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Grūtas

I monumenti celebrativi sono, per la maggior parte, insignificanti e pressoché invisibili, come ebbe modo di osservare Robert Musil. È come se, malgrado intenzioni spesso lecite, lo strato retorico ricoprisse l’opera monumentale di ridicolo, smontando di fatto l’intento encomiastico. La situazione si complica quando i monumenti gloriosi eretti in pompa magna perdono il loro contesto solenne: il fu oggetto sublime diventa amorfo, puro ammasso residuale di metallo o di pietra. A questi simboli carichi di significato accade ciò che Elias Canetti ritiene tipico per le situazioni di transizione radicale: da un momento all’altro un segno potente (l’esempio canettiano parla delle mostrine militari) viene azzerato, trasformandosi in una eccedenza imbarazzante. Senza valore reale alcuno, il significante finirà, semmai, nei depositi dei relitti strani pervenuti da un sistema defunto. 

 

 

Questa è anche, pur con alcune complicazioni postmoderne, la storia di uno strano complesso ubicato in Lituania, il parco “sovietico” di Grūtas, presso la cittadina di Druskininkai. Occupata in seguito al patto Ribbentrop dall’Unione Sovietica, contesa durante la guerra e integrata, nel 1944, nell’impero sovietico, la Lituania fu dall’immediato dopoguerra in poi il terreno di una sovietizzazione, che si materializzò in modo eclatante attraverso la disseminazione di monumenti alla gloria dei grandi eroi sovietici.

 

 

Ecco spuntare ovunque dei Lenin e degli Stalin giganteschi, accompagnati dalle figure più minute di leader o eroi lituani, il tutto elaborato e realizzato secondo l’ortodossia dello stile del “realismo socialista” in auge. La presenza delle sculture monumentali che mostrano quasi sempre delle figure iconiche di triste solennità, non suscitò né grande entusiasmo né forme di apprezzamento estetico. Anche se tutto ciò apparteneva alla retorica universal-sovietica, va sottolineato che la presenza capillare nel paese di queste statue ingombranti rappresentava comunque qualcosa di preciso: l’occupazione materiale e simbolica del territorio lituano. 

 

 

L’indipendenza dell’11 marzo 1990 non portò soltanto allo smantellamento del repertorio, ma sollevò da subito il problema della risistemazione degli oggetti imponenti del passato. Dopo un periodo di quarantena e lo spostamento in svariati depositi, il corpus di più di ottanta monumenti ai grandi leader non fu distrutto, come auspicato da alcuni, ma finì a Grūtas, esposto ai visitatori in un ampio e sorprendente parco tematico. Voluto e realizzato dall’ex-campione di pugilato e novello imprenditore capitalista Viliumas Malinauskas, il parco esibisce i pezzi “pregiati” del passato nel contesto di un insieme tipicamente postmoderno. Grūtas contiene, infatti, oltre alla teoria di sculture disseminate in una specie di foresta della memoria (ma di che tipo?), un ristorante, un’area giochi, un piccolo museo, un mini zoo e degli elementi metonimici del sistema Gulag. 

 

 

In special modo durante una visita invernale, quando la neve copre i volti degli eroi, e il visitatore non vede l’ora di rifugiarsi al calduccio del “caffè sovietico”, il parco rivela un mix di terrore e di ridicolo ineguagliabile. Ubicati e unificati qui, quasi a formare un solo grande ready made, i “grandi” del recente passato sembrano fuori luogo e come sperduti. Non rappresentano più Stalin o Lenin o gli altri leader minori, ma il fatto di averli rappresentati e quindi anche la loro sconfitta storica. Completamente decontestualizzati e isolati, gli ex-monumenti illustrano nel loro insieme l’operazione simbolico-semiotica iniziale seguita dal nuovo “degré zéro” dell’insignificanza odierna. 

 

 

Tacciare il progetto di Grūtas di apologia del regime sovietico, come spesso avviene, appare fuorviante, visto che questa “riserva” di leader doppiamente defunti rende grottesca persino la Gestalt delle persone rappresentate. L’insieme mostra infatti a perfezione come l’operazione monumentalizzante depersonalizzasse addirittura i volti e la corporatura degli individui messi in posa, inglobandoli in un modello generale, quello del leader tout court

 

 

Anche se esiste qualcosa di ironicamente maestoso in questo limbo bizzarro, che oscilla fra la collezione privata e il luogo di memoria, Grūtas è l’opposto di una santuarizzazione del regime sovietico. Le contraddizioni che hanno portato alla creazione di quest’opera ibrida sono le stesse della storia che le ha prodotte. E il fatto che un’atmosfera sovietica opprima il visitatore, anche se ha appena mostrato la lingua a Lenin o riso davanti a Stalin, esprime lo spirito storico di un’epoca in cui il terrore totalitario la faceva da padrone.

 

 

Ai giorni nostri, caratterizzati da rigurgiti nazionalistici, la gara che portò alla realizzazione del parco di Grūtas non verrebbe forse neppure organizzata. Il metallo verrebbe magari riutilizzato per creare nuovi monumenti pseudo-patriottici. E anche la pietra finirebbe forse per dar forma a un cumulo realizzato seppellendo le mostruose sculture…

 

 

L’idea ambiziosa e originale di salvare questi cimeli è stata invece molto efficace: è nel loro apparire qui, sradicati e solitari, che Lenin, Stalin & Co. subiscono la disfatta più cocente. L’orrore fisico del passato è confluito così nell’ambiguità estetica della nostra società dello spettacolo.

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