A Yi: un inizio

È difficile parlare delle persone. Chi sono, cos’hanno in testa, o nel cuore, nel fegato, nella cistifellea (il demonio, secondo medioevali intuizioni?).

Più facile dire che A Yi è considerato da molti il migliore della sua generazione: gli autori nati negli anni ’70.  Io però voglio andare più in là di una semplice intervista (quante volte gli avranno fatto le stesse domande? Quanti automatismi ha introiettato per difendersi, per nascondersi?).

 

Eccolo, A Yi: ci guardiamo negli occhi. Seduti al tavolino uno di fronte all’altro, l’interprete sa metterci in contatto con discrezione, scompare, insomma siamo io e lui e nel suo sguardo vedo un Thomas Milian (occhi a mandorla, certo…): altro che timido. Eravamo al Bookworm: vino, tè, e libri sugli scaffali tutt’intorno.

 

Ma la memoria mi ha preso la mano: inganna.  Mi tiene fermo su un solo sguardo, un momento solo dentro a un lungo colloquio. Perché è su quello sguardo che io e A Yi abbiamo inaugurato un’amicizia. Parola grossa? Diciamo che ci siamo intesi.

 

Invece era arrivato timido, il mio scrittore di trentasei anni: come l’avevo visto all’inaugurazione di una libreria sabato scorso, un incontro di sfuggita, casuale, con un paio di conoscenti a tradurre confusamente le nostre parole: di circostanza, si usa dire.  Al Bookworm arriva disponibile, contento, quasi sottomesso (di una persona così si dice: che tiene le orecchie basse). E poi ha cominciato a giocare, con me, come io ho cominciato a giocare con lui.

 

In sostanza: di lui già sapevo molto, qualcosa di suo l’avevo letto, e avevo cominciato a formarmi un’idea. Speravo di tirargli fuori delle verità su di sé. Perché scrive ciò che scrive, come ha cominciato a voler scrivere quelli che a me – e non solo a me - appaiono racconti cupi. Un omicidio commesso senza una ragione seguito da un rimorso lungo un centinaio di pagine, un rimorso involuto, che si sovrappone alla realtà del protagonista e la distorce. O quel racconto senza scampo e a molte voci, un eterno perdente (ma al gioco degli scacchi!), un uomo in cerca di una grossa cifra per operare il padre – a ogni costo, perché è questione di vita o di morte – e dunque un morto ammazzato, poliziotti che infieriscono sull’indiziato sbagliato, o forse era quello giusto, per strappargli una confessione, e il potente di turno aggrappato al proprio status (quo). Alla fine chi si pente sono i poliziotti, l’assassino è libero, il padre malato è morto, il figlio è condannato a morte: l’assassinato non può più vincere agli scacchi.

 

Very dark, mi hanno detto di lui, in inglese. Ma c’è molta verità in ciò che scrive: siamo lontani dall’universo punk, criminoide, che gli editori europei cercano come manna dal cielo.

 

A Yi l’ho già incontrato forse due anni fa (il ricordo è confuso, per me e per lui: mi scrive il nome dell’editore cinese che a suo dire ci avrebbe messo in contatto: io non lo conosco). Ricordo bene, e successivamente ne ho letto, che A Yi era poliziotto, e che si è licenziato dal corpo di polizia dopo pochi anni, ancora giovanissimo. Ricordo, e mi hanno detto, che lui riteneva ‘noioso’ quel lavoro: non far niente tutto il giorno, giocare a carte, o restare seduto a presidiare una porta per ore. Ricordo (e quando ho riferito il ricordo ad altri mi hanno detto che no, loro non la sapevano così), che c’era comunque un episodio oscuro, mobbing da parte dei colleghi, rifiuto a partecipare a un fattaccio, un piccolo trauma: non mi aveva detto così, due anni fa? Ne conservo gli appunti. Tra il trauma e la noia ce ne corre. Certo, non è detto che uno scrittore abbia voglia di raccontarsi così, apertamente, al primo che arriva dall’Italia. E forse giocava già due anni fa.

 

Insomma mi preparo a scavare, o meglio a scavalcare la sua – o le sue - verità di maniera, il racconto di sé buono per gli editori, per la stampa, per vedere se c’è altro.

 

Lui dunque comincia il suo resoconto come se niente fosse: la noia, in polizia. Proviamo di sguincio: chiedo subito: cosa ti ha portato a decidere il licenziamento, la goccia che ha fatto traboccare il vaso? La risposta è uno scarto: il fatto grave è che la sua famiglia ha criticato ferocemente la decisione di licenziarsi: a ventidue anni praticamente scappa dalla cittadina dove vive e lavora e va a fare il giornalista sportivo - aveva sempre pensato, fin da bambino, di voler scrivere. (Si tiene su un registro basso, sottintende: la vita è poca cosa, niente ha grande importanza, un lavoro vale l’altro, ma al paese d’origine mi sembra di capire che ci è tornato poco – me lo appunto: la famiglia).

 

Dopo la noia, l’inutilità, le giornate vuote, la sensazione di non saper fare niente e di non avere grande autorità, ecco l’annuncio di ricerca personale da un giornale di Canton: gli ho scritto, mi hanno detto: ti assumiamo perché sei l’unico che ha risposto all’annuncio: volare basso è il suo mestiere. E ricomincia l’esercizio di autodenigrazione: perché a lui il calcio non interessa, non sa giocare, quindi cosa può riferire? Poi però, con gli anni – dieci! - passando di testata in testata, di città in città, Pechino compresa, si scava una nicchia: lavoravo pochissimo, avevo sempre la mia rubrica, poche righe, ripetevo sempre le stesse cose. Era tutto un po’ noioso…

 

Eccoci qua. La sensazione che dietro l’abbandono del lavoro in polizia ci fosse altro fa il paio con le notizie che ho raccolto di recente: che a lui piace moltissimo giocare a pallone, che ha una sua squadra. Quindi io al suo dire sorrido e mi mostro perplesso: sicuro che non hai mai giocato a calcio? Certo, risponde lui: e comincia il nostro, di gioco. Un balletto, un valzer. Mi ha detto un giornalista italiano di avergli procurato i biglietti per la Supercoppa italiana a Pechino. Nega: ha visto la Supercoppa italiana un paio di anni fa solo in tv. A Yi gioca a nascondermi le sue verità, così come io pretendevo di nascondergli di aver parlato di lui con altri, di aver raccolto informazioni previe, altro che la faccia da ingenuotto con cui mi sono presentato, e lo sguardo innocente della domanda: ma cos’è successo di grave, in polizia?

 

Dice A Yi: vuoi sapere chi sono? E allora te la conto su come mi pare a me. Sotto i baffi. E, vien da pensare, così si forma la sua scrittura.

Intanto c’è lo sguardo alla Thomas Milian, a un certo punto c’è perfino un brindisi tra un mio bicchier di vino e un suo d’acqua, ci stiamo divertendo assai, l’interprete intuisce e non fa una piega, riesce a starne fuori riproducendo semplicemente il tono della conversazione: è la prima volta che l’incontro con uno scrittore che non parla inglese va via così liscio, non è un’intervista, è più di intervista, come voglio io.

 

Nella mia testa anche una domanda a latere: potrebbe, A Yi, parlar male della polizia in pubblico? Denunciare roba troppo grossa? (Abbiamo gente intorno, siamo al Bookworm, bar/caffè/biblioteca dove si incontrano scrittori e industria editoriale, e i tre cinesi qui accanto chi sono?). Obliquità dunque: nelle mie domande, nelle sue risposte: siamo nella Cina della censura (precongressuale: l’8 Novembre si apre la grande assise di Partito, ne usciranno i nuovi assetti di potere nel paese più grande del mondo). Poi capisco che no, mi sto lasciando sviare, non posso mettermi a pensare che qualcuno sia in ascolto. È il problema della censura: te la trovi tra le scatole come un macigno anche se non c’è, in mezzo alla tua strada. La censura non esiste: è censurata. E tu resti al buio.

 

E allora torno sull’abbandono del posto in polizia: è stato davvero volontario? E lui dice sì, e qui vedo un’ombra calare su noi tre, A Yi, interprete e sottoscritto; dice: la mia famiglia mi ha molto criticato. Non ha accettato l’idea che lasciassi un posto sicuro, per andare un po’ all’avventura. È difficile andare contro la famiglia, dico: risponde solo un sì. Poi aggiunge: ho avuto contatti rari da allora: con loro e con il mio paese d’origine.

(Questo è il tema su cui lui non gioca. Peccato non riuscire a andare avanti: so che i rapporti famigliari sono a rischio, in Cina, i padri e le madri duri come il muro: beh, nei romanzi migliori è stato detto, e scritto. Lui invece scrive di omicidi).

 

Ora, sì, lavora come responsabile di collana per una casa editrice (il suo compito è pubblicare i migliori trenta-quarantenni): ma i suoi due boss litigano, sono in lotta: lui sta molto tranquillo, praticamente non fa niente, non ha nessuna responsabilità.

Ha tempo per scrivere. Bene. Forse è qui che è arrivato il brindisi, la risata, quando ripeto, insomma la vita è tutta così: ti annoi, lavori pochissimo. Non c’è problema. E il materiale per scrivere racconti dove lo tiri fuori? A Yi cambia registro. Si comincia a parlar sul serio: come a dire ok, basta con il gioco, prendi da me, dalla mia storia, se sei in grado di capire.

 

Il periodo da giornalista sportivo è fecondo: scrive su una rivista online, trova interlocutori.  Sono brevi aneddoti dalla sua vita da poliziotto, storie brevi, ed è proprio il redattore capo che intuisce come lui sia scrittore vero, è da qui che usciranno, riscritti, i racconti di Grey Stories, ancora grezzi a suo dire, e poi la sua raccolta più importante, The Bird Saw Me, che viene recensita favorevolmente da Bei Dao, un poeta molto noto in esilio, e A Yi comincia a essere inseguito dagli editori. Sarà il primo editor di Chutzpah - rivista letteraria di punta - a Pechino comincia a lavorare alla collana. La sua generazione sta venendo fuori, c’è più attenzione sui media, nelle case editrici, e lui è indicato come uno dei capofila.

 

Dice che la sua forza è la memoria degli anni in polizia: pochi, neanche quattro, eppure bastano per consegnargli ricordi che la sua immaginazione forgia e distorce. Mi fa un esempio. La storia nasce dalla riesumazione di un cadavere, di cui lui è stato testimone: la tradizione cinese richiede la cremazione, la famiglia porta a termine la cerimonia funeraria di un uomo che era stato seppellito pochi giorni prima. Quando aprono la bara (è una storia vera, l’ha visto con i suoi occhi) si rendono conto di come le mani del cadavere siano spellate, le dita rotte: come se, sepolto vivo, l’uomo avesse cercato disperatamente di uscire dalla bara.

 

Ecco, da un episodio del genere nasce un suo racconto: e A Yi sceglie di descrivere un uomo potente, un commissario prefettizio, che per rimarcare la sua autorità aveva annunciato la sua trasgressione alla tradizione. Si sentiva sopra ogni sospetto, imbattibile nonostante l’età avanzata. E viene sepolto vivo dai suoi nemici.

 

Certo che ne hai viste! Altro che noia.

Ora mi sento lontano da quel passato, i miei sono ricordi. Granta, dopo la sua recente apparizione alla London Book Fair, gli ha chiesto di scrivere un pezzo proprio su come la sua esperienza in polizia si è tradotta nella scrittura.

“In effetti devo scriverla in fretta, tra poco scade il termine di presentazione. Credo che scriverò di cadaveri.” Mentre la frase viene pronunciata dall’interprete di nuovo A Yi mi guarda di sottecchi: solo così, con tanta ironia e gioco, si può parlare di tale materia seduti al tavolo di un bar.

 

Sto pensando, dice, a partire da un’immagine, un ricordo. Una strada davanti a me che dopo un centinaio di metri si inerpicava diritta su per la collina. La neve. E in mezzo alla strada, sulla neve, un uomo riverso, a faccia in giù, con le braccia e le gambe aperte. Siccome la strada è in salita, a me sembra di vederlo dall’alto, come se stessi volando.

A questo punto capisco che lui mi sta costruendo il racconto in presa diretta. Come dicesse: guarda come faccio, guarda la mia immaginazione come si muove.

 

Io e il mio collega corriamo, perché c’è una donna, una passante, che grida, cercando di impedire a un cane randagio di azzannare il corpo immobile, di mangiarselo. Forse è ancora vivo. Indossava una grande sottana, ma era un uomo.  Era un barbone, un senza tetto. Morto. Abbiamo rivoltato il cadavere e abbiamo visto che aveva un grosso sasso al posto del fegato: sì, un buco, e dentro al buco c’era un sasso.

 

Dice: scrivere è un modo per ricostruire (mi hai sentito ora, con le tue orecchie, nel mio racconto c’è una verità, la memoria, e poi altro, che ti ho regalato in diretta). Scrivendo si modifica la realtà, lavorando duramente. È come se io negli occhi avessi delle fotografie: parto da lì, e lavoro. Metto giù una prima stesura, e poi asciugo pian piano: più che romanzi i miei sono racconti lunghi, novelle.

 

Basta, non ne può più. Comincia a parlar d’altro: sì, lui gioca a calcio spesso. Gli piaceva fare il cronista sportivo. Gli piace il calcio italiano, e comincia a citarmi qualche giocatore: chi gli piace, chi non gli piace. Dice, non mi piacciono i giocatori belli: Baggio, Inzaghi. Non mi piace che un giocatore sia bello. È ora di salutarci.

 

Gli scrivo poi una mail: correggo il suo ricordo: non ci presentò l’editore che lui citava, ma un giornalista di Shanghai. Lui mi risponde subito.

 

Sì è lui

mi sono sbagliato

hai ragione.

Grazie.

Sto scrivendo da tempo un romanzo.

Scrivere è molto doloroso.

Farò del mio meglio per terminarlo.

A Yi.

 

Spero di rivederti presto. Andrea.

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13 Novembre 2012