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La Natura di Calvino

22 Gennaio 2024

“Se scrivessi oggi un racconto o un romanzo sui partigiani”, ha dichiarato Calvino in una conversazione con Ferdinando Camon (1973), “dovrebbe essere il punto d’incontro tra un certo modo astratto, deduttivo, di costruire il racconto che ho elaborato negli ultimi anni, e un modo d’accumulazione di particolari dell’esperienza […]. La storia sarebbe vista non événementielle ma attraverso tutti i reciproci influssi di fauna e di flora e di clima e di fisiologia e di tutte le cose necessarie per la sopravvivenza, […] mettendo in luce la rete di rapporti diretti e indiretti di fatti naturali e culturali e storici”. Occorre partire da qui per riflettere sull’idea di natura in Calvino: sia perché il brano è un esempio della tendenza dello scrittore a rileggere e reinventare temi e contesti della sua opera da prospettive diverse; sia soprattutto perché esprime perfettamente l’idea di natura come relazione tra ciò che è umano e ciò che non lo è, tra la storia e l’ambiente che reciprocamente s’influenzano.

Questa relazione è una costante del pensiero e della scrittura di Calvino, forse maturata già a contatto con la natura insieme domestica e meravigliosa del giardino di Villa Meridiana, la casa famigliare di Sanremo, evocato contemporaneamente (nel 1957) in due opere, fiabesca l’una (Il barone rampante), realistica l’altra (La speculazione edilizia). Del resto, non si può parlare del valore della natura in Calvino senza accennare all’influenza che deve avere avuto per lui l’attività dei genitori: il padre Mario, famoso agronomo, e la madre Eva Mameli, prima donna in Italia a ottenere la libera docenza in botanica. Di natura e ambiente si occuperà anche il fratello minore di Italo, Floriano, geologo all’Università di Genova. Nel racconto autobiografico La strada di San Giovanni (1962, poi nel volume omonimo uscito postumo da Mondadori nel 1990), lo scrittore ricorda in particolare la figura paterna, attraverso cui era avvenuta la prima scoperta dell’entroterra ligure: la passione paterna era infatti “il conoscere il coltivare il cacciare […] in questo bosco selvatico, nell’universo non antropomorfo”. Proprio in quel paesaggio, qualche anno più tardi, Calvino parteciperà alla Resistenza: “La guerra partigiana si svolgeva negli stessi boschi che mio padre m’aveva fatto conoscere fin da ragazzo; approfondii la mia immedesimazione in quel paesaggio, e vi ebbi la prima scoperta del lancinante mondo umano” (Ritratto su misura, 1960, in Eremita a Parigi, 1994). 

Proprio il rapporto tra la natura da un lato, la storia e la guerra dall’altro (il “lancinante mondo umano” appunto) è la struttura di fondo su cui si basano i Racconti (1958), la summa a cui Calvino affidò gran parte degli scritti narrativi brevi composti fino a quel momento. Il tema generale del libro, scrive a Pietro Citati in una lettera del settembre ’58, “è l’impossibilità dell’armonia naturale, con le cose e con gli uomini”. La frase suggerisce l’importanza del nesso tra la rappresentazione della natura e quella della società, cioè delle dinamiche di relazione tra individui, gruppi e condizioni nella storia. Nel disegno del volume emerge con evidenza il succedersi di fasi diverse nell’esperienza storica, personale e collettiva: dalla guerra alla società industriale del secondo dopoguerra. Parallelo a questo è lo svolgimento che conduce dall’infanzia e adolescenza dei personaggi, nei primi racconti, alla maturità, in quelli successivi. Agli occhi dei bambini e ragazzi protagonisti, la natura si rivela una scoperta formidabile; ma di età in età e di fase in fase, il rapporto muta e lo sguardo si vela: dalla sintonia edenica di Libereso in Un pomeriggio, Adamo si arriva così alla perturbante dissonanza dei racconti finali, in particolare La formica argentina e La nuvola di smog. L’ordine del giardino è sostituito prima dal disordine ostile del bosco, poi dall’entropia degli spazi urbani e industriali.

In un saggio dello stesso periodo, Natura e storia del romanzo (1958, poi in Una pietra sopra, 1980), Calvino dà una cornice critico-teorica alla relazione narrativa con ambienti e paesaggi: “si usa comunemente pensare che il rapporto uomo-natura continui ad essere il tema di una produzione minore, la narrativa d’avventura, che sviluppa la grande epopea settecentesca del Robinson Crusoe; oppure compaia come veste simbolica d’un contenuto metafisico, come nel Moby Dick di Melville. Un’istintiva inclinazione m’ha sempre spinto verso gli scrittori di ieri e di oggi in cui i termini natura e storia (o società che dir si voglia) appaiono compresenti. Ma non è solo una scelta di gusto: io credo che il termine natura è sempre presente in ogni grande narratore”. In effetti, Calvino instaurerà un rapporto con la natura attraverso la letteratura, come spiega ancora nella Strada di San Giovanni: “Cos’era la natura? Erbe, piante, luoghi verdi, animali”; di fronte alla natura, prosegue, credeva di restare “indifferente, riservato, a tratti ostile”, ma stava cercando in realtà una relazione diversa da quella paterna, che “sarebbe stata la letteratura a dargli”, restituendogli “ogni cosa di quel mondo ormai perduto”. 

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Nei Racconti e in generale nell’opera calviniana rimane costante l’idea che dalla natura provengano i segni, quasi gli ideogrammi, di una lingua che si vorrebbe razionale e morale (come le limpide risposte ai quesiti di giardinaggio che Eva e Mario Calvino davano ai lettori della rivista “Il giardino fiorito”, riuniti in un volume di recente ripubblicato). La leggibilità della natura è un’immagine-metafora cara all’autore, che spiega anche l’ammirazione per Galileo, “il più grande scrittore della letteratura italiana d’ogni secolo” (così lo definisce in Una pietra sopra). Ma la decifrazione dei segni della natura si rivela sempre incerta, spesso sbagliata (come mostra Marcovaldo). L’impresa conoscitiva non porta al controllo della natura, ma coincide con la trama inesauribile del pensiero sulla natura, che cresce e si moltiplica come una struttura frattale, alimentato dalla stessa frustrante coscienza che una verità, una soluzione sono irraggiungibili. 

Ma una soluzione per cosa? Per il problema che assilla il protagonista di Palomar (1983), il libro che riassume e porta all’estremo le tensioni e le aporie che attraversano l’opera calviniana: per il Signor Palomar, circondato dalla natura discreta e organizzata della pineta di Roccamare – “la discrepanza tra il comportamento umano e il resto dell’universo è sempre stata fonte d’angoscia” (Il fischio del merlo). Si direbbe che molte invenzioni calviniane, per esempio le metamorfosi di Qfwfq nelle Cosmicomiche (1965), siano il modo in cui l’immaginario dello scrittore compensa e insieme esalta quella discrepanza, producendo una visione caleidoscopica di un mondo non antropocentrico. In questo Calvino segue la scia di un grande modello, il Leopardi delle Operette, caro a molti scrittori novecenteschi. 

La vena fantastica e combinatoria di Calvino non esclude anche una preoccupazione più direttamente ecologica nei confronti dell’ambiente naturale. Nel 1959 esce nell’“Almanacco Bompiani” un articolo intitolato proprio Natura, in cui lo scrittore individuava nel turismo, che si avviava a diventare di massa, una minaccia nei confronti dell’ambiente: gli italiani – osserva – amano la natura; anzi “non l’hanno mai amata tanto come oggi. E così amandola la uccidono. Le coste, nei punti più belli e una volta solitari, appunto perché belli e solitari la gente vuole andarci, fermarcisi, star lì: e sono in tanti a voler questo, non in pochi come una volta”. Diversi anni dopo, commentando Le città invisibili (1972), dirà che quel libro era nato “dal cuore delle città invivibili”. “Oggi – prosegue Calvino – si parla con eguale insistenza della distruzione dell’ambiente naturale quanto della fragilità dei grandi sistemi tecnologici che può produrre guasti a catena, paralizzando metropoli intere. La crisi della città troppo grande è l’altra faccia della crisi della natura.” 

Quella crisi trova una rappresentazione in città invisibili come Leonia, circondata dalle montagne di spazzatura che ogni giorno produce. O come Cecilia: chi percorre le sue strade, si smarrisce in uno spazio in cui natura e città si confondono, come in una versione distopica di ciò che Gilles Clément ha definito ‘terzo paesaggio’. Grazie a immagini come queste, il libro del 1972 – che non a caso ha ispirato architetti, urbanisti, paesaggisti, scienziati ambientali – è l’opera di Calvino che meglio esprime idee e visioni della natura alterata al tempo dell’Antropocene.

Riferimenti bibliografici

Le citazioni sono tratte dai “Meridiani” Mondadori: Romanzi e racconti, edizione diretta da Claudio Milanini, a cura di Mario Barenghi e Bruno Falcetto, 3 volumi, 1991-1994; Saggi, a cura di Mario Barenghi, 2 tomi, 1995; Lettere. 1940-1985, a cura di Luca Baranelli, 2000 (nuova edizione “Oscar Baobab”, 2023). Il volume, a cura di Ferdinando Camon, che contiene la conversazione citata con Calvino s’intitola Il mestiere di scrittore; uscito originariamente per Garzanti, è stato ripubblicato nelle Edizioni di Storia e Letteratura (Roma, 2019). I testi della rubrica tenuta da Eva Mameli e Calvino, raccolti in volume per Paravia nel 1940, si leggono ora nell’edizione pubblicata per Donzelli: 250 quesiti di giardinaggio risolti, introduzione di Tito Schiva (Roma, 2011). 

martedì 23 gennaio 2024 ore 11
Biblioteca Goffredo Mameli 

Paesaggio
con Nicolò Scaffai

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