Cina. Reazioni e società

Chi si interessa di Asia e di Cina non può, in queste settimane, dimenticare il coronavirus. Io però ho timore di scriverne. Non sono un giornalista, non ho fonti certe, non ho la capacità né l’abitudine a controllare la veridicità delle notizie, dei tanti falsi e semplificazioni che impazzano in rete, ma anche su mezzi di informazione importanti. Preferisco che questo lavoro lo facciano i professionisti del giornalismo, o almeno coloro che tra questi tengono la schiena dritta e non vanno a cercare comodi allarmismi per conquistarsi segmenti di mercato. Nella incertezza informativa di queste settimane – infodemia, è stata definita – non mi sento neppure di mettere giù un pezzo che renda conto delle parole che a me giungono dagli amici di Pechino, riguardo alla loro personalissima esperienza, alle restrizioni alla vita comune, ai tanti che sono stati invitati a lavorare da casa, al traffico rarefatto, ai sistemi in atto per ridurre al minimo i contatti tra le persone.

 

Una rapida carrellata di realtà private e individuali non può indurre una sintesi, e noi in questo momento è di una sintesi che necessitiamo, a meno di non fare come quei brutti telegiornali che ‘raccolgono le voci della gente comune’, e lo fanno naturalmente selezionando le voci raccolte in modo da costruire un racconto da loro precostituito, spacciandolo per una esplorazione della realtà. Ha rilevanza che una mia amica scrittrice stia cercando di ottenere un permesso per volare a Londra, dove ha la cittadinanza suo marito? O che un mio amico scrittore, già malato d’altro, racconti la pericolosità delle sue regolari visite di controllo negli ospedali? No, in tempi di coronavirus bisogna restare ai fatti, e cioè alla sintesi intelligente di milioni e milioni di fatti singoli, individuali, privati. C’è però qualcosa che mi sento di fare: commentare le reazioni a tutto ciò che concerne il coronavirus da parte dei media, e degli utenti dei social cinesi. Queste stanno lì, sulla pagina o nel web, inconfutabili. E vale la pena di raccontarle, perché si va oltre il coronavirus in sé: queste reazioni ci raccontano la società cinese, e anche la nostra. Tre questioni mi sembrano fondamentali. 

 

La prima concerne la reazione di rabbia alla scoperta che la notizia sull’emergenza coronavirus è stata censurata per quasi un mese, tra la fine di dicembre e quella di gennaio. Il dibattito è aperto tra i commentatori internazionali, ed è letteralmente esploso sui social cinesi dove abitualmente gli utenti invece vanno con i piedi di piombo. La scintilla è stata la morte del medico di Wuhan Li Wenliang: fu tra coloro che a fine dicembre denunciarono l’apparizione di un nuovo virus di forte pericolosità, notizia che anziché costituire l’innesco di una reazione governativa, fu oscurata come un attentato alla quiete pubblica. Li Wenliang insieme ad altri fu sospeso dal suo posto di lavoro e gli fu chiesta una autocritica, che fu obbligato a postare proprio sul social più utilizzato, Wechat. Il risultato è che invece che il 30 dicembre l’allarme delle autorità è partito a ridosso del capodanno cinese, quando già qualche milione di persone aveva lasciato Wuhan, e dopo che l’infezione aveva avuto tempo di diffondersi. È probabilmente la prima volta che una tale rabbia erompe sui social, la prima volta che la critica al governo appare ampia e condivisa, e non è poco considerando quanto i social siano monitorati dalla censura e spesso i post rimossi. L’hashtag utilizzato fa riferimento proprio all’autocritica di Li Wenliang, che scriveva: capisco che posso aver creato disagio. Da qui #nonpossononcapisco.

 

 

In parallelo, si apre sui media internazionali il dibattito sulla dittatura del Partito Comunista Cinese sulla società, causa appunto del gravissimo ritardo operativo: in nessun paese democratico sarebbe stato possibile ignorare l’allarme dei medici di Wuhan, e la reazione sarebbe stata più tempestiva. Non credo di esagerare se dico che il nome di Li Wenliang, oggi vastamente celebrato in Cina come un eroe (è morto per la prolungata esposizione al virus trasmesso dai suoi pazienti), sarà ricordato come l’innesco a un movimento d’opinione per la democratizzazione e l’apertura del sistema: quantomeno sarà difficile, in occidente, accantonare strumentalmente la doverosa critica alla repressione della libertà di espressione in Cina. 

 

La seconda questione è il fatto paradossale che proprio in questa contingenza si sono aperte in Cina le maglie della censura. A testate importanti (ad esempio Caixin, in inglese) è stato concesso di pubblicare reportage aperti e approfonditi sul virus e sulla reazione delle autorità sanitarie nel paese, come raramente in passato. Il potere in Cina sceglie spesso di evitare il muro contro muro davanti a una ondata di proteste (è successo nel passato anche riguardo a proteste su tematiche ambientali o legate ai diritti dei lavoratori, o ad altre emergenze sanitarie), insomma tende a mollare a fare concessioni. La scelta analoga qui è di tenere le maglie della censura più aperte che in passato, magari dopo avere indicato all’opinione pubblica la responsabilità dei funzionari locali (già sospesi), e contando sul fatto che il pur ottimo giornalismo di inchiesta di queste testate eviterà una critica diretta al Partito e al governo. Ma la scuola di verità dopo questa emergenza straordinaria potrebbe davvero attecchire, costituire l’embrione di una opinione pubblica simile a quella delle democrazie, capace anche di influenzare scelte e equilibri di potere. 

 

C’è poi una terza questione, che non riguarda direttamente la Cina, ma piuttosto quel che può accadere dalle nostre parti, e di cui già intravedo qualche avvisaglia: che tra qualche mese una dimostrata efficienza del sistema nel rispondere alla crisi (vedi ad esempio la costruzione di un ospedale a Wuhan in soli dieci giorni) non divenga lo spunto, in occidente, per un piagnisteo sull’inefficienza che invece scontano le democrazie. Sarebbe pensabile da noi una operazione come quella messa in atto dal Partito Comunista Cinese, l’allungamento a dismisura delle ferie annuali e la mancata riapertura delle fabbriche e delle scuole, milioni di impiegati invitati a lavorare da casa, la chiusura di ogni luogo di aggregazione pubblica, il divieto di entrare in casa d’altri?

 

Possiamo immaginare una cosa del genere in Italia? Cadremmo nell’anarchia più totale, nel caos senza regole? Sono sicuro che se e quando la Cina sconfiggerà il coronavirus molti pierini di casa nostra, liberali per gioco, ci racconteranno i meriti di un sistema ‘autoritario’, e si discuterà se la democrazia sia, o meno, l’ambiente più favorevole alla crescita del PIL. Ecco, queste tre questioni aperte mi fanno pensare che il coronavirus sta entrando nelle pagine della grande storia non solo come il ricordo di una grande pandemia, ma per aver dato il via a un dibattito tenuto per troppo tempo sotto traccia sulla società cinese, sul suo turbocapitalismo a iconografia comunista, e sulle nostre società occidentali, oggi così fragili, domani chissà.

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