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Didattica al serale

«Un giorno non avrai le ragazze, un giorno i ragazzi, e un altro giorno ancora quello che aveva fatto così bene la verifica di matematica è andato e non tornerà più.» (Valeria Parrella, Almarina)

 

Mauro, lo chiamerò così, ha diciotto anni e lavora in un piccolo supermercato vicino casa mia. Spazza i pavimenti, fa le consegne, si spacca la schiena nel magazzino. 

È un mio studente e prima della quarantena ci siamo incontrati qualche volta, quando andavo a fare la spesa, e ci fermavamo a chiacchierare. Ha smesso di venire a lezione da un po’, eppure è uno dei più bravi, almeno nelle mie materie. In più è un rapper bravissimo, un giorno gli ho fatto spiegare la musicalità del verso in classe facendogli cantare uno dei suoi pezzi, c’è stata una standing ovation. È sottile, Mauro, introverso e intelligente, ha scritto un testo rap ispirato a Cavalcanti perché come lui vede nell’amore qualcosa di doloroso e insostenibile per la propria sensibilità. Durante l’ultimo compito in classe di italiano che gli ho visto svolgere, un testo argomentativo, ha avuto un crollo e voleva consegnarmi il foglio dopo quaranta minuti, in bianco. Diceva che non ce la faceva, che non era in grado.

Mi sono rifiutata di accettarlo, mi sono alzata, gli sono andata vicino e gli ho detto di respirare, che era un attacco di panico, che era capacissimo di svolgerlo, che poteva uscire a prendere una boccata d’aria e poi al suo ritorno mi auguravo che facesse un altro tentativo, che si ripulisse i pensieri e si mettesse a scrivere, o che almeno ci provasse. Quando è tornato dalla pausa si è messo a scrivere e ha scritto fino alla fine delle due ore a disposizione. A quel compito Mauro ha preso otto.

 

Da quest’anno insegno al serale e Mauro non è l’unico a lavorare tra i miei studenti, lo fanno quasi tutti, ognuno con la sua storia. 

Quando sono arrivata qui non ero pronta. Avevo insegnato alle medie e in varie scuole superiori ma sempre a ragazzi di massimo diciotto anni, più o meno allenati a studiare, muniti di libri di testo e a cui si potevano assegnare dei compiti a casa per verificarne l’apprendimento. Al serale è tutto diverso: le classi sono miste, dai diciassette anni fino ai cinquanta, ho persino un alunno di settantaquattro anni, tornato sui banchi perché si annoiava e voleva nuovi stimoli. È gente, per buona parte, che ha ripreso a studiare dopo parecchi anni. Lavoriamo con appunti e fotocopie, i libri non possiamo farglieli comprare ed è giusto così, non tutti possono e bonus per loro non ce ne sono, così i materiali li creiamo noi, a casa o in classe, o mettiamo a loro disposizione le copie omaggio che riusciamo a trovare. 

C’è un’altissima percentuale di immigrati non integrati, e a differenza di quelli del diurno che sono immigrati di seconda generazione nati qui, questi sono immigrati arrivati adulti in Italia, che frequentano solo le loro comunità d’origine e che per questo quasi non parlano la nostra lingua. Spesso in classe cerco di aiutarli traducendogli le domande o le cose che non capiscono in quel po’ di inglese che condividiamo e mi dispiace perché non posso tradurre loro tutto, andrei troppo lenta e devo cercare di non lasciare indietro gli altri. Li guardo che annuiscono, che copiano quello che scrivo, e mi immagino il loro mondo come una bolla di sforzi sovrumani e silenzio in cui quel che dico non riesce a penetrare. Per la maggior parte sono già diplomati o laureati nel loro paese d’origine ma qui quello che hanno appreso non viene riconosciuto dal punto di vista legale e così ricominciano da zero, faticosamente, dalle medie e poi alle superiori, facendo intanto lavori che nulla hanno a che fare con le loro competenze, in questo forse molto simili a tanti lavoratori italiani.

 

Per il resto, sono quasi tutte situazioni complesse, persone a cui la svogliatezza in alcuni casi e la vita in molti altri non ha dato la possibilità di diplomarsi, e li vedi barcamenarsi tra orari flessibili e assenze ripetute, permessi di lavoro e tentativi di migliorare la loro posizione lavorativa grazie al diploma.

I primi tempi non sapevo come insegnare a una classe così, tutto quello che avevo fatto negli ultimi dieci anni e che aveva funzionato al diurno sembrava controproducente: non riuscivano a starmi dietro, ero troppo “difficile”, andavo veloce. Mi sono dovuta reinventare presto, dopo una brutta discussione con la mia quinta, a settembre, mi sono seduta con loro e gli ho chiesto di cosa avevano bisogno, gli ho promesso che ci avrei provato. Ho aggiustato il tiro, ho cambiato il mio modo di fare didattica e le cose hanno iniziato a funzionare, o almeno a funzionare meglio. Perché quando insegni è così: quello che sai non conta niente se non lo sai trasmettere, e quello che conta non sei tu o il tuo sapere, quello che conta sono loro e quello che imparano.

 

Non sono mai stata un’insegnante vocata, non ho mai desiderato insegnare, piuttosto scrivere, avere a che fare coi libri, fotografare, viaggiare, raccontare, studiare ma insegnare, non ci avevo mai pensato. La parola vocazione poi, in ambito didattico, mi ha sempre fatto venire i brividi: forse perché l’ho sentita pronunciare con una voce impastata di eroismo, suffragata dall’idea che non ci sia niente di più bello che plasmare delle menti. Plasmare? È esattamente quel che non vorrei mai fare. 

Non riesco a vedermi come un demiurgo, gli studenti per me non sono plastilina da modellare a mia immagine, in cui inculcare le mie idee e le mie passioni, sono quel che sono, e quello che non voglio è che diventino degli epigoni, merli indiani che ripetono le mie parole, vorrei invece che avessero il senso critico giusto per tenermi testa, per fare domande, per esporre e difendere le loro idee. Vorrei che emergesse il loro peculiare talento, non il mio.

Non sono un’insegnante vocata dunque, (orrore! Lascia il posto a chi morirebbe, per insegnare!), e quando finisco il mio lavoro – scolastico o domestico che sia – per la scuola, subito me ne dimentico e la mia mente si riempie di mille altre cose altrettanto desiderose di cure e attenzioni. Ho un’unica munizione: mi piace la letteratura, che è la materia che insegno, e mi piace parlarne e questa forse è l’unica cosa che so fare davvero oltre leggere. È la sola arma con cui posso, con un po’ di fortuna, centrare la mela sulla testa dei miei studenti.

 

 

Il mondo prima della didattica a distanza era così: pomeriggi a scrivere appunti e mappe alla lavagna, organizzare interrogazioni programmate, accertarmi che capissero, che tutto fosse se non semplice, almeno chiaro, pomeriggi passati a spiegare e perdere le staffe, come può capitare in aula, o a sussurrare incoraggiamenti vicino ai banchi, a cercare di seguirli individualmente il più possibile, a tentare di recuperarli sapendo che in classe non saranno mai tutti ma che invece ne mancheranno sempre parecchi all’appello, o a volte tutti e in quei giorni portarsi sempre un libro dietro è stato fondamentale. Molti mollano lungo la strada, non ce la fanno con gli orari, sono stanchi, non riescono a organizzarsi. Ogni volta che uno di loro abbandona è una sconfitta, un piccolo dolore. Perché se non credo alla vocazione io credo alla scuola pubblica come un potentissimo strumento democratico di emancipazione sociale. Ha i suoi difetti la scuola, ne ha molti e va sicuramente ripensata, ammodernata, dall’organizzazione dei programmi e delle lezioni fino alla didattica e ai criteri docimologici, ma di buono c’è che è aperta a tutti, è obbligatoria e costa pochissimo, è un’opportunità che la vita ti dà anche se tutto il resto fa schifo, non lo controlli, ti sopraffà, è un treno che puoi perdere o prendere, ma di buono c’è che ci salgono tutti. 

E se lo perdi da ragazzo, quel treno, puoi sempre iscriverti alle scuole serali.

 

La quarantena ci ha sorpreso con i programmi avviati, le interrogazioni finalmente programmate classe per classe su base volontaria dopo un primo quadrimestre di rinvii per i motivi più disparati, le esercitazioni per gli esami di stato già fissate. È saltato tutto, per quello stesso capriccio della fortuna che per Machiavelli poteva sgretolare i piani anche del Principe che meglio avesse saputo conquistare, organizzare e difendere il proprio principato.

La mia scuola non ha perso tempo e immediatamente si è organizzata per avviare la didattica a distanza, e in pochi giorni siamo partiti. Partiti, almeno in via teorica: dalle nostre clausure domestiche abbiamo organizzato le classi, creato le mail per i singoli studenti con account ufficiali, ma per riuscire a raggiungerli tutti e farli connettere ci abbiamo messo una settimana piena. La didattica a distanza ha questo limite: non avendo la scuola pubblica i mezzi per fornire ipad a tutti, si appoggia come può ai device che si posseggono privatamente: telefoni, computer propri o prestati, tablet familiari per i più fortunati. E poi c’è il problema dei giga: la rete internet a casa non ce l’hanno tutti, molti devono fare affidamento sulle connessioni a tempo del proprio smartphone, non sempre si possono scaricare tutti i materiali – le memorie dei cellulari sono limitate – o leggerli su un display minuscolo senza affaticarsi. Abbiamo rimandato i ragazzi sul sito del Ministero, dove una serie di accordi con le compagnie telefoniche hanno elargito in solidarietà digitale giga gratis e supporto tecnico. Ma non basta. Molti di loro sono rimasti fuori, non possono connettersi anche volendo, come alcuni dei nostri ragazzi immigrati, e immagino come possa essere diventata ancora più silenziosa e ovattata la bolla della loro mente, visto che non possono contattare né noi né i compagni, non possiamo vederci, non sappiamo come comunicare. 

 

Il cambiamento è stato repentino anche per noi docenti, una riconversione della didattica e della scuola su uno strumento che era nato per integrare le lezioni in presenza anche se non era mai stato avviato, e che invece si è trovato a sostituirle. Succede spesso così, in casi di emergenza: si accelera un processo che ci avrebbe messo anni a realizzarsi pienamente, e lo si fa procedendo a tentoni, all’interno di un vuoto normativo e con connessioni che cadono per il troppo traffico, difficoltà a poter valutare e andare avanti con i programmi, riprovando di nuovo, sbagliando e poi ancora provandoci. Vedo ogni giorno i miei colleghi rimboccarsi le maniche e rimettersi a studiare, questa volta come funzionano le piattaforme di e-learning, e ci riescono bene, ci mettono una determinazione e una delicatezza che nulla hanno a che vedere con le maestre analfabete digitali che si limitano a caricare di compiti i ragazzi che vedo rappresentate in quasi tutti gli articoli e i post che leggo: una specie di Frankestein-docente creato per incanalare la rabbia e suscitare consensi, un mostro di categoria offerto in pasto alla pubblica frustrazione.

 

Come categoria, siamo incasellati in stereotipi da sempre: chi ti vuole insegnare come si insegna, anche se fa tutt’altro nella vita, chi invidia sospirando il tuo lavoro ma ne fa uno molto più remunerativo, chi ti rinfaccia le vacanze scolastiche, chi ti dà del parassita, perché ritiene che il nostro misero stipendio sia troppo alto per le 18 ore settimanali di contratto. 

Si sa che le ore non sono mai 18, ci sono i rientri e i collegi, c’è la formazione obbligatoria, i p.o.n. e i corsi a titolo gratuito, i progetti i recuperi e le correzioni dei compiti a casa, la preparazione delle lezioni e del materiale. Ormai li lasciamo parlare, soprattutto adesso che, reclusi in casa, siamo effettivamente dei privilegiati, ma solo perché continuiamo a lavorare e a percepire uno stipendio, un lusso di cui molti italiani in questi giorni non beneficiano. 

L’accanimento di questi giorni, però, è ingiusto e fuorviante: abbiamo da anni a che fare con registri elettronici, seguiamo corsi on line, carichiamo domande di mobilità e aggiorniamo curriculum sul sito del Miur solo in formato digitale e persino i concorsi scolastici ormai sono per metà al computer. Tutti usiamo i social, internet e whatsapp, le lim e i pc sono il modo in cui anche in tempi normali effettuiamo la didattica, io ho addirittura insegnato in classi totalmente digitali. Non tutti sono tecnologici allo stesso modo, è ovvio, ma questo è vero per qualsiasi professione, il resto si impara. 

 

Stiamo facendo del nostro meglio con quello che abbiamo e sì, ogni mattina ci svegliamo pensando agli studenti che non sappiamo come raggiungere, a chi resterà indietro, a chi non ha i mezzi e gli strumenti per poter partecipare, proviamo a richiamarli di nuovo, a vedere cosa possiamo fare, magari usiamo le chat invece che i pc pur di raggiungerli perché un telefono, almeno quello, più o meno l’hanno tutti.

Le nostre lezioni le registriamo, e le lasciamo disponibili in drive, così che si possano recuperare, e i materiali finalmente – penso ai miei studenti senza libri di testo –  sono più facili da reperire e utilizzare. 

Ai miei studenti ho detto che questo modo di fare didattica non è male, che mi piace e che continueremo a utilizzare queste piattaforme anche dopo, quando torneremo in classe, perché non posso non pensare a quante opportunità di inclusione ci siano nella didattica a distanza proprio per i soggetti più deboli e fragili, per quelli malati, o disabili o con disturbi dell’apprendimento, per quelli che, per mille motivi, non riescono sempre a venire a scuola. Speriamo che la scuola non dimentichi, quando tutto sarà passato, che sappia farne tesoro.

Continuano a tornarmi in mente le parole di Mariangela Gualtieri in Nove marzo duemilaventi:

 

 “E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano.

Forse ci sono doni.

Pepite d’oro per noi. Se ci aiutiamo.”

 

Forse dobbiamo iniziare a cercare l’oro tra la sabbia, dobbiamo scavare per far emergere filoni di bellezza, e pazienza per il terreno sotto le unghie e per le volte che luccica ma non è oro, l’oro arriverà. Forse a questo sono chiamati, con i loro limiti di esseri umani in difficoltà, gli insegnanti e gli studenti tutti.

 

Quando ho iniziato le video lezioni temevo non ci sarebbe stato nessuno dall’altra parte: se non venivano a scuola in tempi di pace, figuriamoci in tempi di quarantena.

Partecipano tutti, anzi, molti di loro sono tornati a seguire, tanti di quelli che avevano mollato, li vedi apparire stesi sul letto o sullo sfondo bianco delle camere con i poster attaccati alle pareti o delle cucine illuminate dalla luce elettrica nel pomeriggio, ma in questa versione informale seguono meglio, si zittiscono l’uno con l’altro per ascoltarti, quando gli dici «mi fermo o spiego ancora?» li senti dire «vada prof, vada», consegnano i compiti, non tutti e qualcuno copia, come sempre, ma sono lì, in un modo nuovo in un mondo nuovo, dove è sparita la valutazione e c’è solo l’apprendimento puro, la condivisione di un momento, la vista di facce amiche e familiari e la voglia, forse, di apprezzare quello che si disprezza quando lo si ritiene un dovere, quando lo si dà per scontato. Un luogo dove ci sono meno interrogazioni e più condivisioni, dove ci sono prima di tutto le persone e il segno grigio dell’obbligo sbiadisce tra i pixel.

Non so ancora dire se questo insolito, miracoloso equilibrio si protrarrà fino alla fine della quarantena, ma sono fiduciosa che, se saremo tenaci, se ci aiutiamo, potremo commutarlo in qualcosa di buono per noi e per i nostri studenti, e so anche che non ci arrenderemo e continueremo a cercarli, strenuamente, in rete o di persona, per tentare di riportarli a scuola, per farli salire ancora su questo treno che potrebbe migliorare il loro futuro.

 

Qualche giorno fa sono tornata al supermercato vicino casa, dovevo fare un po’ di spesa ma in realtà speravo di incontrare Mauro. Ed era lì, che preparava una consegna a domicilio. Quasi non ci riconoscevamo bardati come eravamo dietro guanti di lattice e mascherine. Ci siamo parlati a distanza di sicurezza.

«Torna a scuola», gli ho detto, «prova a connetterti, ti prego». 

«Finisco tardi prof, finisco stanco.» 

«Non fa niente, tu prova, guarda che le lezioni e i materiali rimangono lì, puoi recuperarli quando vuoi, anche se non puoi fare le videolezioni non importa, basta che le vedi anche in un secondo momento ma dacci un cenno, fatti vedere, non perdere questa opportunità di rimetterti al passo, dai che sei bravo. Non ti vogliamo perdere, non vogliamo che tu ti perda.»

«Va bene prof, ci proverò.»

Non si è ancora connesso, Mauro, controllo ogni giorno e ogni giorno lo aspetto. 

È questo il mio lavoro. E se Mauro non torna il mio compito, prima di insegnare, è continuare a cercarlo.

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