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cultura romanesca

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Visita a Testaccio

Tempo fa, a Testaccio, mentre languivo in macchina alle pendici del monte dei Cocci, passò una carrozza trainata da un cavallo, e udii la voce del cocchiere che borbottava: “Daje che nella prossima vita io so’ er cavallo e tu er vetturino”. Il cavallo era schiantato dalla calura, e in quel momento il pungolo del padrone dev’essergli sembrato l’unico conforto. Per tratteggiare con una battuta una scena che si svolge in un’era futura di reincarnazione, dove cavallo e vetturino si scambiano i ruoli in una forma di compensazione delle fatiche terrene, ci vuole un dialogo delicato, una teatralità tutta romanesca, nutrita da scherno, affetto e sapienza popolare. La romanità in questo è molto simile alla napoletanità, con una sola, sostanziale differenza: il teatro della romanità non prevede un pubblico. E in effetti il cocchiere testaccino pronunciò la sua battuta dal sedile della botticella da cui non poteva vedere me, che me ne stavo rinchiuso in macchina, e insomma, a eccezione di me e del cavallo, nessuna creatura vivente era in grado di assistere alla commedia, il che depone a favore della sua...