Immaginazione, formazione e trasformazione

10 Settembre 2022

Heinz von Foerster, nato da una sorella di Ludwig Wittgenstein, aveva un figlio a cui aveva dato il nome dello zio. Fin da molto piccolo il bambino si era rivelato un genio della matematica. Un giorno è tornato dalla scuola, dove frequentava la prima classe, piangendo. Al padre che gli ha chiesto perché, il bambino ha detto di aver preso un brutto voto in aritmetica. Come mai, ha replicato stupito il padre, che conosceva bene le doti del figlio. La maestra ha chiesto quanto fa 3+3 – gli ha risposto il bambino – e io ho alzato subito la mano rispondendo 3x2, e mi ha dato un brutto voto!

Ho sempre ritenuto questo aneddoto un potente analizzatore delle forme dominanti di educazione e formazione. Le cui conseguenze già di per sé gravi rischiano di divenire una delle principali cause di crisi della vivibilità e della democrazia, non solo, ma il principale ostacolo a una trasformazione necessaria e richiesta, oggi.

Quella che stiamo vivendo, infatti, è forse l’epoca in cui, più che in ogni altra, sarebbe necessario l’apprendimento del futuro. Siamo ormai consapevoli che il mondo, quello creato dalla nostra specie che è padrona del pianeta, così com’è non ci può bastare e non ha un avvenire. Se consideriamo le nostre conoscenze, il nostro modo di educare e formare le nuove generazioni e noi stessi, non è difficile rendersi conto che si tratti di un campo formativo in cui domina la forza dell’abitudine.

Noi ci formiamo e formiamo ed educhiamo le nuove generazioni, nel senso di metterci e mettere in una forma, prevalentemente all’insegna della continuità, e la formazione e l’educazione sono soprattutto pratiche del conformismo. Molto meno utilizziamo le risorse conoscitive e le nostre capacità di apprendimento nel nostro habit per trasformarci, dando voce, tempo e opportunità allo spazio di scoperta e alla nostra immaginazione anticipatrice. L’habit è il nostro oikos, il nostro contesto o campo formativo.

È fatto di vincoli e possibilità. I vincoli sono i nostri antecedenti evolutivi imprescindibili. E sono allo stesso tempo, contingentemente, la condizione delle nostre possibilità. Nel nostro habit apprendiamo e la continuità ci rassicura. Nelle relazioni di quel campo formativo si crea la nostra individuazione e si definisce la nostra base sicura. Fattori indispensabili di ogni creazione di sé. La ripetizione, che ci consente di riconoscerci, riconoscere ed essere riconosciuti, svolge la sua funzione di accumulazione necessaria dell’esperienza. Senza base sicura non riusciamo ad accedere alle differenze che si parano innanzi alle nostre vite, la cui elaborazione e il cui apprendimento sono altrettanto se non più importanti della ripetizione rassicurante.

Mentre l’apprendimento delle continuità rassicuranti tende ad essere tacito e principalmente lineare, quello delle discontinuità e delle differenze richiede investimenti in eccedenza e in capacità di trascendersi. Qui sta il punto cruciale del ruolo dell’educazione e della formazione, soprattutto oggi. Dobbiamo perciò chiederci se prevalgono nel nostro tempo un orientamento e pratiche principalmente formative alla continuità e alla ripetizione o orientamenti e pratiche volte alla trasformazione. Sappiamo che spontaneamente rispondiamo alla cosiddetta legge dei 2/3. Di fronte a una scelta tra cambiare e consegnarsi all’abitudine, propendiamo per l’abitudine nei due terzi dei casi, anche quando è palese che otterremo effetti indesiderabili per noi. Educare e formare alla discontinuità è, quindi, la via del possibile.

Ci mettiamo insieme fino a concepirci come un continuo attraverso i passi, uno dietro l’altro, del discreto. La trasformazione della verità in certezze è una delle caratteristiche dominanti che ha assunto la formazione. La neutralizzazione dell’incertezza e della complessità dell’esperienza e delle relazioni è un compito che la formazione si è assunto e si assume, nella maggior parte delle situazioni. La trasformazione del mondo in oggetto, in oggettività da analizzare e conoscere mediante la scienza e il riduzionismo scientista caratterizza la centratura della formazione sulle competenze e sul tecnicismo esecutivo, deprivato di ogni forma di riflessione critica.

Tutto ciò accade come se il paradigma corporeo che da circa un quarto di secolo sta coinvolgendo a livello transdisciplinare le neuroscienze, la psicologia, le scienze cognitive, la linguistica, la filosofia, producendo innovazioni conoscitive profonde su linguaggio, mente e cervello, non esistesse. Eppure, quei risultati di ricerca e quel paradigma stanno cambiando profondamente il significato stesso di essere umano e hanno avuto un impatto diffuso su quasi tutti gli ambiti della nostra esperienza. Tutti tranne l’educazione e la formazione. La chiave di lettura di questa situazione è difficile da trovare e intanto il ritardo è sempre più grave.

La formazione e l’educazione conservano una forte impronta istruzionista, mentre l’intreccio transdisciplinare delle neuroscienze sta sollevando non pochi veli sull’apprendimento e, quindi, su come sarebbe necessario cambiare metodo e prassi della formazione e dell’educazione.

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È il paradigma corporeo che, con un approccio pionieristico, non solo inascoltato ma nelle più frequenti situazioni osteggiato, alcuni cercano di portare avanti, sostenendo che l’apprendimento è relazione basata sul primato dell’azione e del movimento; che si conosce per ricerca di significato e spazi di scoperta, che può fare da catalizzatore dell’innovazione formativa e educativa necessaria.

Così come la sintassi, grazie alle scoperte della neurolinguisitca, non può più essere considerata schiava della semantica, né la si può ridurre a risultato di convenzioni sociali arbitrarie, ma è connessa alle capacità largamente innate di strutture di computazione cerebrale, alla stessa maniera le condizioni corporee e del sistema cervello-mente unitamente ai sistemi emozionali sono condizioni per sostenere ogni processo di apprendimento.

Tutto questo senza alcuna concessione a riduzionismi fissisti o alla consegna spesso trionfalistica al ruolo dei big data e del deep learning, come modelli del funzionamento della mente umana, in particolare nel settore del linguaggio e dell’apprendimento. Uno stretto collaboratore di Noam Chomsky, Sandiway Fong, linguista e computer scientist all’Università’ dell’Arizona si è impegnato ad approfondire il problema. Un esempio: software linguistici che proclamano un 97 per cento di successi, non riescono ad analizzare l’espressione “Che fare?” (What to do?). Tutti ci serviamo quotidianamente di questi software, utilissimi e derivanti da avanzamenti di computer engineering. Ma linguaggio, mente e cervello di questa nostra strana specie sono tutt’altra cosa. La conversazione infinita che la relazione educativa può mettere in campo è fatta in primo luogo di intersoggettività corporea e di emozioni condivise, perché come ha sostenuto Wilfred R. Bion, dietro ogni pensiero c’è un’emozione.

Invece nella maggior parte dei casi dobbiamo constatare la persistenza di un modello dominante basato sull’istruzionismo, concepito secondo la prassi di formulazione di un programma, sul quale impostare e svolgere attività di istruzione, a cui far seguire attività di controllo. Alla base vi è la convinzione più o meno consapevole e tacita che la mente apprenda per trasmissione di informazioni. Heinz von Foerster ha ampiamente dimostrato che le cose non stanno così. Non vi è alcuna trasmissione di informazione tra due esseri viventi se non sostenuta da una danza che crea, o come avrebbe sostenuto Francisco J. Varela in un aureo e insuperato libretto, senza un accoppiamento strutturale che dà vita all’apprendimento come proprietà emergente da autonomie in relazione, che grazie all’intersoggettività si approssimano e si adattano in uno spazio interpersonale [F. J. Varela, Scienza e tecnologia della cognizione, Hopefulmonster, Firenze 1987]. Gerald M. Edelman citava spesso la poetessa Emily Dickinson e il suo verso: “La mente è più grande del cielo”, dimostrando con la sua ricerca che gli ha fatto conseguire il premio Nobel per la medicina, che l’apprendimento avviene mentre il sistema cervello-mente seleziona i segnali del mondo a partire dai saperi spontanei e impliciti disponibili; riconosce una parte di quei segnali, dei quali solo una parte rientra come patrimonio appreso.

La formazione come conversazione infinita alla ricerca di significato, parte dall’evidenza che gli esseri viventi non sono trivial machine, cioè macchine banali, e che una danza relazionale tra conoscenze spontanee e conoscenze validate genera l’apprendimento come proprietà emergente.

Interrogandoci sulla formazione e sulla trasformazione necessaria e richiesta dal tempo limite in cui viviamo, non possiamo non estendere la questione alla domanda relativa a quali caratteristiche debba avere l’essere che viene. Siamo tutti unici e tali che comunque importano, indipendentemente dalla attualizzazione in competenze e skills del nostro potenziale, per usare le forme espressive cariche di volgarità che sono divenute una sorta di tacita semiosi, da troppo tempo. Ogni azione formativa che voglia essere trasformativa deve avere necessariamente l’effetto d’una rassicurazione che comunica direttamente con l’anima, essendo capace di estendere almeno in parte le possibilità personali.

Sarebbe questa una via per andare finalmente oltre una formazione che agisce per mettere in una forma, una forma unica, parametrante, quantofrenica, ossessionata dalle performance, fatta di misura e deprivante di senso, frammentante, tale da costringere a continue e spesso fallimentari ricomposizioni, con costi elevatissimi in termini di alienazione, sostenibilità e fatiche esistenziali.

Una formazione trasformante assume come paradigma una società in cui non si debba lottare per poter stare al mondo, dove l’umanità di ognuno basti a giustificare l’essere e l’esserci. In una simile società la concorrenza per la vita non è una legge cosmologica che ha finito per informare di sé un’intera forma di vita, all’interno della pervasiva e indiscussa ideologia neoliberista dell’esistenza, ma indica una fase storica il cui superamento è divenuto condizione di vivibilità e dignità umana.

Una formazione che trasformi si appella a un’erotica della conoscenza, al suo crescendo musicale, in cui la formazione generi continue estensioni di sé.

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TAGGED: fisica , neuroscienza