Animali Celesti per un canto alla follia nei boschi

Prima di tutto il canto dei grilli. Sotto i pini, “nell’utero della notte”. Poi immagini di primavere seccate, di orchi che offrono la pancia al gioco dei bambini, donne violate dal nostro guardare voyeuristico, dal nostro desiderare, e da un’altra parte la luna in ciel del pastore errante di Leopardi, e un cercarsi, dirsi, mangiarsi, ansimarsi degno del Cantico dei cantici, “io capriolo e tu cerbiatta”. E cavalli nella notte, placidi, grandi, come apparizioni, come calmanti delle ansie notturne generate da Pandemia, e cani illuminati da lucine di fiera, sempre sotto i pini, i lecci, tra i cespugli, con canti d’uccelli notturni. Figure immobili, di re regine profeti e profetesse, in trono o spodestate, di martiri, splendenti solitarie misteriose icone, attori e persone decretate “matte” da qualche dolore della vita, rifulgenti come presenze àncora in spettacoli caleidoscopici.

 

Oracoli in/versi, ph. Michele Lischi.


Provo a sintetizzare così due giorni vissuti a Coltano, presso una villa medicea da dove – si dice – Guglielmo Marconi lanciò il primo segnale radio fino in America, ai margini della tenuta presidenziale di San Rossore, Pisa, già immersi nella meravigliosa pineta.

La compagnia, o forse potremmo chiamarlo il raggruppamento di teatranti, educatori, musici, il network di artisti, operatori della salute, pazienti psichiatrici, ecologisti che si chiama Animali Celesti popola il Parco della biodiversità di Coltano da tempo, dopo che fu chiusa l’esperienza della Città del teatro di Cascina una decina di anni fa. Anima compagnia e esperienze che qui si svolgono, con centro al Fontanile, vicino a un maneggio e al parco, Alessandro Garzella, vecchio combattente del teatro di ricerca, della pedagogia, dell’ascolto dei più fragili, lui che si muove su una carrozzina, praticamente senza l’uso delle gambe. Fa regie e crea testi, con scrittura affilata, pronta all’antifrasi, alla provocazione, al cortocircuito con i nostri stereotipi, fino a una trasgressione che può sembrare troppo cercata, troppo facile a volte, ma che prova ad alimentare per strappi e contrasti il fuoco della visione e dell’ascolto delle diversità. Con lui fanno parte del nucleo artistico della compagnia Francesca Mainetti, attrice, educatrice regista e drammaturga del Teatro 19 di Brescia, Chiara Pistoia, danzatrice, coreografa, attrice, formatrice e regista della compagnia Geometria delle Nuvole di Cecina, Anna Teotti e Giulia Benetti attrici, educatrici: come dicevo un gruppo aperto, che vive di apporti diramati, capaci di alimentare la bellezza delle differenze.

Da quattro anni nel parco organizzano un piccolo, importante festival, Altre visioni, fatto di laboratori residenziali nella natura, di incontri, trasmessi poi anche su Punto Radio nella rubrica Celeste clandestina a cura di Giacomo D’Alelio, con spettacoli serali che chiudono le ricche giornate.

 

Oracoli in/versi, ph. Michele Lischi.


Per avere un’idea dei temi trattati e fatti praticare a giovani partecipanti, per lo più studenti universitari, riporto i titoli dei laboratori: Maestri e Margherite, sulla coralità e l’apporto di pratiche differenti, con, tra gli altri, Enrico Castellani di Babilonia Teatri e Marco Martinelli del Teatro delle Albe; teatro canzone; teatro natura, con domande su come la creazione teatrale può dialogare con gli elementi naturali e come i fattori concreti di un contesto influenzino corpi e voci; teatro e diversità, su come il teatro si nutra di differenze e quanto questa possa restituire quando si intraprende il lavoro con le persone più fragili.

Ho partecipato a due incontri pomeridiani: il primo di ricordo della diversità immaginante e del teatro con bosco e animali di Giuliano Scabia; il secondo sull’utopia del Living Theatre, promosso da Satyamo Hernandez che nel Living militò, con lo studioso Guido Di Palma. Il tema che correva nelle due discussioni era come creare paradisi provvisori qui in terra. Che è la domanda che si è posto, molte volte, il nuovo teatro: come cambiare la vita con una militanza in quella cosa avvolgente, totale, infuocante che è l’arte, l’operare, concentrare in un tempo e uno spazio sintetico il flusso del quotidiano per far rifulgere di luci inedite la realtà. Altre conversazioni pomeridiane hanno visto protagonisti il Teatro delle Ariette con Alessio Pizzech e Marco Martinelli.

 

Oracoli in/versi, ph. Michele Lischi.


Poi la sera si andava nel bosco, con tre spettacoli (sono quelli che ho visto in due giorni; altri sono stati rappresentati negli ultimi due giorni del festival).

Il primo, Oracoli in/versi è un rito collettivo, una processione che nasce per decifrare i segni lanciati da una primavera pandemica nata secca da un albero cavo, svuotato di linfe vitali e popolato di visioni di vita e di morte, con i contrasti di una vita che si va svuotando di relazioni, che si incista nell’odio, nella violenza, nel mancato ascolto delle diversità, delle fragilità. È un affascinante corteo nella notte, guidato da un’orchestrina che attacca con la vecchia marcia funebre della Jone di Petrella, opera ottocentesca di argomento pompeiano della quale è sopravvissuto solo quel brano, ad accompagnare processioni luttuose e inumazioni. Poi anche la musica si elettrizza, con fiati, con percussioni ci porta da un orco in una radura, quindi in un luogo di disperata esibizione di ragazze seminude, semidenudate, che si sentono e sono continuamente vessati oggetti di brama. Ci portano, l’orchestrina o lucine, lumini, in altri oracoli della nostra vita quotidiana, estremizzate proiezioni di esistenze spesso agre, discriminate, con inquiete apparizioni notturne condite dal contrasto con la placida presenza di animali, con il rifulgente silenzio di figure di persone psichicamente sofferenti come immagini archetipiche, regine, re, taciti interiori moniti alla nostra fretta, alla nostra carenza di sguardi, di attenzioni. Fino a un messaggio finale che dice, più o meno, così (il testo è di Garzella): 

 

Follia è sofferenza, ma anche Dea, che gode un’estasi tribale. Il tuo amuleto, dice l’Oracolo, porta scritto il segreto che ti pare. IL SEGRETO CHE TI PARE è GANZO Lascialo inciso ovunque: è il tuo virus vitale. AMA. Sempre, ma sempre, sempre, senza mai farti troppo male. QUESTO È DIFFICILE Dai grazia agli stronzi. Gioia agli inetti. Sei dea Natura, morente e combattente, che FIORISCE nonostante la ferocia dei tuoi desideri miseri e infetti.

 

E poi, prima di lanciare le danze di attrici attori spettatori e spettatrici, consegna un ultimo monito, in toscanaccio stile irridente:

 

La storia ci dice che i maschi guidano le genti e le nazioni col fallo ritto e la testa da coglioni

Adesso basta col cazzo sempre duro averlo moscio ci cambierà il futuro […]

 

Canto d’amore alla follia, ph. Riccardo Pittaluga.


La seconda sera suoni riempiono l’aria, parole smontate e rimontate, trasformate in ritmi, in fiati, in melodie, tra i versi degli uccelli notturni, le presenze lontane dei cavalli e degli asini nel maneggio sullo sfondo. Nella terra del non so è un concerto parlato, sussurrato, un flusso poetico di voci e corpi a cura di Ilaria Bellucci, con allievi compresi, in cerca della voce e del respiro, propri e del coro. Un asino risponde col raglio nella notte, ed è bellissimo. 

Segue, su un palco sotto gli alti pini, piccola isola di luce circondata dal buio del bosco, Canto d’amore alla follia di e con Alessandro Garzella, in scena con Francesca Mainetti. Lei bella, energica, sorridente, primaverile, lui senza carrozzina, costretto a stare a livello terra, a gattonare, a strisciare. Lei lo cerca, si annusano, si toccano, si sostengono, si aggrovigliano; si dicono parole deliziose, che evocano l’intrecciarsi del rapporto d’amore, il trasporto, la follia, il divorarsi, il farsi male perfino, i sapori, quanto sia bello perdere a poco a poco pezzi di sé, mutarsi in forma nuova nell’ascolto nella carezza dell’altro, nell’amore con l’altro, nella fiducia dell’abbandono all’altro all’altra. Non ha questa stessa potenza dell’amore il teatro? Sì, con l’energia dell’amore applicata al teatro forse si può trasformare il mondo. Certo è che in questo cercarsi, in questo respingersi e amarsi, cerbiatta e capriolo 

 

sono follia assennata / conoscono l’arte divina e scellerata d’essere senza cervello e saggi / s’accoppiano / nella deformità dell’estasi / hanno lo stesso candore dei selvaggi […]

 

Sono Animali Celesti, costellazioni, segni da divinare, nascenti dalla pesantezza lieve, terracquea degli animali, nostri fratelli, nostri specchi, dolci moniti alle nostre follie, nostri (inquieti) sogni e nostalgie. 

 

L’ultima fotografia, di Riccardo Pittaluga, ritrae un altro momento di Canto d’amore alla follia.

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