Che faccio, vado avanti?

Lorenzoni e Baker: nuove narrazioni dalla classe

Tutte le volte che si scrive non “di scuola”, ma “di una classe” noi italiani torniamo dentro Cuore di Edmondo De Amicis. Cuore come narrazione della prima scuola unitaria italiana disegnata dalla Legge Casati, concepita nel Regno di Sardegna nel 1859 e poi calata sul nuovo Regno d’Italia nel 1861: «Art. 315. L’istruzione elementare è di due gradi, inferiore e superiore. L’istruzione del grado inferiore comprende: l’insegnamento religioso, la lettura, la scrittura, l’aritmetica elementare, la lingua italiana, nozioni elementari sul sistema metrico. L’istruzione superiore comprende, oltre lo svolgimento delle materie del grado inferiore: le regole della composizione, la calligrafia, la tenuta dei libri, la geografia elementare, l’esposizione dei fatti più notevoli della storia nazionale, le cognizioni di scienze fisiche e naturali applicabili principalmente agli usi ordinari della vita. Alle materie sovr’accennate saranno aggiunti, nelle scuole maschili superiori, i primi elementi della geometria ed il disegno lineare; nelle scuole femminili i lavori donneschi». Il testo della legge è pervaso dal ruolo preminente dei padri, e tutto trasuda di impianto militaresco: censure, punizioni per tutti, maestri per primi se sgarrano.

 

De Amicis  è stato il primo a scrivere un diario dall’interno di una classe; il primo a tratteggiare profili sociologici, antropologici (diremmo oggi conseguiti i 24 CFU che introducono all’insegnamento), psicologici dei suoi allievi. Dopo lo smascheramento di Umberto Eco, sputtanato il socialismo reazionario dell’autore, non siamo più autorizzati a leggere “moralmente” i ragazzi. Nelle scuole di tutto il mondo occidentale da cui ci arrivano narrazioni contemporanee dalle classi (Italia, Francia, Usa…)  rileviamo una proliferazione dei Franti, spesso certificati dai servizi di Neuropsichiatria Infantile delle ASL; le classi contemporanee vedono ormai in media oltre il 25% di certificazioni BES, Bisogni Educativi Speciali, che sono soprattutto EES, Esigenze Educative Speciali dovute al contesto famigliare e ambientale povero di humus educativo e culturale.

In Cuore c’era l’esecrazione morale e moralistica per l’alunno di classe solo maschile che non era “buono”; oggi invece le narrazioni sono di maestri “buoni” che cercano di dare la voce, o capire, o tollerare folle di alunni “cattivi”. In una mia classe facciamo costantemente una lettura integrale di un libro, in genere un’ora la settimana: ho proposto Diario di scuola di Daniel Pennac, e i ragazzi lo accettano perché apprezzano che lo scrittore racconti il suo passato di allievo somaro, poi di professore, oggi di scrittore che ricorda. Il De Amicis francese negli ultimi anni (Chagrin d’école esce da Gallimard nel 2007) non si occupa di metodologie didattiche né di approcci pedagogici, ma dalla trincea esprime il vissuto suo e dei suoi allievi. Non cerca di cambiare le cose o di sperimentare classi capovolte e compiti di realtà: osserva. Ha lo sguardo empatico di un cronista: «In classe entra una cipolla: svariati strati di magone, paura, preoccupazione, rancore, rabbia, desideri insoddisfatti, rinunce furibonde accumulati su un substrato di passato disonorevole, di presente minaccioso, di futuro precluso». Questa pagina magistrale l’ho prima dettata, ai miei di terza; e quando ci siamo arrivati nella lettura integrale (che avvio sempre io per dare loro l’emozione teatrale della voce, poi si ammazzano per andare avanti loro, a leggere a turno) loro l’hanno riconosciuta perché si sono nuovamente riconosciuti. 

 

Quando nel 2014 da Sellerio esce I bambini pensano grande. Cronaca di un’avventura pedagogica, Franco Lorenzoni, maestro classe 1953 e personaggio della pedagogia militante da decenni, svela il mondo incantato del suo ciclo di scuola primaria a Giove, il paese umbro sull’alto corso del Tevere dove lui fa le sue magnifiche cose dopo gli esordi negli anni Settanta alla Magliana, ispirato da Freinet, don Milani, Mario Lodi. Lorenzoni scrive un italiano dolce e pulito, ha un cuore empatico e pacato (anche se confessa di non essere un santo, che ogni tanto si arrabbia ancora, urla e se ne dispiace) e la sua chiave di volta è ascoltare la creatività ancora non contaminata o censurata dei bambini portando loro soprattutto domande filosofiche, o aprendo loro, come materiali sparsi da ricomporre creativamente nella discussione collettiva, una pittura di Giotto, o un pensiero di Platone. Lorenzoni registra questi “brain storming”, li sbobina e edita, e gran parte anche del suo nuovo I bambini ci guardano. Una esperienza educativa controvento  emoziona e sbalordisce per il tasso strabiliante di intuizioni, associazioni libere, invenzioni dei piccoli genietti di Giove.

 

 

Il lavoro politico di Lorenzoni ovviamente consiste nel mostrarci che non è necessario l’idillio delle colline umbre per esercitare questa gioia nell’apprendimento, basta essere sicuri di sé, liberi di spirito, e aperti alla cooperazione dei genitori; non essendoci da anni ormai “programmi ministeriali” ma “obbiettivi di apprendimento” Lorenzoni agli obbiettivi arriva facendo quello che gli pare, in particolare con il dialogo filosofico, la prassi sperimentale, e il teatro, vera chiave di volta del suo successo. Anche Paolo Mai a Ostia con il suo Asilo nel bosco da anni lavora nel filone della scuola sperimentale all’aperto, nella primaria, e riesce a resistere alle insidie e ai trabocchetti della burocrazia ministeriale.

 

https://www.youtube.com/watch?v=CT8ok9fKIEg

 

Nei cinque anni che separano però i due diari di Lorenzoni qualcosa è cambiato: il clima morale intorno alla sua magnifica classe; sono arrivati i primi rifugiati, a Giove, e in paese si borbotta; qualcuno non li saluta; il punto più vero e schietto di questo sequel è quando Lorenzoni si addolora rilevando che alcuni dei cittadini che stanno operando razzismo ambientale sono sue ex allieve, sono alcune delle meraviglie che leggevamo nei primi verbali di scuola idilliaca di Giove: «Toccare con mano una così evidente sconfitta educativa nel delicatissimo terreno dell’uguaglianza e della convivenza mi avvilisce profondamente. Di più. Mi toglie respiro e speranza». Ovviamente anche questa volta il maestro Franco ce la fa, a far vincere la vitalità creativa dei suoi bambini: scoprirete come leggendo Lorenzoni.

Questo dell’avvilimento del maestro e del prof, questo sentirsi ogni tanto cadere le braccia, spegnere il sorriso, crollare di nervi, sanguinare dal naso, non farcela più, è il punto di rottura che accomuna chiunque al mondo entri ogni giorno in una classe.

Nicholson Baker è uno scrittore americano (L’ammezzato, Vox, La casa dei buchi). È un omone alto e corpulento nato nel 1957.

(Pennac, Lorenzoni, Baker, io, siamo tutti “vecchi” sessantenni, siamo o torniamo in classe con uno sguardo forse meno agitato e più “saggio” nel senso buono… quello che la saggezza aveva un tempo negli “anziani”, che erano appunto sui sessanta, allora...)

In una intervista simpaticamente Baker dice che con i primi romanzi aveva fatto un sacco di soldi, ma che avendoli finiti e dovendo tirare avanti, nel 2014 si predispose di buon grado a fare lavoretti per tirare su 70 dollari al giorno. A questo punto comincia lo spasso delle 846!!! pagine di Il supplente. A scuola con mille bambini, deliziosamente tradotto da Valentina Parisi per Bompiani/Giunti. Il sistema di reclutamento dei supplenti negli Usa – scopro – è pragmatico e open come tante cose negli Usa: basta un diploma di maturità, una domanda, un rapido corso introduttivo di una decina di ore, verifica di fedina penale, rilevazione delle impronte digitali (quelle di Baker sono consumate perché dattiloscrive da una vita!), e via! puoi fare il supplente, anche solo per un giorno, in una qualsiasi scuola dello Stato, primaria o secondaria; alle 5.30 am una gentile segretaria del distretto scolastico ti sveglia con una telefonata e ti chiede se vuoi andare in un seconda elementare, o in una terza media, o in una quarta superiore, tra due ore e mezza, quando suonerà la campanella alle 8. 

 

https://www.youtube.com/watch?v=K3ichODZoMQ

 

Baker ha uno stile tutto suo di “cronista minimalista” anche in questo sterminato diario quotidiano della sua esperienza di substitute nelle scuole del Maine; stavolta non parla (sì, parla, lui dice che ad alta voce in genere si “detta” ciò che scrive con i polpastrelli) di sesso, non parla di un impiegato cui si rompe una stringa della scarpa, ma di quel che trova quando arriva, e di quel che gli capita sino a quando esce a metà pomeriggio da una scuola, e risale in macchina per tornare a casa da sua moglie. Lì finisce il capitolo del giorno. Le sue cronistorie, essendo quello che accade ogni giorno in una classe di per sé epico-comico, sono spassose, epiche, comiche, e a volte tristissime: sono davvero tanti gli episodi normalissimamente divertenti o commoventi… ve ne racconto due. Uno brutto, l’avvilimento che prende quando usciamo da scuola: che cosa abbiamo combinato oggi? Mah! cosa hanno ricevuto da noi i ragazzi? Boh!: «Non li avevo aiutati a imparare nulla, gli avevo semplicemente permesso di essere loro stessi. Ero stato lì un’intera giornata a impedire che l’aula 18 sprofondasse nel caos. Il mio era il ruolo dell’uomo serio che faceva un piacere a quei ragazzi, consentendogli di non svolgere compiti privi di senso. Forse era un ruolo positivo». E uno bello, quando senti che improvvisamente la Poesia, l’Invenzione, la Voce incantano e contaminano quei diabolici mocciosi; Baker è finito in una quinta elementare di delirio totale, ma «l’ultima attività della giornata prevedeva che io leggessi Danny, il campione del mondo di Roald Dahl… Alzai lo sguardo dal libro. L’intera classe era immobile… facevano a gara ad ascoltare ogni singola parola. Stavano tutti a sentire. E così proseguii. Arrivai alla fine del capitolo. “Wow”, dissi. “Che faccio, vado avanti?”. “Sì” rispose la classe. Era la prima volta che dicevano qualcosa all’unisono».

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