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Diario russo 26. La bambina al commissariato

22 Ottobre 2022

L’amor di patria come espressione richiama letture di un tempo passato, immagini del libro Cuore di Edmondo De Amicis, emozioni e sensazioni ancora lontane dai massacri delle guerre mondiali e dalle violenze in nome della nazione e della sua supremazia avvenute negli anni che ci separano dalla pubblicazione dell’opera più famosa dello scrittore italiano. Le emozioni erano lontane, ma già presagivano quanto sarebbe avvenuto di lì a quasi vent’anni, quando Alberto, padre del protagonista Enrico Bottini, nella lettera intitolata appunto “L’amor di patria”, descrive il ritorno in città da una guerra ipotetica di uomini mutilati, che leveranno in alto le teste bendate e i moncherini, tra il tripudio della folla.

Umberto Eco nel suo “Elogio di Franti” provò a immaginare le conseguenze dell’approccio pedagogico del padre di Bottini, scrivendo come “ti educava così questo figlio alla violenza e alla retorica nazionale, all'interclassismo corporativista e all'umanitarismo paternalista, sì che svolgendosi la vicenda nell'ottantadue, possiamo immaginarci Enrico interventista quarantenne (e quindi a casa, da tavolino), all'inizio della guerra, e professionista fiancheggiatore delle squadre d'azione nel ventidue, lieto infine che il Paese sia andato in mano a un uomo forte garante dell'ordine e della fratellanza”. 

Queste pagine mi son tornate in mente quando ho letto la notizia, il 9 ottobre, di una bambina di 10 anni portata nel commissariato del quartiere moscovita di Nekrasovka, nuova distesa di condomini al di fuori dell’anello autostradale che circonda la capitale, passato dai quasi ventimila residenti del 2010 agli ottantasettemila e passa di oggi. No, non è una storia di emarginazione sociale, a Nekrasovka ci sono case nuove, residenze più o meno accessibili economicamente, i servizi non mancano: la bambina, prelevata in orario scolastico, non è una pericolosa baby spacciatrice o con problemi familiari, ma un avatar gialloblu, i colori della bandiera ucraina, nella chat di classe.

La mamma era già stata convocata a scuola qualche giorno prima, a fine settembre, perché si era rifiutata di dare l’assenso alla frequentazione delle lezioni dedicate all’attualità, le “conversazioni sulle cose importanti”, dove la propaganda diventa materiale scolastico. Già in quell’occasione le rimostranze della direzione della scuola erano dirette all’avatar, a cui è seguita la segnalazione da parte della direttrice al commissariato, chiedendo l’intervento delle forze dell’ordine e dei servizi sociali nell’indagare sulle “condizioni socioeconomiche della famiglia e lo stabilire il rapporto causa-effetto delle posizioni politiche espresse”. Una novità, per il sistema scolastico moscovita, dove la pressione dall’alto è sempre stata vista con diffidenza dagli allievi e come fonte di preoccupazione dai dirigenti, sempre attenti a non creare situazioni di conflitto in classe in grado di metterli in difficoltà.

Questa volta è la direttrice di un istituto a chiedere espressamente l’intervento esterno, e non del dipartimento dell’istruzione o del ministero, ma della polizia e del Centro E, struttura dedicata a “contrastare l’estremismo”. Maiya Bulaeva, la direttrice della scuola a Nekrasovka, è una giovane donna ambiziosa di 43 anni, che è riuscita a diventare, da insegnante di tecnologia, dirigente scolastica in poco tempo e poi deputata del consiglio di quartiere eletta tra le fila di Russia Unita alle elezioni amministrative.

I titoli per questa carriera folgorante vi sono tutti: due master conseguiti nelle università cittadine, il titolo di kandidat (primo livello del dottorato) in economia, partecipazione a numerosi corsi d’aggiornamento. Nella lista dei titoli conta poco se la tesi di dottorato risulta, secondo l’analisi condotta dagli esperti di Dissernet, scopiazzata in gran parte, perché è la forma a esser importante in un sistema altamente burocratizzato, e non a caso l’ascesa della Bulaeva inizia come vicedirettrice responsabile del lavoro scientifico e metodico in una scuola, incarico dove si devono tener sotto controllo le carte e i documenti amministrativi. Le ambizioni sono tante, e la direttrice da tempo prepara la tesi da “doktor”, cioè l’ultimo livello del dottorato, titolo necessario per diventare professore ordinario, rettore e che può aprire la strada a ulteriori scalate.

E cosa è la serenità di una bambina dall’avatar sbagliato e della sua famiglia in confronto ai piani ambiziosi di una funzionaria alla testa di una scuola di periferia? Già nel 2016 un articolo della Bulaeva si intitolava “Un trampolino per i direttori: non ho intenzione di fermarmi”, parole in grado di dire molto di più di ulteriori speculazioni.

E così la scuola diventa non il luogo dell’amor di patria deamicisiano o novecentesco, fatto di luoghi comuni, melense preghiere alla sacralità dei confini, evocazioni senza tempo di un passato che fu, ma uno spazio dove carrierismo e mobilitazione si incontrano, e in nome degli obiettivi della “operazione speciale” e dei percorsi lavorativi dei direttori si è pronti ad andare avanti. La direttrice è il volto dello Stato in guerra, responsabile per esso della tranquillità di aule diventate retrovie, sempre con un occhio all’efficienza tanto pubblicizzata, e gli intralci vanno eliminati, con un tratto di penna o una telefonata in commissariato.

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