Fuori luogo, a passo di fanfara

5 Novembre 2015

En avant, marche!, ultimo lavoro di Alain Platel e il suo Ballet C de la B di nuovo insieme (dopo il successo di Gardenia nel 2010) a Frank Van Laecke e al compositore Steven Prengels, è dedicato in modo intenso e esplicito al mondo delle bande musicali, un microcosmo sotterraneo e diffusissimo, un riferimento ancora vivacemente attivo in molti paesi e città, quasi una sacca di resistenza artistica e sociale anacronisticamente incastonata nel mondo contemporaneo degli smartphone e del digitale. La forma e il tema della banda sono grandiosamente al centro di tutto lo spettacolo, sia sul piano visivo sia su quello musicale. En avant, marche! si apre con una scena che si potrebbe dire “preliminare”, dove due donne preparano il palco distribuendo decine e decine di sedie pieghevoli che sbucano dappertutto – perfino dalle aperture del fondale – e invadono rapidamente tutto lo spazio. Di lì a poco entra qualche musicista, all'inizio sono solo quattro o cinque, e cominciano a suonare; non smetteranno più, costellando – un motivo dopo l'altro – l'intero sviluppo dell'opera, e integrando man mano altri elementi (soprattutto ottoni e fiati), fino a saturare sonoramente e visivamente l'intera messinscena.

 

ph. Phil Deprez

 

Una scelta interessante, che aggiunge un tassello curioso e raffinato alla ricerca artistica di Platel, è che la banda (grossomodo una cinquantina di strumentisti) cambia di volta in volta: a ogni replica, viene coinvolto un ensemble locale, della città che li ospita (a Modena era la Banda Cittadina “A. Ferri”). Negli anni Platel – che è tornato spesso in Italia e in particolare a Vie – ha abituato il pubblico a una ricerca precisa, ricca, divertente e lucida, complessa sul senso della comunità, sui rapporti fra il singolo individuo e la società, la sua dispersione nella moltitudine e allo stesso tempo sull'impossibilità della fusione, sull'alterità che sempre rimane (e in parte sul ruolo che la musica svolge in queste dinamiche). Qui il discorso sulla varietà degli individui e sulla loro unione corale, della micro-società della banda contemporaneamente dentro e al di fuori dalla comunità in cui opera, viene mediato e arricchito da una pratica autenticamente partecipativa; e il ragionamento sul senso della comunità si fa immediatamente ancora più nitido, presente, reale, mentre l'opera di Platel ancora una volta intreccia l'esattezza geometrica delle partiture visive e sonore con un elemento variabile che – con i suoi imprevisti – può donare allo spettacolo infinite possibilità di mutazione, con l'effetto di sprigionare un'energia ad altissimo livello.

 

ph. Phil Deprez

 

Ma se, con una scelta del genere e considerando la ricerca artistica di Platel nel suo complesso, ci si aspetterebbe “soltanto” un nuovo meraviglioso e travolgente affresco sull'idea, il valore e il senso della comunità (fuori e dentro il teatro), va detto che l'altro protagonista (Wim Opbruck) di En avant, marche!, per la verità, è uno e uno soltanto: un uomo, molto alto, un po' corpulento, non particolarmente aggraziato né in armonia con le azioni e le sonorità intessute nello spettacolo. All'inizio, prima che tutto cominci, è solo in scena: su una sedia, cerca di suonare i piatti (senza particolare successo). Durante tutto lo spettacolo attraverserà in modo ironico, spiazzante, senza sintonia né sincronia la stratificazione di musiche e movimenti corali prodotta dalla banda. Opbruck imprime sul tema bandistico la partitura de L'uomo col fiore in bocca di Pirandello: impersona un trombonista, membro della banda e musicista da trent'anni, che però a causa di un tumore in gola non potrà suonare più. La fantasia vertiginosa, l'ironia e la leggerezza del segno artistico di Platel si colorano di angoscia, di toni cupi e sonorità più aspre. Le azioni di Opbruck, proprio nel centro dell'energia della banda, in contro tempo e tendenza, per contrasto si rivelano di un'alterità disperante.

ph. Phil Deprez

 

En avant, marche!, avendo al centro (concettuale e scenico) il tema delle bande musicali, è uno spettacolo sul senso d'assieme, la partecipazione e la comunità. Ma come in altri lavori di Platel, non c'è solo questo, insieme all'energia esplosiva e vibrante che si riversa in platea nei numerosi momenti di coralità, dove le voci (delle persone e degli strumenti) si stratificano e si intrecciano l'una sull'altra, l'una con l'altra fino a generare una potenza di coinvolgimento unica. Nell'opera, c'è anche l'altra faccia della medaglia: l'individuo, il solo e l'assolo, la solitudine in mezzo alla moltitudine, l'unicità dell'altro, la sua assoluta distanza. La ricerca instancabile, faticosa e ironica di un possibile equilibrio fra questi due poli è forse una delle cifre più note e complesse dell'opera dell'artista belga. La forza travolgente del titolo e del suo senso si ribalta pericolosamente: avanti, march! Avanti march!... è un'esortazione a cui l'uomo risponde creando un ulteriore momento di resistenza: “Non voglio più marciare, bisogna sempre marciare, marciare, marciare...”, constata sconsolato, stanco, rassegnato.

 

ph. Phil Deprez

 

Lo spettacolo si snoda in un contrappunto continuo, meraviglioso e straziante, fra gag imprevedibili (su tutte, dei gargarismi che diventano musica e poi “geyser umani”) e monologhi deliranti e disperati; fra l'energia dirompente di certa musica, la bellezza del suono comune, e l'anomalia di quest'uomo, costretto ad abbandonare la sua passione e forse la vita.

Sempre fuori luogo, fuori tempo, troppo grande, troppo infervorato, troppo lento, troppo stanco: il protagonista non è più parte del gruppo, alla fine la sua sedia nell'ensemble resta vuota... e lo spettacolo così da un lavoro sulla micro-comunità costituita dalle bande musicali contemporanee, diventa la storia struggente di un addio, intimo e totale. E, oltre a musiche, bande, comunità piccole e grandi, entrano in campo amori vecchi e nuovi, eredità e passaggi di testimone, insofferenza, sofferenza, tristezza, amarezza, ma anche l'energia travolgente della vita (e della marcia) che continua e continuerà. In questo disequilibrio, l'intreccio inestricabile di danza, musica e parola, emozione e astrazione, pensiero e poesia, che è il teatro di Platel, rivela ancora una volta una prospettiva tenera e amara, appassionata e lucida che pone al suo centro con forza irriducibile la ricerca sulle qualità dell'umano, sul modo e senso di essere, soli e insieme, umanità.

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