Hitler torna?

Continua il nostro speciale Ritorno al futuro. L'idea è quella di rileggere libri del passato che offrano una prospettiva capace di illuminare il momento che viviamo oggi.  Per leggere gli altri contributi cliccare sul nome dello speciale a sinistra sopra il titolo in questa stessa pagina.

 

Si ripeterà? Questa estate ho preso in mano un libro che desideravo leggere da tempo. S’intitola Hitler ed è stato scritto da quello che è il maggior storico del Führer, Ian Kershaw, un signore inglese oggi di 76 anni, che lo ha pubblicato in due volumi nel 1998. Due anni fa è uscita l’edizione ridotta in 1673 pagine presso Bompiani (mancano circa 600 pagine di note), che mi ero affrettato ad acquistare. Stava sullo scaffale accanto ad altre biografie del Führer in attesa del momento adatto per leggerlo. Questo momento, ahimè, è venuto.

 

Ho cominciato la lettura durante il mese di agosto e non ho smesso sino all’inizio di settembre. Si tratta di un libro notevole. Hitler è scritto in modo scorrevole e insieme denso, un viaggio nel passato vivendo giorno per giorno la vicenda dell’uomo che ha precipitato la Germania e l’Europa nella maggior catastrofe della sua storia. Leggerlo è come partecipare alla vita di Hitler, sedendogli quasi accanto, dalla nascita nel 1889 a Braunau am Inn, in Austria, sino alla tragica fine nel bunker della Cancelleria a Berlino nel 1945.

    A Braunau ero stato anni fa durante il viaggio sulle tracce del ritorno dal Lager di Primo Levi insieme a Davide Ferrario, per girare un film. Davide aveva scoperto che nella mappa presente in La tregua figurava l’indicazione della cittadina austriaca al confine con la Germania, per quanto Levi non vi fosse mai transitato. Vi avevamo girato alcune scene davanti alla casa natale del Führer.

 

 

Kershaw mette a fuoco sin dalle prime pagine alcuni aspetti fondamentali della vicenda di quest’uomo che ha segnato di sé un intero continente, non solo nei dodici anni del suo incontrastato dominio e della sua follia bellica, ma anche nei settanta anni seguenti. Se sono qui a domandarmi “Si ripeterà?”, è perché c’è stato Adolf Hitler; la sua esistenza è emblematica di qualcosa che può di nuovo accadere. La domanda echeggia innumerevoli volte nelle pagine di Primo Levi e nel volume delle Conversazioni, interviste e dichiarazioni (Opere complete III, Einaudi) che ho appena curato.

 

L’interrogativo con cui si apre la nuova edizione senza note del libro di Kershaw è: com’è stato possibile a un uomo così bizzarro, a uno spiantato, di trovarsi nella posizione di prendere il potere in Germania, uno stato moderno, complesso, economicamente sviluppato e culturalmente avanzato? La seconda questione che lo storico si pone è: Hitler possedeva grandi abilità demagogiche e un’innata capacità di sfruttare senza riguardi le debolezze dei suoi avversari, tuttavia era pur sempre un autodidatta, privo della benché minima esperienza di governo, perciò come gli riuscì di dominare in modo così sottile le élite di potere e a trascinare la Germania nel suo azzardato progetto di dominazione dell’Europa impedendo ogni possibilità di negoziato per porre fine ai conflitti risorgenti nel Continente, e alla fine uccidersi nel momento in cui il suo nemico giurato, la Russia sovietica, era a poca distanza dal suo ultimo rifugio e il paese da lui governato ridotto materialmente e spiritualmente a pezzi?

 

Kershaw, storico lucido e insieme onesto, risponde di aver trovato solo parzialmente delle spiegazioni ai quesiti posti dalla personalità dell’uomo che ha provocato una strage di un’entità mai raggiunta prima nella storia dell’umanità. Il libro racconta la vita di Hitler, ma non concede nulla, come altre biografie, agli aspetti demoniaci della sua personalità. Non s’interroga sul Male; con occhio lucido analizza quello che è accaduto mantenendosi sul terreno delle interpretazioni razionali, cercando delle spiegazioni e arrestandosi là dove queste non sono certe o incontrovertibili. Nella seconda pagina dell’introduzione l’autore tocca un tasto dolente per gli storici: l’importanza della singola personalità nel determinare gli eventi, che nel caso di Hitler è stata decisiva (così anche per Stalin e Mussolini, per altro). Tuttavia precisa subito che l’influenza disastrosa avuta da Hitler nella società tedesca non può essere spiegata esclusivamente con la sua personalità. Prima del 1918, prima della fine della Prima guerra mondiale, nulla permetteva di supporre che la personalità di questo ex combattente avrebbe esercitato una tale influenza nella Germania postbellica; Hitler era considerato dai suoi conoscenti un tipo strano, ridicolo e spesso deriso; non sembrava avere la statura del leader nazionale. Com’è stato possibile?

 

Il successo del futuro Führer non va cercato nella sua personalità, aggiunge Kershaw, ma nelle circostanze economiche e sociali prodotte dalla fine della guerra: un paese traumatizzato dalla sconfitta militare e sconvolto da guerre civili intestine innestate da tentativi rivoluzionari, in preda alla instabilità politica e alla crisi economica e culturale. “In qualsiasi altro contesto Hitler sarebbe sicuramente rimasto una nullità, ma in quel particolare frangente, scrive, si sviluppò una reazione simbiotica, di natura mutevole e (nelle ultime fasi) distruttiva, tra un uomo con la missione di rivendicare l’umiliazione nazionale del 1918 e una società più disposta a concepire il leader come indispensabile per la propria salvezza futura, per risollevarsi da quell’abisso in cui, agli occhi di milioni di tedeschi, la sconfitta, la democrazia e la recessione l’avevano sprofondata”.

 

Mentre scrivo queste righe ho davanti agli occhi i giornali di alcuni giorni fa, le fotografie dell’esultanza di uno dei due vice primi ministri italiani dal balcone di Palazzo Chigi, dopo l’approvazione delle indicazioni del documento di politica economica che distribuirà qualche miliardo a una parte della popolazione italiana ridotta in condizione di povertà, gente che non ha lavoro o l’ha perso, e che presumibilmente non lo troverà più. Veniamo da anni in cui il risentimento e il rancore hanno creato una situazione simile a quella che si era prodotta nel primo dopoguerra. Non è la medesima situazione, perché l’Europa, e l’Italia in particolare, godono d’una condizione di benessere diffuso che tocca la maggioranza della sua popolazione e imparagonabile a quella del passato, tuttavia ci sono elementi più ampi – il contesto di cui parla Kershaw – a livello mondiale che permettono dei paralleli con la situazione degli anni Venti e Trenta del XX secolo: la crisi dell’Europa, l’uscita della Gran Bretagna dalla UE, l’impoverimento progressivo delle classi medie, il trionfo del capitalismo finanziario, pur nella sue ripetute crisi, la globalizzazione, l’eclissi politica, sociale e culturale degli Stati Uniti con la presidenza Trump, lo spostamento verso l’Oriente del baricentro economico del mondo, la caduta di credibilità delle élite tradizionali, la crisi spirituale dell’Europa, la crescita dei partiti xenofobi e sovranisti, e altro ancora.

 

 

Ho letto questo libro durante le vacanze estive, come ho detto, con una crescente angoscia per i paralleli che vedevo aumentare di giorno in giorno tra la situazione della Germania del 1918-1930 e la nostra. L’ascesa di un partito xenofobo che ha ottenuto il 17% dei voti grazie alla coalizione di Centrodestra, diventando in pochi mesi il baricentro della nuova compagine di governo aggregandosi con un movimento creato da pochi anni, senza una vera identità politica e ideologica, fondato da un comico, privo di dialettica interna democratica, che ha raggiunto oltre il 30% dei consensi. Il Movimento 5 Stelle è poi composto da un personale privo di qualsiasi esperienza di governo, con professionalità politica e gestionale minima, assolutamente inadeguata a gestire un paese complesso e moderno come l’Italia. Tutto questo è stata la lente attraverso cui m’immergevo nelle chiare e scorrevoli pagine dello storico inglese. Si ripeterà?

  

Kershaw fa osservazioni molto lucide sulla stessa “autorità carismatica” di Adolf Hitler, usando come chiave interpretativa una definizione di Max Weber, il sociologo e politologo morto prima che si sentisse parlare di Hitler eppure assolutamente pertinente a spiegarne il successo. Lo storico inglese riassume in modo icastico la teoria di Weber: l’autorità carismatica non poggia tanto sulle comprovate e manifeste qualità dell’individuo; deriva invece dalla percezione che di queste qualità hanno i seguaci. In una situazione di crisi questi proiettano sul leader designato attributi “eroici” e vedono in lui la personificazione della gloria e di una “missione” salvifica. Weber specifica che questa autorità carismatica è intrinsecamente instabile: un susseguirsi di fallimenti o di avversità porteranno alla sua caduta, con il pericolo che questo circolo vizioso diventi una forma sistematica di governo. Hitler è stato, scrive Kershaw, “in buona misura un prodotto artefatto della propaganda, che pure sfruttava preesistenti aspettative pseudo religiose di salvezza nazionale”.

 

Mentre scrivo queste righe, sulle pagine dei giornali compare una foto di Matteo Salvini, senza dubbio oggi il più abile politico italiano, vero capo del governo in carica. L’ingrandimento fotografico in uno dei giornali mostra il braccialetto al polso del segretario della Lega, su cui è scritto: “Salvini presidente”. Si tratta senza dubbio di una boutade; meglio: di una provocazione, ma non posso fare a meno di leggere questo dettaglio come un messaggio che vale più per chi indossa quel bracciale, per l’ex leghista comunista, ex frequentatore dei centri sociali, che per i suoi “seguaci”. Manifesta una trasformazione nel giovane leader leghista, che si è avvicinato a passi da gigante al potere politico e che si propone mete ancora più ambiziose nel prossimo futuro.

 

Sia chiaro: Salvini non è Hitler, non ne ha la struttura paranoica, non ne ha le capacità oratorie, che Kershaw mette bene in luce nella vicenda della sua ascesa, che lo portò dagli ostelli per miserabili sino alla Cancelleria del Reich. Salvini possiede tuttavia la medesima spregiudicatezza, lo stesso cinismo, un opportunismo privo di principi e soprattutto la medesima volontà di potenza che spinse Hitler a estendere il proprio potere. La crescita di un leader e la sua presa sulla gente, insegna questo libro, è davvero una cosa imprevedibile, qualcosa che trasforma le persone nell’arco di breve tempo e ne fa delle personalità uniche e pericolose. Naturalmente tutto questo dipende, come mostra la Germania del 1918, dai contesti storici in cui queste personalità operano.

 

Sfogliando avanti e indietro le pagine di Kershaw, guardando gli appunti che ho preso questa estate, non posso a fare a meno di trovare analogie tra quel momento storico del passato e il nostro. Sono analogie, non certezze; tuttavia quello che colpisce leggendo Hitler sono proprio le questioni che Kershaw pone all’inizio della sua biografia, che consiglio di leggere, non solo per il parallelo che sto qui sviluppando, ma perché permette di conoscere la storia europea del XX secolo, premessa per ogni possibile scelta e azione nel nostro presente. Conoscere la storia passata è assolutamente indispensabile.

 

Quali sono state le caratteristiche che hanno reso possibile la dittatura hitleriana? Kershaw ne elenca quattro: la manipolazione dei mezzi di comunicazione per controllare e condizionare le masse; un cinismo senza precedenti nelle relazioni internazionali; l’immenso potere distruttivo delle ideologie di superiorità razziale e le estreme conseguenze del razzismo; l’uso distorto delle tecnologie moderne e dell’ingegneria sociale. L’avvento di quel regime politico ha dimostrato una volta per tutte “come una società moderna, avanzata e istruita possa sprofondare nella barbarie, fino a culminare nella guerra ideologica, in un’azione di conquista di una brutalità e rapacità ai limiti del concepibile, e in uno sterminio di massa cui in precedenza mai il mondo aveva assistito”. Hitler era il Male? Lo storico inglese risponde che la malvagità del Führer era fuori discussione, ma solo un gradino sotto quella di Stalin.

 

Che uomo era? Una “scatola vuota”. La vita di Hitler, come esce da queste pagine puntigliose e documentatissime,“era fondamentalmente un’assenza”. Hitler non aveva nessuna vita privata, non possedeva una sfera personale entro cui ritirarsi, ovvero “un’esistenza profonda che ne condizionasse i riflessi pubblici”, tanto che “la sua vita privata non entrò mai a far parte del personaggio pubblico”. La sua ascesa pone un problema per chi riflette sulla consistenza di un uomo che ha così segnato la storia dell’Europa. Come ha potuto dal più assoluto anonimato diventare il reggitore delle sorti della Germania e del continente? Per quanto non si tratti di un caso unico di simile ascesa, quello che emerge dalle 1600 pagine di questo studio storico è la vacuità dell’uomo privato. Kershaw nel descrivere l’ascesa del Führer non punta sulla personalità hitleriana, ma sul carattere del suo potere.

 

Qui sta l’importanza di questo studio. Il potere non è solo il risultato di un esercizio individuale, ma un “prodotto sociale, creazione di speranze e motivazioni collettive conferitegli dai suoi seguaci”. Per spiegare l’ascesa e il dominio di Adolf Hitler bisogna guardare agli altri, non solo a lui. Non dunque alla personalità del Führer, bensì al suo ruolo, che emerse in modo potente attraverso sottovalutazioni, errori, debolezza e collaborazione di terzi. Queste osservazioni di Kershaw fanno molto riflettere nella nostra situazione attuale, nel momento in cui in Italia e in Europa possono crearsi con facilità condizioni che permettono il costituirsi di poteri carismatici nuovi. Questo tipo di potere non è una semplice illusione, ricorda lo storico sulla scorta Franz Neumann, uno dei più acuti osservatori del fenomeno nazista, dato che vi sono milioni di persone sensibili al carisma. Il potere hitleriano sedusse uomini e donne intelligenti, non sprovveduti e ignoranti, ma intellettuali, diplomatici, ecclesiastici, sia tedeschi che stranieri.

 

Senza calcare troppo la mano su questo, Kershaw parla dello smisurato egocentrismo di quest’uomo vuoto: “Il potere era il suo afrodisiaco”. Un uomo bocciato due volte all’esame d’ingresso dell’Accademia d’arte, e che visse per anni nei dormitori pubblici di Vienna, diventò l’essere più acclamato della colta e complessa società tedesca degli anni Venti e Trenta del XX secolo, ricevuto da industriali, coccolato da amici importanti. Il potere era la sua ossessione. Citando un’analisi assai penetrante, Kershaw scrive che il futuro capo della Germania non presentava all’inizio della sua ascesa politica alcun legame al di fuori del suo ego e “occupava la posizione privilegiata di chi non ama niente e nessuno al di fuori di se stesso”, ed era capace di tutto pur di conservare quel potere e di estenderlo, che è poi “l’unica cosa che lo separerà da una rapida morte”, come mostra l’esito finale della sua esistenza nel bunker della Cancelleria.

 

Da quel mese di aprile del 1945 a oggi molte cose sono accadute in Europa, al punto tale che le due situazioni non sembrerebbero paragonabili; tuttavia l’evoluzione sociale e culturale del Vecchio continente ha provocato un enorme cambiamento nella stessa psicologia delle masse, e in particolare degli individui. Mentre un tempo lo smisurato egocentrismo era patrimonio solo di alcuni rari individui, la maggior parte delle persone era disciplinata e contenuta da istituzioni politiche, sociali e religiose oggi scomparse. Oggi invece il narcisismo è diventato, non solo un aspetto consueto nelle società occidentali, ma anche un motore delle trasformazioni in corso, così che appare ipoteticamente possibile che possano nascere e svilupparsi individui dotati di ego smisurati, potenziali protagonisti di avventure politiche inattese.

 

Nessuno può sapere se è nato o opera un nuovo Hitler, ma è vero anche il contrario: nessuno può negarlo con certezza. Tutto quindi ritorna all’asserto di base del libro di Kershaw: sono le condizioni esterne, i contesti, che possono trasformare un individuo in un potenziale dittatore. Senza la sconfitta della Germania nella Prima guerra mondiale, senza le insensate sanzioni imposte al paese dai vincitori del conflitto, senza la crisi economica e la dilagante inflazione, senza il conflitto ideologico che ha dominato l’Europa nel primo dopoguerra, l’ex sottoufficiale austriaco non sarebbe diventato quello che è diventato.

 

Il secondo pilastro della ricerca dello storico inglese si compendia nella formula “lavorare incontro al Führer senza attendere istruzioni dall’alto”. Detto altrimenti, Hitler non governò la Germania attraverso continue indicazioni date ai suoi sottoposti. Non ne ebbe mai bisogno, dal momento che la forza motrice del Terzo Reich “tradusse in realtà i mal definiti obiettivi ideologici hitleriani attraverso iniziative puntate all’adempimento delle mete visionarie del dittatore”. La sua autorità era decisiva, ma il Führer non governava davvero la complessa struttura burocratica e ministeriale della Germania. Hitler si alzava tardi la mattina, non convocava consigli dei ministri o riunioni. Aveva piuttosto creato intorno a sé l’adesione di un gruppo di persone in costante lotta tra loro, e completamente coinvolte con il destino personale del leader, così da seguirlo sino alla tragedia finale, ben consci che nel bene e nel male il destino di Hitler era il loro stesso destino.

 

La parte più interessante del libro è quella che narra l’ascesa politica di Hitler, attraverso l’affermarsi della sua dimensione di oratore. Nel 1919, dopo anni di una vita precaria, incontra sul suo percorso personale uno dei movimenti di destra sorti dopo la sconfitta del 1918. Lì Adolf Hitler scopre di saper parlare, di toccare le corde segrete di ex militari, di giovani, di gente comune, tanto da risultare ben presto il motore del movimento cui ha aderito, e di cui non è, almeno agli inizi, il leader. Hitler oratore appare la marcia in più di quel piccolo partito. In breve tempo il futuro Führer diventa “il più popolare divulgatore d’idee che non erano in nessun caso di sua invenzione, e che andavano incontro agli interessi altrui quanto ai propri”. La gente che si accalcava per ascoltare i comizi del futuro Führer tra il 1919 e il 1920 non era attratta dalle sue forbite teorie politiche e sociali; su di essa faceva leva quello che Hitler era in grado di produrre: il fuoco del risentimento e dell’odio. Sono questi due potenti sentimenti negativi che anche oggi agiscono sulle masse popolari dei paesi europei, la cui presenza è rinnovata attraverso slogan che semplificano la complessa situazione economica e politica e spingono a recidere la rete d’interdipendenze e mediazioni che ha mantenuto per settant’anni la pace nel Vecchio continente. Siamo arrivati alla fine di un intero sistema economico e sociale? Probabile. Come ha mostrato in modo efficace George Mosse con il suo studio La nazionalizzazione delle masse (il Mulino), la propaganda era allora, come oggi, la chiave di volta del cambiamento politico delle masse. In Hitler, ricorda Kershaw, non vi era nessuna distinzione tra propaganda e ideologia: erano una sola cosa.

 

Non mi propongo di riassumere qui le parti salienti di questo straordinario libro, o di raccontare avvenimenti ed episodi dell’ascesa, della creazione del potere e della caduta di Adolf Hitler. Il fascino del libro risiede nel modo con cui lo storico inglese procede nella sua narrazione, che è irriproducibile fuori dal contesto storico. Voglio solo ricordare, per restare al confronto con l’attuale momento, un aspetto che divenne importante per la creazione del potere hitleriano: l’uso dei momenti di crisi. La crisi, scrive Kershaw, costituiva il primo ossigeno di Hitler. Ogni volta che si arrivava a un punto di passaggio problematico, ad esempio i vari peggioramenti della situazione della Germania, il Führer ne usciva rafforzato. Capacità di decisione, azzardo e fortuna lo aiutavano a superare gli scogli delle crisi aumentando il suo potere, un avanzamento che è avvenuto in ogni caso a balzi, non in modo progressivo.

 

A facilitare la sua ascesa l’ha aiutato la crisi delle élite politiche tedesche e in generale europee dell’inizio del XX secolo. Vi sono momenti, ricorda Kershaw, in cui la classe politica che ha governato sino a quel punto non riesce più a comunicare e cessa di comprendere il linguaggio del popolo che dovrebbe rappresentare. Questi momenti costituiscono senza dubbio la soglia di pericolo di ogni sistema politico. Noi oggi ci troviamo in una situazione simile. La razionalità cui ricorre la classe dirigente italiana – quello che resta della borghesia illuminata e colta e dei partiti rinnovati dopo “Mani pulite” –, per cercare di spiegare e contenere l’avanzata di Salvini e le scelte economiche e gestionali del M5S, non è più sufficiente a creare un argine a quello che sta accadendo. La storia della Repubblica di Weimar racconta tragicamente questa medesima incomunicabilità.

 

Certo Hitler non è salito al potere solo per l’incapacità della sinistra tedesca, dei movimenti democratici, ma soprattutto grazie al sostegno della destra, che credeva di fagocitare il fenomeno-Hitler e invece ne restò fagocitata, cosa che accadde anche con Mussolini nell’Italia del 1922. Gli errori compiuti dalla destra monarchica e militarista tedesca furono fatali per far cadere il paese sotto il gioco di un predicatore politico antisemita. In questo modo il procedere verso la guerra d’annientamento, invenzione originale dell’hitlerismo, fu rapido e inarrestabile. Le pagine dedicate in particolare alla seconda fase del Secondo conflitto mondiale, a partire dall’invasione della Russia sovietica con tre milioni di soldati che ne varcano i confini, fanno molto riflettere e lasciano stupefatti, così come la incapacità dei governanti europei di spegnere l’incendio incipiente alla fine degli anni Trenta.

 

Hitler appare inarrestabile, tuttavia l’esito del confronto tra lui e i governanti europei non era scontato. Kershaw trascina il lettore attraverso le stanze del potere nazista, dalle vette Berghof alle cupe fortificazioni della Tana del Lupo, da un rifugio alpino a un bunker di guerra, passando per la casa del Führer a Monaco e la monumentale Cancelleria di Berlino. Un libro che tutti dovrebbero leggere per capire il rischio che ancora possiamo correre oggi in Europa. Può ripetersi? Sì, rispondo, può ripetersi. Tuttavia è ancora possibile fare qualcosa perché non accada di nuovo. Bisogna sbrigarsi, gli apprendisti stregoni del disastro sono già all’opera; i piromani hanno acceso il fiammifero per appiccare il fuoco alla nostra casa comune e l’idea che la catastrofe non è evitabile si sta diffondendo. Fare presto.

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