa fare di questo buco se ne parlerà più avanti, la città non ha fretta nonostante Expo e tutto il resto: ha una memoria e un destino lungo. La storia del degrado è anch’essa una scusa per coprire il tutto con silenzio, oltre che con tre edifici altissimi, di cui non c’è proprio bisogno dentro l’area di rispetto del Monumentale. Purtroppo non c’è più Gabriele Basilico per fotografare l’anima di Milano e questo buco che ne è l’emblema più evidente. Grazie dell’ospitalità.

Un caro saluto, tuo Marco Belpoliti

 

 

 

Una versione più breve di questa lettera è stata pubblicata il 4 luglio 2015 su il quotidiano “il Fatto”

ph. Gabriele Basilico

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