Lamezia Terme, 5 maggio 2011

E invece Aristofane lo faccio aspettare ancora. Perché è successa una cosa davvero molto brutta. Sono entrati di notte dentro Palazzo Panariti, dove teniamo gli incontri di Capusutta, hanno sfasciato porte e finestre. Ladri? Ma non c’era niente da rubare, il palazzo è ancora vuoto, appena inaugurato, non ci sono attrezzature, solo due piccoli monitor per la sorveglianza. Dei balordi, può essere. E se fosse invece un brutto segno, una specie di intimidazione? Contro chi? Ci nascono strani pensieri in testa, che vorremmo ricacciare indietro.

 

Speriamo che non siano segnali contro Tano Grasso e il suo irruento procedere a cercare di portare novità nella cultura cittadina. In effetti non c’è un’aria rassicurante in giro: sembra da certi discorsi - sembra, ripeto - che qualcuno remi decisamente contro.

“È che il teatro di ricerca qua non funziona!”, “che prima di voi c’erano altre esperienze di laboratorio teatrale, mica era il deserto!”, e argomentazioni simili. Che bisogno c’era di ricorrere a Ravenna e a Napoli, in sostanza. E in effetti, a parte le porte sfasciate, c’è un altro particolare che comincia a farsi pesante: da quattro mesi veniamo qui a lavorare, e ancora non ci hanno firmato il contratto di lavoro, né alle Albe né a Punta corsara. Non è bello.

 

Forse riusciremo a finire questo primo anno, a realizzare Donne al Parlamento entro dicembre, ma forse il desiderio di Tano di creare una continuità, di far nascere qualcosa di simile a quel che si è seminato in precedenza a Napoli, forse sarà difficile realizzarlo. E degli 80 che partecipano a Capusutta cosa ne sarà? Del loro acceso entusiasmo, del loro non mancare mai, del loro impegnarsi nei cori e nei giochi, del loro scriversi su facebook che non vedono l’ora che sia lunedì per riprendere a lavorare, del loro affiatamento già molto forte con i “corsari” napoletani, e pure del lavoro prezioso che un teatrante lametino come Dario Natale ha fatto per favorire l’innesto dell’intero progetto nella città, a certa gente ben poco importa. Della delusione di questi adolescenti una volta che Capusutta finirà, e magari non per nobili motivi, a certa gente ben poco importerà.

 

Sono questi signori i guardiani della ruggine quotidiana, della vita irrigidita, odiano il movimento e le novità, diffidano sempre dei fuochi che si accendono. Il signor Grigio, il Signor Prudente, il signor Pigro, il signor Tutto-tranne-che-cambiare: ai tempi di Gogol e Majakovskij avevano altri nomi, ma le loro facce hanno sempre gli stessi lineamenti, al nord, al sud, in tutto il mondo. Ci auguriamo che la volontà politica, quella che quando è autentica fa davvero il bene della polis, quella che sappiamo viva e all’opera nel sindaco e nell’assessore alla cultura di Lamezia, sappia tirare dritto senza farsi condizionare.  

 

 

Ma passiamo ad Aristofane, che già nel nome ci fa respirare (“aristo”, il meglio, “fane” manifesta). Ho raccontato ai ragazzi di Aristofane come di un adolescente infuriato di 2.500 anni fa: così dobbiamo immaginarcelo. Dobbiamo tirarlo giù dal piedistallo, dal monumento del “più grande poeta comico antico”: è un ragazzo! Scrive i suoi primi testi appena diciottenne, e sono tutti contro la guerra del Peloponneso che sta mandando alla rovina la sua amata città, Atene. Immaginiamocelo qualche anno prima, accompagnato dai genitori nel teatro di Dioniso che sta davanti all’Acropoli: il teatro nella antica Atene è uno stadio all’aperto per migliaia di persone, luogo fondamentale nella vita cittadina al pari dell’agorà, la piazza in cui i cittadini si riuniscono in assemblea e prendono le decisioni politiche, secondo un modello di democrazia diretta e non delegata.

 

L’Aristofane adolescente adora restare là tutto il giorno insieme alle altre migliaia di suoi concittadini, dall’alba al tramonto, portarsi da casa la merenda, fare il tifo per i grandi tragici, Eschilo e Sofocle, comportarsi come uno spettatore colto e appassionato, competente e tifoso, come i suoi concittadini, capaci di fischi e boati, capaci di tirare noci a un attore che non sappia onorare il dio del teatro, Dioniso, e di gridargli “fuori, fuori” come fanno oggi i tifosi nel calcio, capaci di commuoversi ai versi struggenti cantati dal coro. Non pensiamo al nostro normale teatro di prosa se vogliamo immaginare il teatro greco delle origini, c’entra ben poco: proviamo a ricrearlo nella mente intrecciando insieme l’energia scatenata di uno stadio e l’ascolto religioso in un tempio, lo so, ci è difficile, ne emerge l’immagine di una sfinge, un po’ leonessa e un po’ aquila, un’immagine ben strana, ma quanto elettrizzante!

 

Immaginiamocelo il nostro Aristofane adolescente mentre la guerra piomba addosso a lui e alla sua famiglia, gli spartani alle porte, i contadini costretti a fuggire dalla campagna dentro le mura, con asini e capre, la vita urbana sconvolta, la pestilenza che si scatena in città. A tutto questo l’adolescente reagisce con il teatro, il suo grande amore: ama i tragici, sì, ma la sua rabbia è prepotentemente comica, e aggredisce l’attualità che lo ha aggredito. E perciò nella sua prima commedia rimasta, Gli Acarnesi, si inventa che un vecchio contadino, Diceopoli, stanco che i politici ateniesi pensino a tutto tranne che alle cose importanti, che pensino a come arricchire le proprie famiglie rubando i soldi dello Stato (sic!) piuttosto che a far finire la guerra contro Sparta, decide lui, con una levata di testa sanguigna e arteriosa, di firmare una pace “separata” con i nemici: me la faccio io da solo la pace con quelli, e me ne torno in campagna a coltivare il mio campicello e a onorare Dioniso, con vino e lunghe feste. Che vadano a morire, quei coglioni dei guerrafondai! Non sanno cosa si perdono!

 

Un’idea strampalata, ma che nell’universo “capusutta” del teatro trasforma l’impossibile in possibile. Ti fa ridere e ti fa pensare: è un dato di natura, la guerra? C’è sempre stata, e allora? Dovrà esserci per sempre? È una condanna per l’eternità? Aristofane ha la carica ideale di un irriducibile pacifista e l’inventiva sfrenata di un poeta surrealista. E anche quando sarà vecchio, dopo aver scritto per decenni commedie contro la guerra (quella contro Sparta durerà 30 anni, l’adolescente farà in tempo a diventare calvo), il suo teatro continuerà a sovrabbondare di invenzioni politiche, ma attenzione, quando Aristofane pensa al bene della città, vi pensa in termini di felicità. La felicità del singolo e la felicità di tutti: indissolubili. È il caso di Donne al Parlamento, in cui Praxagora convince le amiche a prendere il potere per salvare la città: visto che gli uomini sanno solo rubare e corrompere, si può, si deve tentare di cambiare, osando l’impensabile. Non dimentichiamo che la democrazia ateniese era riservata solo ai cittadini maschi di nascita ateniese, le donne e gli immigrati non avevano diritto di voto. Ipotizzare che le donne prendessero il potere nell’Atene del V secolo era pura utopia. Ma questa è la forza politica della commedia antica, quella di non dare mai la realtà per scontata, quella di capovolgerla con l’arditezza della fantasia.

 

 

Racconto di Aristofane ai ragazzi, del testo sul quale lavoreremo, appunto Donne al Parlamento: mi ascoltano attenti. Ma siccome nella non-scuola i racconti sulla tradizione devono limitarsi a restare spunti per la fantasia, andiamo subito al sodo. Dopo il racconto divido il gruppo in maschi e femmine. Iniziamo dei giochi scenici in cui dovrà emergere un femminile non servizievole. Non veline, né eterne segretarie e casalinghe, ma donne forti, capaci di non farsi mettere i piedi in testa. Baccanti, come lo erano nell’antica Grecia le fedeli di Dioniso, che nel ballo e nel canto sapevano far emergere un femminile “fuorilegge”, inquietante anche per il saldo potere maschile.

 

I due gruppi affrontati, tutti i ragazzi da una parte le ragazze dall’altra, addossati a due opposte pareti. Siete due bande metropolitane di oggi, oppure due tribù di antichi contadini e contadine: guardatevi. Senza imbarazzo, senza ridere, né far battute. Guardatevi. Reggete lo sguardo. Non fate niente di particolare, basta il vostro volto, serio, semplicemente serio. C’è ostilità tra voi, per motivi che io ignoro, voi soli li sapete. Siete lì e vi guardate. Affidatevi alla potenza del vostro sguardo, senza caricarlo, senza sottolineare nulla. Aspetto che, superato l’imbarazzo e i primi (inevitabili) scoppi di risate, arrivi il silenzio, poi spengo la luce.

 

Nel buio fitto i maschi avanzano cantando una canzone che hanno scelto in precedenza. Usando il semplice interruttore della sala creo dei lampi, per un attimo i lampi rischiarano la scena e il gruppo maschile che avanza, poi si ripiomba nel buio. I maschi cantano una canzone scelta da loro in precedenza, cominciano sussurrando nel buio, man mano che arrivano vicino alle ragazze il sussurro si fa grido violento. Lampi e buio, lampi e buio. Le ragazze hanno per regola del gioco di non reagire, ascoltare quell’avanzata dei maschi restando impassibili, quei maschi che senza toccarle (altra regola) gli arrivano vicinissimi al viso e urlano la loro canzone, come a urlare il loro presunto potere su di loro, con brutalità militaresca. Quando l’energia è al culmine, di corsa i maschi tornano alla loro parete. Buio e silenzio. Ora tocca alle ragazze avanzare, sussurrando la loro canzone, una canzoncina infantile, la voce all’inizio risuona seduttiva poi comincia a farsi stridula e inquietante. Anche loro arrivano vicinissime ai maschi, i lampi ora ce le mostrano a un passo, le voci diventano acutissime, trilli variati come di animali che spaccano le orecchie di quei ragazzi che (anche loro per regola del gioco) non possono fare altro che ascoltare, immobili e impassibili. Emerge una potenza del femminile antica e sorprendente: quelle ragazze fanno paura, perché non si mostrano come oggettini per il trastullo maschile, perché non restano prigioniere dello stereotipo.

 

 

Dopo un paio di questi affrontamenti, accendo la luce e la lascio accesa: è il segnale. I due gruppi corrono gridando verso la linea immaginaria che divide la sala in due, e lì i due “cori” si scagliano addosso ingiurie e parolacce. A un mio cenno, dai cori emergono a turno dei “corifei” che improvvisano i motivi del “perché” queste due bande si stanno affrontano con tanta violenza. E spesso la violenza, l’ingiuria si fa divertente, perché i ragazzi si inventano vicende comiche e battute sarcastiche. Non stanno “pensando” di essere questo o quel personaggio: la tensione del gioco (l’attesa dello sguardo, il buio e i lampi, il canto, l’aver subìto la potenza dell’altro e aver scatenato la propria) ha creato un campo di energia che li rende a questo punto naturalmente creativi, capaci di “fingere” come se tutto questo fosse vero. Cerco poi di far capire loro che mentre un ragazzo e una ragazza litigano, il coro non deve restarsene “parcheggiato” lì accanto, limitandosi ad ascoltare, ma il suo ascolto deve essere a sua volta pieno di tensione, stimolando i corifei, sostenendoli, battibeccando con il coro avversario.

 

Sono tra loro avversari e amanti, c’è scontro e attrazione, e questa ambiguità fa sì che il concerto (nell’etimo della parola “concerto” è presente sia il senso dell’andare insieme che dell’andare contro), fa sì che questo concerto improvvisato abbia in potenza una valenza aristofanesca che i ragazzi neanche si immaginano, non avendo nessuno di loro (o quasi) mai letto nulla di Aristofane. Aristofane è ben presente nella loro carica polemica, nell’ingiuria che si fa efficace battuta comica, nelle invenzioni surreali che accendono il sarcasmo, nella potenza del coro da cui emergono le figure singole a loro volta in grado di dare voce al coro con le loro trovate (come Praxagora con le ateniesi). Non hanno imparato neanche una battuta del testo, ma si sono confrontati con lo spirito che lo sorregge: il gioco di oggi è una prima base, viva e energica, sulla quale andare poi a innestare frammenti della drammaturgia originale, è il punto di partenza della “messa in vita” della favola antica. 

 

 

Nota conclusiva: lo sgombero del campo rom di cui ho parlato in aprile va avanti. Oggi non erano presenti tutti i capusuttini rom, c’erano solo Immacolata e Pamela, accompagnate da Rosy dell’Associazione “La strada”. Sono venute a raccontare ai compagni che è tutto molto incerto, che non sanno ancora come evolverà la situazione, che ignorano dove andranno a vivere. Immacolata e Pamela hanno anche detto che non vorrebbero rinunciare a Capusutta, qualsiasi cosa succeda. Attorno a loro, spontanea, si è manifestata la solidarietà di tutti gli altri, gli “italiani”. Riusciranno le nostre capusuttine rom ad arrivare a dicembre, al debutto di Donne al Parlamento?

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