Da Napoli a Sansepolcro. Per un teatro in levare

Viaggio nelle scene d’estate #2

Distese di prati all’inglese e lunghi viali in mezzo al bosco accolgono gli spettatori in fuga dal caos violento della ripresa e dall’arsura cittadina nell’incantevole Parco di Capodimonte: è questo il primo “spettacolo” della quattordicesima edizione del Campania Teatro Festival (fino a un anno fa Napoli Teatro Festival). Già l’anno scorso, causa pandemia, la rassegna aveva finalmente abbandonato i teatri, cominciando a (ri)aprirsi alla città. Quest’anno si è definitivamente spostata nelle varie location del Real bosco che per secoli ha ospitato regnanti e nobiltà partenopea. Il festival come sempre ha la durata di circa un mese (giugno-luglio), con un programma fittissimo di prosa, letteratura, musica, una sezione “Osservatorio” quasi notturna, la scena internazionale calendarizzata a settembre, una serie di mostre e istallazioni a ingresso gratuito. Tra queste, ci annotiamo Bestiario Teatrale che per la prima volta ha raccolto parte degli oggetti della carriera ultraventennale di Emma Dante.

 

Nel refettorio del Convento di San Domenico Maggiore, le luci sapienti di Cesare Accetta illuminano una sorta di terra santa rettangolare da cui spuntano reperti scenici: la prua e il timone di Acquasanta; gli occhiali, la maschera da anziana e la cassa di Ballarini; le bambole gonfiabili di Operetta Burlesca; le scarpe de Le Pulle; le scope di Bestie di scena; gli scudi e le spade de Le sorelle Macaluso, e ancora, più indietro: il copriletto, i lumini e la bicicletta di Vita mia, il bidone di Mpalermu; oggetti dalla Vicaria, casa/ laboratorio della Compagnia Sud Costa Occidentale a Palermo. Illuminate come a teatro, anche alcune locandine degli spettacoli in diversi luoghi del mondo. La mostra, curata da Maria Savarese con Daniela Gusmano, è un’istallazione emozionale, un’immersione totale nell’universo di simboli e immagini del teatro di Emma Dante, che ha sempre fatto degli oggetti – scarni, calibrati, che spesso si ripetono – dei simulacri, dei feticci dei suoi lavori. Forte, fortissimo, per chi conosce i suoi spettacoli, ritrovare quelle “cose” che, anche a distanza di anni, immediatamente rievocano il momento della visione. Per chi ha poca dimestichezza con la sua teatrografia, la mostra apre un varco, offrendo un assaggio propedeutico del suo mondo di carne, corpi, oggetti quotidiani che scavano nelle vite e nella memoria dei suoi personaggi, tanto che è la regista stessa, dopo averla visitata durante i giorni trascorsi a Napoli per Pupo di Zucchero andato in scena a Pompei, a raccontarmi di volerla replicare altrove. 

 

Bestiario Teatrale, mostra a cura di Maria Savarese, ph. Giusva Cennamo.


A Capodimonte, artisti e compagnie locali e nazionali sono tornati sul palco dopo mesi di silenzio davanti a tanto pubblico “vero”, con prezzi dei biglietti a un costo ridottissimo e navette a collegare il centro città col Bosco. Tra i lavori visti, due brillano di una potente bellezza, accomunati, seppur con modalità diverse, da un inizio similare che richiama il tempo che stiamo vivendo: un teatro abbandonato per anni che improvvisamente si ripopola di vite, personaggi, carnalissimi fantasmi. Il primo si apre con un meraviglioso piano a coda Bechstein degli anni ’40.

 

Sparse intorno, tracce di una vita che fu: scatole, bottiglie di whisky, manifesti arrotolati. Siamo in quel che resta del “Blumunn”, night partenopeo che ha brillato nei ruggenti anni ’80 e ora è destinato a diventare un supermarket di surgelati – storia tristemente comune a molti ex teatri e cinema a Napoli e nelle grandi città. È in questo non luogo tra realtà e schegge di memoria che Marina Confalone – attesissimo il suo ritorno dopo anni di assenza dal palcoscenico – costruisce una pièce deliziosa intitolata appunto Blumunn, che tornerà presto allo Stabile partenopeo da cui è coprodotta. L’attrice si riserva il ruolo della co-protagonista Susy, ex cantante storica del locale che riappare come uno spettro prima dello sfratto che precede la nuova attività. In scena con lei l’ex proprietario traffichino Ammaturo (Lello Giulivo) e il ventenne Malachia (Giovanni Scotti), entrambi morbidi nei loro ruoli.

 

Il giovane, soprannominato Lucky dalla Confalone, che fa pulsare della sua vivida ironia ogni battuta, ha il sogno di diventare musicista ma il padre vuole avviarlo alla vita seria del commercio: le sue dita sui testi del vecchio, sonorissimo Bechstein tremano ogni volta che lo sfiora. Sarà lei, in un favoloso abito total gold con parrucca intonata, i vezzi da artista di fine secolo e una voce rauca ma possente a convincere il fragile Lucky a suonare e abbandonarsi all’Arte nonostante i divieti paterni – e in questo, pare di intravedere tratti autobiografici della celebre artista (qui la sua intervista per Doppiozero). Le luci del Blumunn si riaccendono sulle storie semi grottesche di Susy e i suoi compagni di avventure: la sua ultima esibizione tra i divanetti di sky strappati e l’imponente “lunetta blu” simbolo del night, ha il sapore di una languidissima nostalgia. Che m’importa del mondo, Blue Moon, Cielito Lindo, Stand by me: una voce che graffia dentro, Marina Confalone è grande, anche nel canto. Vederla a teatro dopo tanto tempo è un dono, arricchito dal suo doppio ruolo di attrice e autrice di un testo il cui perfetto equilibrio drammaturgico tra toni, ruoli e personaggi ci restituisce le schegge vive del ritratto amaro e sognante di un’epoca. Il finale lirico, da teatro dell’assurdo, è introdotto da un suo meraviglioso monologo in stile eduardiano. Un personalissimo accenno di Blue Moon ci lascia sospesi nella fine, che ancora dura. In attesa di rivederla. 

 

Blumunn, di e con Marina Confalone, ph. Ivan Nocera


L’altro lavoro che lascia il segno porta la firma de Le Belle Bandiere che in circa un’ora danno luogo a un’altra festa/invocazione di fantasmi, in un teatro svuotato da una guerra, una catastrofe o… una pandemia. “Sembra il primo giorno dopo la Quaresima, quando le compagnie si disfano e si rifanno. Sui nostri nomi è caduto un grandissimo oblio. Niente si dimentica così in fretta come il nome di un attore o attrice, poi meteore”, dice Elena Bucci, prima di passare in rassegna una splendida galleria di volti e nomi noti o dimenticati, in uno scarto continuo tra teatro e metateatro, realtà, immaginazione, etereo lirismo. Il lavoro scaturisce dal sapore amaro di Risate di Gioia, chicca cinematografica in cui Mario Monicelli mette insieme – per la prima e ultima volta nella storia – Totò e Anna Magnani nei panni di due artisti scalcagnati che, nella notte di Capodanno, s’incontrano per inseguire il loro sogno di lustrini e frac, nonostante tutto. Tra drappi appesi, polvere e poltrone smangiucchiate, i due attori si fanno attraversare e a loro volta attraversano epoche: la Commedia dell’Arte, il teatro all’Italiana, il Varietà, la censura del Fascismo, il Cinema. Figure analogiche e indispensabili come il suggeritore, il trovarobe, il macchinista, il portaceste rivivono nel cambio continuo di voci, dialetti, atmosfere degli abilissimi Sgrosso/Bucci.

 

E ancora le storie di Giacinta Pezzana, “la grande vagabonda” che precorse i tempi; le Sorelle Nava, figlie di “Brugnoletto”, antifascista romano, fino ad arrivare a Salvatore e Antonio Petito – con un Marco Sgrosso/Pulcinella da incorniciare, e la scena di Elena Bucci/Eleonora Duse bambina che corre nelle strade buie del suo paese per la prima recita della vita, che sembra un film. L’impressione è che questi due artisti con la a maiuscola abbiano costruito una sorta di canovaccio libero, a partire da notizie, scritti, biografie di questi personaggi e che, di volta in volta, come, i grandi attori di un tempo, decidano su quali storie andare, anche a seconda del pubblico astante. Le Belle Bandiere tornano a recitare nel buio di questo presente dove “s’è rotto il sole”, guardando al passato come un salvifico appiglio. Il loro è un omaggio a tutti “gli sbandati, gli stregati, i tramortiti sul palcoscenico; gli istrioni, i capocomici, i primattori; tutti quelli che dal Varietà hanno fatto il salto al cinema, sorpassando ogni censura”. E che supereranno anche le pandemie. 

 

Risate di Gioia, di e con Elena Bucci e Marco Sgrosso, ph. Ivan Nocera.


Appunti da Sansepolcro: per un teatro in levare 

 

Si torna sempre con piacere tra le strade silenziose e l’architettura armonica di Sansepolcro.  Qui, complici le distanze ravvicinate, i talk tematici, un punto di ritrovo centrale anche nel dopo festival, Kilowatt accoglie e nutre una comunità viva e trasversale che si muove in sincrono, come un respiro unico, durante le densissime giornate di metà luglio. Tanti gli accumuli di segni e suggestioni nei lavori visti, in un festival che anche quest’anno dimostra di avere a cuore questioni del presente che scottano – corpi e identità, l’usurpazione dei corpi, la presa di parola e la narrazione come atto politico. Molta danza, nel primo weekend, con una ricca proposta nazionale (Francesco Marilungo, Enzo Cosimi, Nicola Galli) e internazionale (resta impressa la potenza visiva e autoriale delle cadute, sequenze di corpi contratti e fluidi del “popping” della francese Linda Hayford). Il fuoco si è acceso, e ancora arde, in particolare per due tra i lavori più belli di questa (seconda) riapertura teatrale post-pandemia. 

 

Una stanza vuota, una giovane donna, un vestito color rame anni ’50. Non guarda noi – almeno non dall’inizio. Si rivolge a “Sergio”, destinatario immaginario – eppure pare proprio di vederlo, insieme a tutti gli oggetti e le persone descritte con precisione – di un soliloquio intimo e disarmante che evoca la routine di una vita di coppia, trascorsa tra i rimorsi e l’assuefazione al quotidiano, in cerca di un complicato equilibrio. Le trappole per le formiche, la lampada in salotto; mangiare al ristorante, le vacanze fuori regione, la madre onnipresente di lui; sentirsi sempre fuori posto, il mondo esterno (i conoscenti, i vicini) sempre più asettico, maligno, acre. Francesca Sarteanesi attraversa un testo languido e poetico – di cui lei stessa è autrice – masticato nella sua parlata toscana vivida, spontanea, sincera. Le parole e i pensieri si alternano a umanissime sospensioni, pause, sguardi – a Sergio e a noi – che restituiscono più di qualsiasi oggetto di scena, musica, scenografia, luci, il gusto di una vita, una vita qualunque, e la sua semplice decadenza. Una narrazione in levare che si dischiude con disincantata leggerezza, mentre la protagonista si abbandona al tragico quotidiano di cui porta addosso “i segni del magma e dell’erosione”, come due calchi trovati a Pompei. Verrebbe da pensare ai monologhi delle donne disarmate di Annibale Ruccello o ai personaggi disperati e umani cuciti addosso alla grande Anna Magnani: invece è semplicemente Sergio, spettacolo con cui Francesca Sarteanesi, al suo secondo lavoro in solo, in poche parole brilla di una rara luce propria.  

 

Sergio, di e con Francesca Sarteanesi, ph. Luca Del Pia.


Questa sincerità che diventa quasi affido, un patto non scritto tra pubblico e palco, la ritroviamo la sera seguente con Gurshad Shaheman, autore, traduttore, artista franco iraniano che a Kilowatt ha presentato per la prima volta in Italia le prime due parti della trilogia Pourama Pourama. Con una narrazione in prima persona, Gurshad racconta la sua infanzia e poi l’adolescenza, prima e dopo l’avvento del regime liberticida in Iran che costrinse la sua famiglia a emigrare in Francia. Dapprima felice in mezzo a un gineceo di donne che, in assenza degli uomini partiti al fronte, erano donne e uomo di casa, Gurshad ci affida poi i ricordi dolorosi dell’educazione tradizionalista e brutale del padre e l’oppressione sessista e omofoba del regime dove il corpo va represso, mortificato, mai ascoltato. Le vicende – narrate sotto forma di un diario intimo e personale – sono affidate alla sua voce off registrata in italiano. In Touch me, l’artista invita il pubblico a entrare direttamente in collisione con lui. Dopo averci offerto una bevanda e averci fatto indossare maschere col volto paterno, l’audio si blocca. Non continuerà senza il contatto diretto degli astanti. Così sul palco si susseguono spontaneamente persone dal pubblico: chi gli tocca la spalla, chi lo prende per mano, moltissime donne, pochi gli uomini. Un pubblico coraggioso. Il secondo capitolo, Taste me, è una cena tipica iraniana all’aperto. Stavolta l’artista ci accoglie in un favoloso abito da sera con tanto di tacchi, orecchini pendenti e rossetto.

 

La scena è un grande tavolo da cucina, con fornelli accesi e pentole fumanti. In preparazione, spezzatino di carne con verdure e spezie, la sua pietanza preferita cucinata alla maniera di sua madre. Ce la serve, guardandoci negli occhi, uno a uno, mentre la voce off prosegue il racconto. Dopo la scoperta dell’omosessualità, la Francia è il paese dei primi amori; della separazione dei genitori, dei viaggi con la madre; della riconciliazione col padre dopo la sua malattia. Tutto è condito da canzoni tradizionali iraniane miste al pop di Madonna e Samantha Fox, brindisi con gli spettatori/partecipanti in una commistione sinestetica di sapori, suoni, memorie che passano per il volto e il corpo parlante dell’artista, autore e protagonista in prima persona delle vicende narrate. Un darsi totale, terapeutico nella sua semplicità, complesso per il tipo di connessione che costruisce e mira a instaurare con il pubblico. La condivisione degli episodi più intimi della sua formazione sentimentale e umana passa attraverso una richiesta esplicita di sostegno e coinvolgimento della platea che in qualsiasi momento ha il potere di decidere se e come la performance procederà. La cena è un vero e proprio rito di comunione, un’azione totale cui Gurshad Shaheman, presentandosi nella sua doppia funzione – e nel doppio genere – di figlio/ madre, uomo/ donna, ci invita ad assaporare la sua identità multipla con una generosità estrema, coraggiosa, commuovente.  

 

Pourama: Touch me, di e con Gurshad Shaheman, ph. Elisa Nocentini.


Tornare a teatro, ancora una volta dopo mesi di chiusura – dei teatri e di noi – è un sollievo, una festa. Va però registrata la temperatura di questo ritorno. A eccezione dei lavori di cui si è provato a dare conto, si ha l’impressione che questo ulteriore periodo di distanza abbia acuito e non accorciato quel vuoto –sempre più voragine – tra palco e platea. Da un lato, lo “spettatore x”, quello che ti regala un’ora del suo tempo libero, che paga il biglietto nonostante tutto, che vorrebbe, anche solo per poco, felicemente, perdersi. Dall’altro l’artista che, con la brama di andare in scena, specialmente dopo mesi di forzata pausa, appare sempre più chiuso e spinto da fuori nel suo solipsismo esecutivo e produttivo, di strutture e sovra strutture a riempire un sostanziale vuoto, quasi mai in ascolto dell’altro da sé che si ha di fronte. “È tutto a tempo, Sergio, è tutto a tempo”, dice a un certo punto Francesca Sarteanesi che su questa questione dell’ansia del non arrivare “in tempo” torna e ritorna più volte nel suo lavoro. Viene in mente che forse sarebbe il caso di (so)stare: nelle pause, nelle sospensioni, nell’ascolto. Fare un passo indietro, se necessario delle rinunce. Sottrarre, togliere, invece di continuare ad aggiungere. Per un teatro in levare. 

 

L’ultima foto, di Luca Del Pia, ritrae un momento di Pourama: Taste me di e con Gurshad Shaheman. 

 

Blumunn

Di Marina Confalone

Regia Francesca Zecca

Con Marina Confalone, Lello Giulivo, Giovanni Scotti 

Luci Pasquale Papa

Costumi Annapaola Brancia D’Apricena

Scene Gianluca Amodio 

Produzione C.A.S.A. Centro delle arti della scena e dell’audiovisivo, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale 

19 giugno 2021 Capodimonte (NA), Casino della Regina

 

Risate di gioia-Storie di gente di teatro
Progetto, elaborazione drammaturgica, interpretazione e regia Elena Bucci e Marco Sgrosso
Disegno luci Loredana Oddone
Drammaturgia e cura del suono Raffaele Bassetti
Scene e costumi Elena Bucci, Marco Sgrosso
Produzione Centro Teatrale Bresciano, Emilia Romagna Teatro Fondazione, Le Belle Bandiere in collaborazione con Fondazione Campania dei Festival / Campania Teatro Festival e con il Teatro Comunale di Russi
25 giugno Capodimonte (NA), Cortile della Reggia 

 

Sergio 

Di e con Francesca Sarteanesi
Collaborazione alla drammaturgia di Tommaso Cheli

Abiti Rebecca Ihle
Con il sostegno di Kronoteatro, Armunia, Murmuris, Associazione Culturale Gli Scarti

18 luglio, Sansepolcro (AR), Palazzo Aloigi Luzzi

 

Pourama Pourama: Touch me

Pourama Pourama: Taste me

Di e con Gurshad Shaheman

Drammaturgia Youness Anzane 

Musiche Lucien Gaudion 

Scene Mathieau Lorry- Dupuy 

19 luglio, Sansepolcro (AR), Chiostro Santa Chiara e Giardini di Piero 

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