Roma, Teatro Valle, 16 dicembre 2011

Scrivo questa ultima puntata del diario di Capusutta prima di ritrovarci tutti a Roma, al Valle occupato. Non l’avrei detto, il giorno che ci siamo arrangiati a provare per strada, tra le auto che passavano, perché a Lamezia nessuno ci aveva aperto il teatro, che Donne al Parlamento, dopo la “prima” a Lamezia, sarebbe arrivato fino al Valle. Ma vado con ordine, e racconto come è andata la “hell’s week”, la “settimana dell’inferno”, così negli Stati Uniti chiamano la settimana che precede il debutto.

 

Scendo a Lamezia e subito capisco che il clima non è buono. Ne avevo scritto già sul doppiozero del 5 maggio 2011, quando mi preoccupavano gli atteggiamenti di certi burocrati lametini, e al mio arrivo ne trovo conferma. I “corsari” hanno appena recitato il loro Molière al Politeama, come stava scritto nella nostra convenzione con il Comune, che contemplava non solo il laboratorio di Capusutta, ma anche alcuni spettacoli delle due compagnie, in modo da presentarci ai ragazzi oltre che come guide del laboratorio anche come attori e registi con una propria poetica: lo spettacolo i “corsari” l’hanno fatto, ma in mezzo a sciatterie e “piccoli” sgarbi. Boicottaggi? La parola è troppo grossa? Mah. Sta di fatto che i manifesti del Molière non sono stati affissi, che all’ultimo momento non sono partiti gli autobus che dovevano portare gli studenti al Politeama per la matinèe, che si è lottato fino all’ultimo per avere il carico luci necessario, etc.

 

 

Appena arrivo mi ritrovo con i corsari e i ragazzi per le prove al Teatro Grandinetti, lì dobbiamo lavorare in attesa del debutto di domenica 20 novembre al Politeama. E lì accade un altro fatto “misterioso”: non viene ad aprirci nessuno. Telefoniamo in giro, e il bravissimo capotecnico di Punta Corsara, Antonio Gatto, che è pure lametino doc, apre l’agenda e chiama tutti quelli che conosce: niente da fare. Siamo sulla strada, davanti al Grandinetti. I ragazzi hanno i volti lunghi, delusi. Che fare? Passa un’ora, nessuno si fa vivo, cresce l’insofferenza di tutti. Che fare? Proviamo per strada. Proviamo il nostro Aristofane in strada. Nessuno può impedire il nostro “capusutta”. E così accade, con la felicità negli occhi dei piccoli rom e degli adolescenti lametini, che sentono che stanno reagendo a un’ingiustizia. Le prove scorrono tra canti e grida, interrotte solo dal passaggio delle automobili (poche, per fortuna). Dario Natale le riprende con il suo cellulare. Peccato per chi non è presente: vedrebbe un teatro che gioca la sua partita con l’antico con uno spirito da indignados, con allegria e senza retorica.

 

E proprio alla fine di quella giornata ci arriva la conferma dal Teatro Valle di Roma: il collettivo di artisti che da mesi lo sta occupando, chiede alle Albe una sorta di “direzione artistica” di tre giorni, la possibilità di mostrare un modello di visione culturale, visto il lavoro decennale fatto a Ravenna con i teatri e l’invenzione della non-scuola. Accettiamo la proposta con entusiasmo, e ipotizziamo una tre giorni scandita proprio dal ritmo di Capusutta, da questa linea ideale Ravenna-Napoli-Lamezia che ha unito da nord a sud il nostro operare: fissiamo quindi già delle date, apriremo il 16 dicembre con Donne al Parlamento, il 17 sarà invece una serata Albe, il 18 chiuderà Punta Corsara. Ovviamente per tutto questo non sono previsti compensi, le compagnie investono tutto il proprio per essere vicini e solidali all’azione politica degli occupanti: ma la serata capusuttina? Anche contando che nessuno verrà pagato per quella giornata di lavoro, chi porterà i 60 adolescenti a Roma, chi troverà il contributo per l’autobus e l’albergo?

 

 

Nel frattempo su Repubblica è uscita, nella rubrica di Corrado Augias, una lettera dell’Associazione Ama Calabria, un’associazione che lamenta il fatto di avere i propri contributi parzialmente “tagliati” dall’Assessore alla Cultura Tano Grasso, e Augias, pur ammettendo di non sapere molto della situazione, né di sapere “chi è Tano Grasso”, si schiera senza approfondire a fianco dell’Associazione musicale, sbandierando un generico “la cultura non va tagliata”. Non voglio qui entrare nel merito, e dare giudizi, cosa che non mi compete. Ma è proprio quello che all’opposto fa Augias: non conoscendo i reali termini della questione, entra nel merito e si permette di dare giudizi. E inoltre quel “non sapere chi è Tano Grasso” è abbastanza scandaloso, per un professionista autorevole come lui: proprio su quella stessa pagina di Repubblica, anni fa, Michele Serra scrisse che i funzionari berlusconiani che avevano “fatto fuori” Tano Grasso dalla commissione antimafia sapevano benissimo “chi era Tano Grasso”, deputato e presidente nazionale dell’Antiracket, sotto scorta dai primi anni ’90, e proprio per questo lo avevano rimosso da quell’incarico. Per tale vicenda, Tano è giustamente inferocito… così come è felice per l’invito del Valle…

 

 

Insomma, ogni giorno succede “qualcosa”: giovedì 17, in Comune, c’è la conferenza stampa per il debutto di Donne al Parlamento: accenniamo a Tano Grasso di quello che è avvenuto martedì, ma non vogliamo pregiudicare ancora di più una situazione sempre più difficile e delicata. Prima di tutto i capusuttini, e il loro debutto. L’atmosfera infatti è bella e festosa, molti ragazzi sono venuti per dire il loro entusiasmo per l’esperienza vissuta, il sindaco Gianni Speranza ribadisce la sua volontà di continuare il progetto anche nei prossimi due anni, come era nelle intenzioni iniziali di Tano, e tra le grida esultanti dei ragazzi si impegna a portare lo spettacolo a Roma. Bene, andiamo avanti.

 

Ma dopo la conferenza stampa, Tano ci convoca nel suo ufficio e ci dice: domani mi dimetto. Non ne ho parlato oggi per non rubare la scena a Capusutta, perché oggi si potesse parlare solo del debutto di Donne al Parlamento: Tano mette Capusutta sullo stesso piano di Trame, una manifestazione su libri e mafia che ha avuto un successo nazionale, e le considera le due punte di diamante del suo progetto di innovazione culturale a Lamezia Terme. Ti dimetti per Augias? No, ci risponde Tano, quella è la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Mi dimetto perché la macchina burocratica del Comune non mi ha messo in condizione di portare avanti il mio progetto. Non ce l’ho col sindaco, né con la giunta, che sono brave persone: ma se per portare un foglio da un ufficio all’altro dello stesso palazzo ci vogliono dieci giorni, io non posso più andare avanti. Ci proviamo, a controbattere, ma Tano è irremovibile, e capiamo che non tornerà indietro sulla decisione presa.

 

 

E infatti il giorno dopo, venerdì 18, conferenza stampa dell’assessore alla cultura: risposta “pubblica” a Augias, e dimissioni. Le motivazioni sono le stesse spiegate a noi il giorno prima: aggiunge anche, con tono ferito, delle “umiliazioni subite… non io personalmente… ma le persone che ho coinvolto nei miei progetti”. Il sindaco gli chiede di ripensarci, ma Tano è irremovibile. Ringrazia tutti, si augura che Capusutta e Trame possano continuare, sottolinea che sarà vicino in ogni modo a queste sue due “creature”, ma dopo 18 mesi se ne va. La sensazione di pelle che ho, stando in mezzo a quella conferenza stampa così affollata, è che ci sia chi è sinceramente dispiaciuto e chi invece se la ride sotto i baffi.

 

Nel pomeriggio faccio due interviste telefoniche per il debutto di Donne al Parlamento: mi chiamano Anna Bandettini e Massimo Marino, rispettivamente per Repubblica.it e il Corriere della Sera. A entrambi racconto la stessa storia. Ho come la percezione di aver visto due Italie, in questo microcosmo di Lamezia, e non è per niente una questione di sud e nord: da una parte l’Italia dei 60 adolescenti che stiamo portando in scena, l’Italia di Rosy de Sensi e dell’Associazione la Strada senza i quali non sarebbe stato possibile entrare in relazione con il campo rom, l’Italia di Don Panizza e delle sue tante attività nel sociale, l’Italia di Tano Grasso e del sindaco Gianni Speranza e del loro scommettere sul nuovo e sull’apertura, l’Italia di Dario Natale e del suo cercare di tenere viva la fiammella del nuovo teatro da queste parti, un’Italia che con dignità e senza retorica pensa e fa “cose belle”, se questo in fondo è il dovere della cultura, alimentare la bellezza nella vita di una società; dall’altra l’Italia di poterucoli grigi e meschini, di burocrati che non passano anche quando passano gli assessori, di gente chiusa che sa come mettere i bastoni tra le ruote e impedire il cambiamento, della studiata indifferenza che genera a sua volta indifferenza. Queste due Italie esistono ovunque, al sud come al nord, tocca a noi decidere ogni giorno da che parte stare. Turbato dalle dimissioni di Tano, rilascio queste interviste con un tono che (forse) non avrei usato se quelle dimissioni non ci fossero state.

 

 

È sabato 19 novembre, entriamo al Politeama per allestire scene e luci, per fare le ultime prove. In serata mi arriva la telefonata del sindaco: ha letto le mie interviste, uscite on line e quindi visibili “in tutta la Nazione”. Mi chiede di ritrattare! Ma ritrattare cosa? Capisco il suo stato d’animo per questi giorni difficili, ma onestamente non trovo che ci sia nulla da ritrattare. Non ho mai parlato male di Lamezia, anzi: ho parlato benissimo della bella società civile che ho incontrato. Ho solo denunciato degli atteggiamenti che non potevano essere passati sotto silenzio, gli stessi “inciampi” che hanno portato alle dimissioni quell’assessore alla cultura che proprio il sindaco Speranza aveva invitato a Lamezia. Capisco il suo stato d’animo nel cercare di veicolare una diversa immagine della città e della regione (la Calabria è la prima regione in Italia, e di gran lunga, per “intimidazioni” ai politici, e non stiamo parlando di teatri non aperti ai giovani, ma di buste con proiettili e incendi…), ma credo al contempo che a questo punto tocchi a lui sfruttare l’assist che in fondo questo trambusto ha generato: si impegnerà a far vivere ancora Capusutta, nonostante le dimissioni di Grasso? Ma certo che mi impegno, mi risponde Speranza, nonostante i tagli ai Comuni e i tempi ancora più difficili che si prospettano, mi impegno. Bene, gli rispondo io, allora io a mia volta prolungherò il mio impegno di direzione artistica senza pretendere un euro di compenso.

 

 

E così si arriva al 20 novembre, domenica, la sera della prima. Il Politeama è stipato di gente, saranno 400 spettatori in uno spazio che ne contiene poco più di 300. In platea un popolo, quelle famiglie rom che altrove sono state oggetto di atti di razzismo si mescolano alle famiglie lametine, “ribaltando” la percezione che dei rom si ha normalmente (e non solo a Lamezia). Lo spettacolo trascina e diverte tutti con la sua comicità arcaica e che nello stesso tempo ha il sapore forte dell’ oggi: in questione il potere e il sopruso maschile, donne travestite da uomini, uomini travestiti da donne, e in mezzo i 30 piccoli rom, da Martino di anni 6 a Alessio di anni 10, con la giacchetta grigia della prima comunione, che saltellano qua e là come gli spiritelli di un contemporaneo Sogno di una notte di mezza estate. Il ritmo è quello che abbiamo cercato nelle prove, serrato, non dà respiro, sostenuto dal continuo intreccio di italiano e dialetto lametino. E poi il giorno prima ci siamo inventati una scena finale che fa ulteriormente cortocircuitare il nostro Aristofane con il presente: Michele Serratore, adolescente lametino dagli occhi grandi e dalla recitazione schizzata, si presenta in completo grigio e cartellina sottobraccio per impedire la festa finale di Praxagora, la festa per il nuovo potere instaurato dalle donne di Atene-Lamezia. Questa festa non si può fare, grida “Frankie Serratore”, sedicente funzionario del Fondo Monetario Internazionale e di altre dieci banche dai nomi inventati, è tempo di crisi economica e di tagli, e non solo questa festa, ma neanche Capusutta nei prossimi due anni si farà. Ah si? E se noi vogliamo farla lo stesso, risponde il coro. Serratore elenca tutti i suoi possibili e ingegnosi “boicottaggi”, e il coro imperturbabile gli chiede: ma perché? Perché a me non piacciono le novità, urla gli occhi fuori dalla testa il “grigio” funzionario, e continua a ripeterlo mentre il più robusto dei capusuttini se lo carica sulle spalle e lo porta fuori quinta, mentre tutto il popolo in scena grida “Fuori! Fuori! Fuori!”. Ecco, ora tocca a Praxagora rassicurare i presenti: la festa si farà, e sapete perché? Diglielo tu Mauro! Tutti guardano il piccolo rom che prende fiato e dice: “Perché la felicità non ha prezzo!”.

 

 

Musica, sarabanda, luci in platea e la festa di Praxagora diventa la festa di Capusutta e dei suoi protagonisti. Tutti protagonisti, nessuna comparsa. E agli applausi arriva in scena anche il sindaco che annuncia: il 16 dicembre tutti a Roma, al Teatro Valle. Non fa in tempo a dare la bella notizia, che le urla di gioia dei capusuttini lo sommergono. Sarà vero? Ce la si farà in così poco tempo a disposizione, per rendere operativo il tutto? Che sarà davvero possibile, ne abbiamo la certezza pochi giorni dopo, quando il sindaco ci fa incontrare con dei funzionari che non avevamo mai visto prima, facce nuove finalmente, gente determinata e corretta. Bene, al Valle dunque. E con questo invito nella capitale, mi congedo e saluto con affetto chi ha seguito questo diario di un anno di Capusutta, che “capusutta” (ovvero “a testa in giù”, “ribaltamento”, in dialetto lametino) lo è stato per davvero, nella scena come nella vita. 

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