festival scarabocchi 2020

Cesare Viviani e Ernesto Franco

Cesare Viviani, Ora tocca all’imperfetto, Einaudi 2020.

 

Per la prestigiosa “Collezione di poesia” di Einaudi Cesare Viviani pubblica Ora tocca all’imperfetto, ultimo tassello di una lunghissima e prestigiosa carriera in cui l’autore ha attraversato fasi ed “epoche” diverse, sempre però mantenendo un alto grado di significatività, un’inconfondibile personalità (anche attraverso i cambiamenti) e, soprattutto, una costante qualità poetica; elementi che rendono Viviani uno dei poeti più autentici e “persistenti” del panorama italiano. 

E a proposito di carriera. Si potrebbero cercare, andando a ritroso, antecedenti di questo volumetto – sia per i temi, sia per il taglio epigrammatico e gnomico – in raccolte quali Una comunità degli animi o, ancora di più, forse, in Passanti. Ma non credo che questa storicizzazione sia la prima cosa da rilevare di queste poesie. Il libro può essere aperto e apprezzato anche da chi non abbia mai letto nulla di Viviani (anzi: potrebbe essere l’occasione per un primo incontro non deludente).  La prima cosa da dire su queste poesie è invece che esse parlano di cose importanti e che riguardano tutti: nulla di meno che il senso dell’esistenza, il mistero del sacro, il tempo, la felicità e l’infelicità, la vita e la morte.  

 

Trattare questi temi è una sfida. Viviani la accetta e vi si inoltra con il passo lieve e determinato di chi ha accumulato abbastanza saggezza da capire che quante più cose crediamo di sapere, tante meno ne riusciamo a cristallizzare in una definizione precisa, e – anche – che questo nostro oscillare tra sapienza e ignoranza è probabilmente il tratto distintivo della condizione umana:

 

Che la luce divori l’ombra

e l’ombra la luce,

mentre noi parliamo senza fine,

parliamo senza fine,

con ignoranza e sapienza,

con amore e ignoranza. (p. 92)

 

La forma che Viviani sceglie è spesso (quasi sempre anzi) quella del testo breve e concentrato, quella gnomica e sapienziale dell’epigramma:

 

Dopo morti non il buio profondo

ma un chiarore, breve, più che breve,

e si vide per la prima volta

com’è la vita, e come la si poteva vivere. (p. 19)

 

o quella della riflessione istantanea o dell’immagine suscitata da un dato del vissuto:

 

La vita ti fa una ferita

e tu con le dita

vuoi rimediare cucendo,

attento che i margini

combacino. (p. 49)

 

E in effetti di “frammentarietà” e “paradosso” (quest’ultimo è spesso un portato della poesia breve, condotta a bruciare le tappe per far emergere una verità) ha parlato Paolo Di Stefano recensendo il libro sul “Corriere della sera”, e anche – e sarebbe difficile dire meglio – di un “andirivieni” tra contrari, di una poesia insieme “oracolare e dubbiosa”, “eroica e disperata”, “un baluginio di piccole e grandi verità formulate con nettezza classica”.

 

Poesia “dubbiosa” in effetti perché ci accorgiamo a poco a poco che questi testi brevi di Viviani costituiscono non un regesto di verità positive, ma di parziali negazioni. Quelle “cose importanti” di cui abbiamo parlato in principio sembrano sfuggire nel momento stesso in cui le si enunciano: 

 

Fu una voragine la bontà

e noi precipitammo

e niente riusciva a fermarci,

né uno scatto d’ira,

né uno sprazzo di verità. (p. 36)

 

Povera breve esistenza umana,

che va in cerca di verità!

Ma se la verità si rivelasse

ogni due, tremila anni,

e tutti i secoli intermedi

non la incontrassero mai! (p. 29)

 

Rifiutare Dio

è la pena maggiore, la più pesante condanna,

è vivere dannato,

è rifiutare chi ti ha generato,

è pensare che ti sei fatto da solo,

che ti sei dato la vita. (p.52) 

 

L’esistenza dunque come ricerca al termine della quale si rischia di trovare soprattutto finzione e apparenza. Ed è un continuo scivolare rispetto all’oggetto, un ridefinire (tanti “ma”, “invece”, “ma piuttosto”, “eppure”, “o forse” e simili nessi in questa poesia), dislocare, muoversi lateralmente:

 

Tu giovinezza punti al miracolo,

al prodigioso, al sovrumano.

Eppure abbiamo percorso ciechi,

ciechissimi l’esistenza:

la città, i conoscenti, i lavori,

la natura, gli amori,

non visti. (p. 5)

 

E se fossimo stati rapiti

da un altro mondo e portati

in questo e destinati

a non ritornare nel nostro?

O forse siamo tutti – lo si voglia o no –

figli di Dio,

anche se non ci crediamo,

anche se non c’è un segno, uno,

che ce lo possa far credere. (p. 9)

 

Eppure questa fatica di arrivare al punto non produce né rabbia, né ironia beffarda (o magari sì, ma solo qualche volta), ma piuttosto una straordinaria tolleranza e compassione: degli altri e quindi di sé: 

 

In quello sciocco intimismo

c’era pure del buono,

c’era pure del vero.

In quell’ardore in cerca di oggetti

c’era pure del buono.

In quel pianto sopra un’immagine

c’era pure del vero. (p. 117)

 

perché è nella natura delle cose “l’imperfetto”: il tempo impreciso del passato che trascorre e, insieme, ciò che non è compiuto. 

Fuori di questo “imperfetto” restano due situazioni emblema, entrambe non umane, di cui pure a volte l’autore sente la fascinazione: le immagini dipinte o scolpite e il mondo naturale, le piante e gli animali: 

 

Con che occhi mi guarda

quell’uccello,

con che occhi mi vede, non si sa,

forse gli stessi

di un ritratto di ignoto. (52)

 

Non so se ho ancora persone

a cui posso rivolgermi,

o se devo cercare i dormienti,

passare in un dormitorio e guardarli,

sicuro di non ingannarli,

o arrivare all’amato bosco,

gli alberi hanno le foglie nuove, chiare,

attraversarlo piano,

ignaro io, ignari gli alberi,

ignara la natura intorno,

e la fine del bosco è la fine. (p. 82)

 

Quello che non è umano è sottratto al tempo e alla ricerca, ma è anche “ignaro” e forse non può costituire un vero approdo. 

 

Cesare Viviani, Ora tocca all’imperfetto, Einaudi 2020.

 

 

Ernesto Franco, Donna cometa, Donzelli 2020.

 

Non parrebbe facile discorrere di un libro di poesie quando l’occasione che muove la sua composizione è dolorosa e privata, come nel caso del breve Donna cometa che Ernesto Franco ha dedicato a sua moglie Irene, prematuramente scomparsa qualche anno fa. Eppure, credo che di questo piccolo libro costituito di 48 testi (che per Franco, già narratore acuto, è un esordio poetico) si debba invece parlare, perché in molti casi raggiunge risultati di tale livello formale, oltre che di intensità emotiva, che questa constatazione annulla altre comprensibili remore. 

 

Una prima domanda che si pone chi legge questo “canzoniere”, se lo ricevesse privo di ogni notizia sulle circostanze della sua genesi, è: si tratta di rime “in vita” o “in morte”? (il richiamo petrarchesco non è estrinseco: Petrarca – “in mar che frange” – è esplicitamente citato in XIX. Santa Giulia). 

Il tempo delle prime composizioni – e in generale della maggior parte di esse – è l’indicativo presente; un presente, si direbbe, di prossimità:

 

I. Ti veste e ti sveste la luna; 

II. Io ti / Sento / … / Tocco / Voglio / Spoglio; 

IV. Duna fra le dune, / il vento ti modella, / ti cambia e ti respira. // Sei un giunco, una fune, un’onda ti bagna e ti fa bella

 

In qualche caso, anche negli esempi prima citati, si ha anzi l’impressione che la poesia registri uno stato nascente dell’eros, tanto grande è la vicinanza tra l’“io” e il “tu”, la naturale immediatezza, la confidenza dei gesti e delle parole: 

 

VIII. Intenzione prima

Vista, ti vedo che mi vedi, improvvisa

ma non un cenno, uno sguardo, un ammicco.

Per li occhi ai sensi, al cuore non ancora.

Intensa, distratta, forse solo un gesto avvisa

il profilo dei tuoi fianchi, il fiato a picco

ti voglio qui, dentro, nel centro che non ho, ora.

 

(e sempre in tema di richiami intertestuali, di cui la racconta è intessuta, dai lirici Greci ai contemporanei, compresi forse testi di canzoni, qui la citazione in corsivo è di Cavalcanti: “Voi che per li occhi mi passaste il core”. In genere stilnovista è l’apparizione della donna che fa “tremare” l’aria quando appare; con la differenza che nei testi di Franco la donna continua a produrre i suoi riverberi anche o soprattutto quando non c’è.)

 

In altri casi il colloquio è quello intellettuale di due persone care che condividono momenti, luoghi e quindi idee e riflessioni:

 

XI. Il mare dall’alto

Il mio mare il tuo mare,

chi tocca e chi non tocca,

e dietro le montagne avare.

Il mare dall’alto,

il mare nell’aria,

ma il mare intorno.

 

“La differenza”, vedi,

“non è di tempo né di luogo,

non è di uomo né di donna,

ma fra chi il mare lo vede

e chi il mare lo crede”.

 

Se la distanza della donna amata è una delle presupposizioni di tanti canzonieri d’amore, del ‘900 e di ogni tempo, la consapevolezza che questa volta l’assenza non è provvisoria arriva spesso attraverso piccole spie semantiche disseminate nei testi, o in clausole che smentiscono la presenza: in Intenzione prima è “il centro che non ho, ora” o “il vuoto che mi lasci che mi lega”.

 

Tipico in questo senso il testo IX. Uno di due

 

Sei nei luoghi, sei nei viali,

sei nel vuoto qui accanto,

“mi manchi” ti dicevo stretto,

per dire che “vicino” non bastava.

Neppure ieri, quando c’eri.

 

Ora sono qui, uno di due,

stanco con tu che manchi,

proprio qui.

Qui accanto.

 

La poesia inizia con una allocuzione che mette in scena una delle situazioni tipiche di questa raccolta, cioè la constatazione da parte dell’“io” che i luoghi condivisi sono diventati vuoti del “tu” (eppure continuano a essere irradiati dalla sua energia; forse questo il senso del titolo Donna cometa: la sua scia segna gli spazi, ne denuncia il cammino). Spetta all’imperfetto annunciare la distanza temporale (“non bastava”, neppure … quando c’eri”), ma immediatamente dopo, sul finale, i deittici (“proprio qui. / Qui accanto”) ribadiscono che la distanza “reale” non coincide con la distanza mentale, che forse la prima e non la seconda è illusoria e che il colloquio non si interrompe.

È una situazione molto sereniana, così vicina a quel tipo di sguardo che Sereni sapeva rivolgere agli assenti-presenti; il poeta di Stella variabile sembra in effetti innervare profondamente questa raccolta (“Adesso / che di te si svuota il mondo e il tu / falsovero dei poeti si ricolma di te / adesso so chi mancava nell’alone amaranto / che cosa e chi disertava le acque / di un dieci giorni fa / già in sospetto di settembre”: Niccolò.) 

 

Se dunque la dialettica esistenziale di assenza e presenza è il filo conduttore del libro, non meraviglia che le figure retoriche prevalenti siano (oltre alla già ricordata apostrofe), l’ossimoro e l’antitesi; solo qualche esempio:

 

XVII. Contrappunto: “intonare gli acuti alle stecche / alternare le calme di vento alle tempeste, / contrappuntare le risate alle furie

XX. Tempo: “mi prendi tempo e mi doni attesa

XXV. Under the rain: “non so se hai pianto mentre sorridi”; “mi esclude il tuo abbraccio forte

XXVI. Astri: “sei avvenuta qui dal profondo / da un luminoso buio immenso” (ossimoro montaliano: un altro riferimento ben presente a questa poesia).

 

A proposito della dialettica temporale di presenza e assenza di Donna cometa viene in mente un passaggio agostiniano molto celebre: «È inesatto dire che i tempi sono tre: presente, passato, futuro. Forse sarebbe esatto dire che i tempi sono (…) presente del passato, presente del presente, presente del futuro. Questi tre tempi sono nella mia anima e non li vedo altrove. Il presente del passato è la memoria; il presente del presente, è la visione; il presente del futuro è l’attesa». Per Agostino il tempo diventa, in definitiva, un presente variamente declinato, e credo sia così anche per Ernesto Franco, con la differenza forse che “memoria”, “visione” e “attesa” si compenetrano e si sovrappongono perché al centro di tutto una stessa persona ne tiene le fila.

Una persona, ma in realtà due, perché l’“io” e il “tu” non hanno una sorte scindibile, e nemmeno un tempo scindibile, e questo tempo tende all’infinito, mescolando umano e naturale, in uno dei testi più belli della raccolta:

 

XIX. Santa Giulia

In mar che frange guardo te, la tua schiena,

le onde che si aprono sull’invito dei tuoi seni, […]

In alto, sull’ultima piana, la falange ordinata

degli ulivi spatola di grigio verde l’ora più calda.

Sanno che arrivi a Santa Giulia da centinaia di anni.

 

Frangersi qui, fra le olive appena gonfie,

è un gesto antico, un eterno frammento della specie,

eppure siamo in due ad ardere, fratti, e a finire.

 

L’olio che verrà ci aspetta implacabile lungo gli anni.

Le cicale invisibili e sorde lo sanno.

 

Ernesto Franco, Donna cometa, Donzelli 2020.

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