Anche i partigiani però...

Primo e fortunato è stato forse Mussolini ha fatto anche cose buone di Francesco Filippi (Bollati Boringhieri 2019), poi E allora le foibe? (Eric Gobetti) e Anche i partigiani però... di Chiara Colombini, oggetto del presente articolo, che escono nella collana Fact checking di Laterza, curata da Carlo Greppi, uscito a sua volta di recente con Si stava meglio quando si stava peggio per Chiarelettere. Si direbbe un quasi genere saggistico che con un piccolo cambio di vocabolo diventa fake checking. Più che di sole, singole bufale, si tratta di un deposito, melmoso e aggrovigliato, di luoghi comuni storici propriamente nazionali. Tale “magma fatto di rimandi interni”, per usare le parole di Colombini, che vengono spesso da lontano, di provenienza diversa ma tenacissima forza aumentata dal proliferare incontrollato della Rete, dimostra la necessità di libri-mappa o di istruzioni per ricomporre il puzzle. Tanto più che queste abitudini, spesso convenienti alla politica contemporanea, stanno dentro, specie nei riguardi della delegittimazione della Resistenza, a un quadro di pigrizia e indifferenza diffuse.

 

Il libro di Colombini che, detto per inciso, attraverso la chiave della decostruzione dei luoghi comuni antipartigiani, fa anche dell'ottima storia di tutta Resistenza armata, si potrebbe accorpare in tre ambiti principali. Il primo parte dall'affermato disinteresse, in vista del 25 aprile, del ministro degli interni Salvini per il “derby tra neri e rossi”. Qui sta racchiusa la visione di una lotta tra minoranze fanatiche, messe per di più sullo stesso piano, con la consueta sussunzione della Resistenza all'interno del comunismo. L'autrice ricostruisce la concordia discors tra le diverse bande e illustra l'innegabie centralità delle Brigate Garibaldi; il punto più interessante pare l'ulteriore sgranatura della vasta zona grigia, oggi spesso presa a modello di virtù per moderazione, pazienza e saggezza, si va infatti “dal sostegno attivo a quello passivo” nei confronti dei partigiani, “alla complicità, all'omertà, all'indifferenza, alla paura, fino all'opposizione.”

 

Il blocco più massiccio delle accuse ai partigiani ruota attorno all'esecizio della lotta armata. In primo luogo sulla sua stessa necessità, dal momento che, pian pianino ma inesorabilmente, gli Alleati avrebbero risalito la penisola sconfiggendo da sé i nazifascisti. Una presenza non richiesta e superflua dunque, quella della Resistenza, in verità secondaria ma pure foriera di catastrofi: lo scontro fratricida tra italiani e le rappresaglie tedesche sulla popolazione civile.

 

 

Punto di vista chiarissimo fin dalla propaganda della Rsi e cavallo di battaglia della fluviale memorialistica saloina, ampiamente accettato dall'opinione pubblca nazionale soprattutto a partire dall'impetuoso flusso revisionista degli anni Novanta. Colombini interviene qui, come in altri punti del libro, invocando “la complessità” secondo le variabili dello spazio e del tempo, ricordando per esempio la crescita numerica delle bande dell'estate 1944 e nella ripresa nel febbraio '45, certo non solo testimoniale (una dimensione per altro di per sé da non gettare via pensando agli esordi eroici). Quanto alle rappresaglie tedesche sono molti gli studi, fissati anche visivamente dall'Atlante delle stragi del 2016, che dimostrano la prassi nazista della “terra bruciata” per bonificare le aree attorno al fronte, colpendo deliberatamente, in modo spesso preventivo e sproporzionato, i civili. Ecco anche la messa in questione di un legame causa-effetto nella rappresaglia, sempre identica nella regola della decimazione, laddove la discrezionalità dei comandanti era ben maggiore di quanto comunamente oggi si pensi. 

 

Colombini è costretta anche a spiegare l'ovvio, ovvero il modo di combattere partigiano, preteso vigliacco e da terroristi. Sembrano queste le lamentazioni degli storici romani antichi, che si dolevano di quei barbari spagnoli o libici tanto scorretti da non fronteggiare a viso aperto le legioni e farsi massacrare secondo l'onor militare. Pochi e male armati, stanziati in montagna, abbracceranno la guerriglia come ovvia necessità che non andrebbe nemmeno argomentata, allo stesso modo dei contesti completamente differenti tra guerra totale e guerra immaginata dai brigatisti degli anni Settanta. Ma il merito maggiore del libro sta appunto nel testardo ribadire, come anche nella messa a fuoco del rapporto tra contadini e partigiani, il “nodo estremamente complicato” delle vicende e il rifiuto per “l'immagine unica e piatta”. 

In coda si trova “la madre di tutte le polemiche sulla Resistenza”, che riguarda la battaglia della memoria, e riassume dunque anche i due ambiti problematici già ricordati.

 

La narrazione dei vincitori avrebbe falsato ed edulcorato i fatti, silenziando le voci dell'altra verità. Ciò ad opera dei partiti nati nel CLN attraverso i loro intellettuali, specie gli storici capaci di esercitare un'egemonia culturale totalitaria per molti decenni. I punti caldi riguardano la già citata estraneità della maggioranza degli italiani alla lotta e soprattutto il regolamento dei conti scatenato dal 25 aprile, data esecranda dei massacri, in avanti: una genealogia che trova i suoi campioni nel saloino e missino Giorgio Pisanò, autore prolifico anche su periodici quali «Oggi» e «Gente», e Giampaolo Pansa con la sua serie di libri storico-romanzeschi di coloritura splatter. Colombini storicizza gli avvenimenti ancora una volta appellandosi al “contesto” del prima e del dopo '45, notando la continuità istituzionale tra fascismo e nuovo stato, la caduta del governo Parri e la cautela della DC, l'amnistia Togliatti e i frequenti processi ai partigiani, per mostrare una Resistenza sulla difensiva, che solo nei decenni Sessanta e Settanta trova la sua affermazione ufficiale.

 

Nel frattempo i lavori degli storici avevano via via scandagliato i punti più controversi dell'esperienza partigiana, in ciò anticipati dagli scrittori di cui Colombini fa parco uso. In Fenoglio si trova davvero tutto attorno all'esercizio della violenza, su nemici, compagni, spie, Cassola fa di un vendicatore a guerra finita il protagonista di un romanzo e d'un film popolari come La ragazza di Bube; e anche i toni meditativi e ironici di Calvino o Meneghello smentiscono ogni supposto trionfalismo o mummificazione retrospettiva. Basta saper leggere e voler approfondire al di là della nuova vulgata (anti)resistenziale, magari con l'utile strumento offerto da Chiara Colombini. 

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