È stata la mano di Dio

Le zie, le sorelle di mio padre, erano quelle che più di tutte nominavano ‘o munaciello: bambino, piccolo monaco, creatura invisibile, figura magica, portento religioso, mistero della fede (o di chissà cosa) che si aggirava per casa. ‘O munaciello viene da racconti lontani, un po’ leggenda, un po’ verità. Per Matilde Serao, per esempio, era più vicino alla verità che alla leggenda, ma se pensiamo a Napoli la distanza tra leggendario e reale è sottile, così come quella tra falso e vero. Perciò ‘o munaciello esiste nelle cose di Napoli, un po’ lo vedi un po’ no, un po’ ci credi un po’ no.

Ci credi quando ti conviene, magari. Nelle frasi delle zie la figura fiabesca era a volte un benefattore (soldi comparsi in un cassetto di cui nessuno ricordava la provenienza) altre era un dispettoso (cose sparite, oggetti finiti da qualche parte e mai più saltati fuori, piatti rotti senza che nessuno ammettesse di averli fatti cadere), ma comunque era una figura benevola. Forti di questo racconto una volta nascondemmo una zuppiera piena di fragole già pronte per essere servite, nessuno riuscì a trovarle per ore, e solo quando qualcuno esclamò: “Ma chi è stato? ‘O munaciello?”, le facemmo ricomparire in un ripiano del frigorifero, là dove dovevano stare.

 

Non ho più pensato al munaciello per molti anni, ma non l’ho mai dimenticato ed è per questo che ho cominciato a ridere e a emozionarmi già nei primi minuti di È stata la mano di Dio, il nuovo film di Paolo Sorrentino. In quelle prime scene, sorrentiniane e napoletane, San Gennaro (Enzo Decaro), zia Patrizia (la bravissima Luisa Ranieri) e ‘o munaciello, insieme alla scala antica appena salita, al lampadario gigantesco e magnifico riverso sul pavimento, hanno scatenato in me un cortocircuito e davanti agli occhi – succede questo al cinema, se siamo fortunati – mi sono passati pomeriggi interi, ampie inquadrature familiari, zie, nonni, munacielli, arredi, odori forti di cucina, l’infanzia, l’adolescenza. Stava succedendo, al minuto tre, al minuto quattro, ero precipitato dentro al film che stavo aspettando.

 

 

Ho visto È stata la mano di Dio due volte. La prima il giorno della presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia (vivere in laguna regala questo privilegio, tra gli altri); la seconda nei giorni di uscita nelle sale. Forse ce ne saranno altre, adesso che il film ha debuttato su Netflix. Fatto sta che le due visioni, comunque vicine, mi hanno dato l’opportunità di registrare cose diverse, di osservare con attenzione alcuni dettagli, bilanciare le emozioni della prima con lo sguardo più critico, sostituirle poi con altre suggestioni più complete, grate, che mi hanno portato alla commozione. Ma non scriviamo di un film perché ci siamo commossi, al limite lo facciamo perché quella commozione deriva da una serie di cose che sono il cinema: una regia consapevole e incantevole, la scenografia e la fotografia praticamente perfette, i dialoghi mai fuori luogo, dagli eccessivi a quelli più intimi, la recitazione davvero ottima dai protagonisti - Filippo Scotti, Teresa Saponangelo, Toni Servillo e altri, come lo straordinario Renato Carpentieri. Infine, ne scriviamo perché in quel film abbiamo trovato qualcosa che ci riguarda e quel qualcosa non sono solo Napoli e Maradona, da spettatori ci riguardano l’invenzione, l’arte e la fantasia. Nessun fatto esiste finché non viene raccontato, nessuna sceneggiatura resiste se non è scritta bene.

 

Ho sempre apprezzato Sorrentino sin dal primo film, L’uomo in più, e mi piace anche in quei momenti in cui alcuni lo ritengono eccessivo. Ebbene, in Sorrentino funziona anche l’eccesso, anche il superfluo che diventa essenziale, diventa colore, sguardo, preparazione al passaggio successivo, diventa coro. Il mondo che non esiste diventa possibile, il surreale è soltanto un altro lato del reale. Le inquadrature sono tutto, gli stacchi, i dettagli, i gesti ripresi ed estesi per l’occhio dello spettatore; le battute perfette, i silenzi, i balli, il divertimento, la malinconia, lo stupore. Tutti questi aspetti (e loro conseguenze) sono i ricami che escono dalla macchina da presa di Paolo Sorrentino e noi, come Fabietto che crede al munaciello visto da sua zia Patrizia, gli crediamo.

 

Il film comincia con la macchina da presa che si avvicina a Napoli e la coglie tutta, dall’acqua all’alto, dal lungomare alla collina. La macchina avanza veloce ed è una barca, un pesce, lo spettatore che viene incatenato dalla meraviglia – qui silenziosa – della città e viene agguantato, è già preso, è già nel film. Il primo squarcio di Napoli è l’arrivo, il ritorno a casa, la città che ti dà il bentornato, ma a Napoli non ci si può stare a lungo, Sorrentino lo sa, lo ha imparato a proprie spese, e nella parte centrale del film c’è un’altra scena in cui Napoli si allontana, quando Fabietto si fa convincere da Armando (altra ottima prova di Biagio Manna) – il contrabbandiere di sigarette prima ammirato mentre scappa dalla Guardia di Finanza in motoscafo, e poi diventato compagno di stadio, amico – a raggiungere Capri di notte, la città di nuovo bellissima e notturna si fa piccola, il primo segnale che a volte, per sopravvivere, la bellezza (certa bellezza) bisogna lasciarsela alle spalle.

 

 

Sorrentino fa un film sulla sua adolescenza, sul dolore, sulla perdita, ma fa anche un film su tanti di noi. La sua famiglia somiglia terribilmente alle nostre famiglie: donne e uomini dalla battute fulminanti, la tavolata come scenario, una parente anziana che insulta tutti mentre mangia mozzarella con le mani, una zia bellissima e disorientata, sofferente e – perciò – pazza per tutti gli altri, un padre brillante ma con un lato oscuro, una madre allegra e spensierata, uno zio saggio, preda di una filosofia pessimista e geniale che esclama a un certo punto: “Quand’è che siete diventati così deludenti?” rispondendo a chi afferma che Di Stefano e Pelè siano stati più forti di Maradona, per poi sussurrare a Fabietto (il solo che può capire): “Se Maradona non viene io mi uccido”. Scivola così la prima parte del film, che è colorata, sorrentiniana, a tratti almodovariana, divertente, musicale.

 

Fase in cui il dialetto napoletano domina con le sue accelerazioni, la sua cattiveria. Sono i giorni dell’arrivo in città di Maradona, a dispetto della battuta di Saverio Schisa (Servillo): “Figurati se da Barcellona vene ddinte ‘a stu cesso”, arriva e l’abbraccio di Fabietto con suo fratello Marchino e l’abbraccio stupito di tutti noi, che in quei giorni dell’estate del 1984 impazzimmo di incredulità e di gioia: Maradona era diventato un calciatore del Napoli, le cose sarebbero cambiate, ma nessuno di noi avrebbe immaginato così tanto. La storia è nota, e certificata di nuovo da una battuta di zio Alfredo (Carpentieri): “Ti ha salvato lui, è stata la mano di Dio”, i genitori del regista morirono per una fuga di monossido di carbonio nella casa che avevano da poco acquistato a Roccaraso – meta dei napoletani appassionati di neve e di sci– e lui si salvò e si salva nel film attraverso le parole di Fabietto: “No, mamma non vengo. Diego mi aspetta”, quella domenica ci sarebbe stata Napoli – Empoli. Perciò, Maradona ha letteralmente salvato la vita a Paolo Sorrentino, ma ha fatto parecchio pure per chi era ragazzo in quegli anni, ha ampliato il campo del nostro immaginario, ha reso possibile l’indicibile, ci ha mostrato il futuro. E Sorrentino fa proprio un film sul futuro e ha ben chiara l’importanza del fuoriclasse argentino, già in Youth, al Diego stanco e bolso faceva rispondere, a chi gli domandava a cosa pensasse: “Al futuro” e la parola futuro è direttamente pronunciata più volte nel film, è immaginata, desiderata. Il futuro è necessario, va inseguito, sognato, e il futuro è lontano, è al di fuori della città, della vita che è stata.

 

 

La seconda parte del film è più lenta e intima, è quella in cui Fabietto soffre e diventa consapevole, capisce che vuole fare il regista, lo confida a zia Patrizia, nel frattempo ricoverata in una struttura psichiatrica, si confida ad Antonio Capuano (uno dei maestri di Sorrentino, autore di film come Luna rossa, Polvere di Napoli, Pianese Nunzio 14 anni a maggio) che in un dialogo tra i più belli del film, con un dialetto potente e sboccato, lo consiglia e lo istiga, lo porta a parlare, gli legge il dolore negli occhi chiudendo con la battuta già celebre “Non ti disunire, Fabio, non ti disunire mai”. Fabietto in qualche modo si disunisce, però, lascia qualcosa indietro e va a Roma, prende il treno, le cuffie che lanciano la struggente Napule è di Pino Daniele, che attacca dopo che il treno lascia Formia e lungo i binari ricompare ‘o munaciello, che saluta, sorride, ed è un Maradona bambino, è la nostra infanzia che ci lascia andare.

 

È stata la mano di Dio è un film bellissimo che Paolo Sorrentino realizza nel momento giusto. Molti si sono detti contenti di non aver trovato i soliti manierismi del regista, che chi scrive non trova mai. Si tratta di un film che riesce a mostrare la Napoli degli anni Ottanta, i condomini borghesi, la Galleria, piazzetta Matilde Serao, il Vomero ma pure via Toledo, piazzetta Augusteo. E ne mostra le case, tutti hanno visto quelle camerette, le esatte piastrelle della cucina, i bicchieri nella credenza sempre troppo scura. Sorrentino omaggia Fellini e Massimo Troisi, con la sorella di Fabietto sempre chiusa in bagno, come Pascalino, il fratello di Massimo, in Ricomincio da tre. Un film, infine, che ci ricorda da dove veniamo, che allo stadio diventavamo amici del contrabbandiere, che avrebbe potuto dire a noi: “Nun so’ pazzo, so’ giovane. Pecché, tu no?”.

 

La prima visione è stata piena d’attesa e di curiosità, di scoperte. La seconda visione – seduto nella piccola Sala A del Giorgione di Venezia, nel mio posto preferito in cui posso allungare le gambe – mi ha riportato davvero a casa (da dove me ne sono andato, ce ne siamo andati tutti a un certo punto) e, per i cortocircuiti di cui scrivevo all’inizio, mi ha preso per mano lasciando che la commozione arrivasse a fare il suo dovere, appena prima che il tono di voce di Pino Daniele prendesse (anche stavolta, come da sempre) a salire.

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