Il corpo femminile tra testo e performance

“Per me i miei spettacoli non sono quelli che vengono messi in scena. La mia scrittura è già lo spettacolo. Il mio testo è la performance”.

Lo afferma Simona Semenič, drammaturga nata nel 1975 che ormai da una decina d'anni si distingue come “la più innovativa, penetrante e visibile tra gli scrittori teatrali sloveni (uomini e donne)”, vincitrice, tra i numerosi premi e riconoscimenti, della più alta onorificenza nazionale nel campo delle arti: il Prešeren Fund Award 2018. Sorprendentemente ancora sconosciuta in Italia, negli ultimi anni Simona Semenič ha riscosso ampio successo anche a livello internazionale, e i suoi testi, tradotti in più di dodici lingue, sono stati rappresentati in diversi paesi, arrivando a calcare i palcoscenici di America, Asia e Medio Oriente.

 

Formatasi presso l'accademia AGRFT di Lubiana, Simona Semenič è una figura poliedrica, tanto che è quasi impossibile collocare la sua opera creativa sotto un'etichetta precisa. Il suo percorso formativo artistico si è sviluppato all'insegna di interdisciplinarietà e sperimentazione: nonostante sia principalmente nota come autrice teatrale, Semenič è anche performer, regista, scrittrice di romanzi, produttrice e insegnante. Una poliedricità che si riflette nella sua scrittura, che incorpora e fonde insieme estetiche, linguaggi, pratiche e strategie discorsive differenti, dando vita a testi eterogenei e fortemente connotati in senso politico e sociale.

Ideatrice e fondatrice di iniziative e progetti volti alla promozione, la sperimentazione e la diffusione di nuovi approcci, pratiche di scrittura e formati di produzione e presentazione dei testi (il Preglej al Teatro Glej di Lubiana e il REDEYE, progetto di scambio con gli Stati Uniti, in collaborazione con WaxFactory, di Ivan Talijančić), ha svolto un ruolo fondamentale nella rinascita della drammaturgia Slovena, influenzando l'emergere di una nuova ondata di autori che si affaccia oggi sul panorama teatrale del paese.

 

Copertina di MASKA. Performing Arts Journal, vol. XXXIV, n. 198-199, 2019.


Simona Semenič ha elaborato un nuovo tipo di scrittura teatrale, che lei stessa definisce e concepisce come scrittura o dramma performativo. Si tratta di un approccio assolutamente inedito alla testualità, che si costruisce integrando concezioni, approcci, pratiche, strategie discorsive e possibilità d'espressione tipiche delle arti della scena e di altri campi artistico-culturali, per elaborare una scrittura dinamica, stilisticamente differenziata in termini di genere e strettamente legata al lavoro teatrale pratico. Una scrittura che trasforma il testo in un corpo fluido, vivo, capace di esprimersi e, col suo discorso, agire un atto performativo.

 

“Il mio testo – scrive – è la performance. Poi quando viene messo in scena, anche se rimane qualcosa di me al suo interno, diventa qualcos'altro, non è più il mio lavoro, ma l'opera di un gruppo. La mia scrittura teatrale per me è completa. È di per sé lo spettacolo. Nel momento in cui il lettore legge il mio testo, quello è il mio atto performativo. Leggere un mio testo è come guardarmi mentre lo metto in scena”.

Un approccio che ribalta le convenzioni di lettura stabilite e, a partire da un cambio di prospettiva, induce a riflettere sui modi in cui il testo realizzi atti performativi e a leggerlo come una messa in scena, capace di creare una particolare forma di azione e presenza. Nei suoi drammi, il testo secondario – ciò che non rientra nel discorso diretto (didascalie, nomi dei personaggi, note di regia) e che, non mediato da personaggi non interviene mai direttamente sulla scena – esce dalla sua funzione puramente informativa e, ampliando le sue possibilità d'espressione, acquisisce corporeità e soggettività.

 

È il caso delle didascalie che, rivolgendosi al lettore in prima persona, instaurano con lui una relazione hic et nunc per raccontargli il dramma in forma di narrazione, interrompere le scene, commentarle, metterle in discussione, ritrattarle. Le didascalie diventano una sorta di narratore consapevole dell'atto di scrittura e lettura. Questa narrazione dà al testo un valore performativo: è compiuta di fronte al lettore come un'azione, non rappresenta ma si rivolge all'interlocutore, ponendo l'accento sulla loro relazione e i significati che da essa scaturiscono. Il testo racconta al lettore e lo lascia libero di concepire la parte del dramma che non si svolge sulla scena, rendendolo co-partecipante e autore: nel momento in cui vengono lette, le parole prendono vita nella sua immaginazione e il testo si trasforma in spettacolo.

 

Intervista con Simona Semenič al MASKA Institute, sede dell'omonima rivista.


Spesso è la stessa pratica di scrittura ad assumere caratteri performativi: testi come 24hrs (2006), You didn’t forget, you just don’t remember anymore (2006) e 5boys.si (2008) sono stati concepiti come work in progress e, presentati in scena insieme ad altri drammaturghi, si sono sviluppati in forma collaborativa. I, the victim (2007), do me twice (2009) e the second time (2014), scritti in prima persona come performance autobiografiche, sono stati messi in scena dall'autrice stessa come performer. Per 43 happy endings (2014), presentato al Dixon Place di New York, la Semenič ha presentato al pubblico un testo incompleto, con l'obiettivo di concluderlo con gli spettatori, chiedendo loro di aiutarla a scrivere – su una lavagna – una lista di quarantatré finali felici: protagonista dello spettacolo è diventato il processo di scrittura, che avviene sulla scena e insieme al pubblico, ribaltando la logica secondo cui il testo precede la rappresentazione. In un laboratorio diretto dal regista Tomi Janežič, you are the miracle (2018) è nato come una delle varie risposte performative al mito del Don Juan. Il testo è stato concepito e trattato in maniera analoga alle scene che, a partire dallo stesso input, gli attori hanno creato in teatro, tanto che si è sviluppato contemporaneamente e in maniera indipendente a esse. Tutti i materiali sono stati poi integrati tra loro per partecipare attivamente alla scrittura dello spettacolo No title yet (Teatro Mladinsko, 2018, r. Tomi Janežič).

 

Con la sua scrittura, Simona Semenič supera la canonica distinzione tra testo-centrismo e teatro-centrismo e ridefinisce le reciproche relazioni tra testo e performance, per riconsiderare e indagare teatro e testo attraverso l'uso di nuovi metodi. Metodi che non hanno a che fare esclusivamente con le tradizionali categorie della teoria drammatica o degli studi teatrali, ma che includono e considerano la nuova relazione di entrambi. Nascono così nuove forme testuali, che reintegrano elementi e strutture del dramma (dialoghi, didascalie, trama, finzione) – progressivamente abbattute dal processo innescato dalla svolta performativa – e le fanno convivere con altre forme. Andando oltre la post-drammaticità, l'autrice ricostruisce il dramma all'interno di un testo ibrido, che ne contesta regole e gerarchie. Un testo non strutturato, in cui i personaggi sono dislocati e la finzione è messa in discussione. Un testo vivo, attraverso cui dar vita a un discorso che, sviluppandosi su vari livelli di realtà (realtà storica e contemporanea, realtà performativa e finzione drammatica), indaga, rivela e sfida i meccanismi di oppressione e subordinazione insiti nel sistema sociale.

 

Non senza una sana dose di cinismo e ironia, Simona Semenič usa i suoi testi per ribaltare ogni logica e portare le vittime a diventare carnefici, a prendere parola per affrontare temi tabù e, mentre denunciano e rivelano le forme di violenza insite nelle gerarchie, sovvertirle. Tutto ciò che impone alle parole un ordine d’importanza viene abolito: scompaiono lettere maiuscole e punteggiatura, la sintassi si frantuma, erosa da suoni e silenzi, continuamente interrotta dall'emergere di frasi disconnesse. Ogni elemento del testo acquisisce uguale importanza e l'organizzazione tipica del dramma viene abbattuta. Gli elementi che nel testo drammatico svolgono una funzione strumentale e non possono esprimersi, nei testi di Simona Semenič manifestano la loro presenza e acquisiscono voce, rivelando le forme di oppressione, subordinazione ed emarginazione a cui la forma drammatica li sottopone. Al contempo, la Semenič mostra come la struttura sociale si regoli sui medesimi meccanismi e, drammatizzando e narrando vicende provenienti da realtà storica, cronaca e finzione, usa storia e personaggi del testo per dare corpo e voce a categorie sociali oppresse, emarginate, invisibili. 

 

Spettacolo No title yet (Teatro Mladinsko, 2018, r. Tomi Janežič), ph. Žiga Koritnik.


Porre l'accento sulla performatività del testo, permette infatti di riflettere sulla sua natura e potenzialità corporea, cosa che consente di attivarlo anche in senso politico e sociale. Prospettiva che, del resto, è segno distintivo della recente svolta somatica ravvisabile nella drammaturgia femminile ex-jugoslava, particolarmente interessata alla riflessione sul corpo scaturita dalla svolta performativa. Basandosi sul concetto foucaultiano di corpo come “spazio di diretto controllo sociale e resistenza contro l'ordine dominante” e le teorie su corporeità e performatività di genere di Judith Butler, drammaturghe come Simona Semenič usano la corporeità del testo per indagare e sfidare i processi di rappresentazione, normalizzazione e costruzione d'identità (anche sessuale) di cui il testo/corpo è autore e oggetto.

Simona Semenič fa parlare come protagoniste le vittime, prima tra tutte, il corpo femminile, storicamente sottoposto a violenze, (ab)usi, profanazioni, stereotipi, forme di repressione, emarginazione ed estetizzazione imposte da società di stampo maschilista e paternalista.

 

Lei stessa rientra in questa categoria: come donna, madre single, autrice teatrale e vittima di epilessia. Ma il corpo femminile non si riduce meramente a vittima e contenuto: è anche lo strumento attraverso cui poter superare tali meccanismi. Dal momento che l'autrice concepisce la sua scrittura come il suo atto performativo, il testo assume una dimensione fisica, diventa un corpo, il suo corpo. Un corpo femminile che, sfidando limiti e convenzioni (drammatiche, sintattiche, disciplinari) manifesta la sua presenza in vari modi e produce significati che vanno oltre il senso delle parole. 

Nei testi di Simona Semenič i confini che regolano la forma drammatica – metafora della struttura sociale – vengono rotti da elementi che, solitamente, ne vengono esclusi o resi passivi (testo secondario, suoni, rumori, racconto...). Quando il testo delle didascalie, abdicando dal suo ruolo informativo, assume personalità, rompe la barriera tra testo primario e secondario rivendicando la sua identità di autore del dramma. Rivolgendosi allo spettatore, il testo rompe anche la quarta parete, permettendo al discorso di svilupparsi oltre i confini della pagina, nella realtà della situazione performativa e nell'immaginazione del lettore. Il testo supera i suoi limiti fisici, per esprimersi liberamente in luoghi di mezzo, frutto dell'intersezione di mondi diversi. 

 

Nel suo percorso di emancipazione il testo si trasforma, offrendosi ad altri corpi femminili come spazio d’espressione e visibilità. Il corpo del testo è un terreno aperto e transitorio che, assorbendo contenuti della vita reale, si offre come medium per dar voce a vittime reali (tra cui, la stessa Semenič) che possono raccontare la loro storia e riconquistare la propria identità. Il testo diventa così un archivio vivo che, riproponendo e sviluppando contenuti reali, attraverso il suo corpo li rende processo e, mentre li preserva e tramanda, permette loro di continuare a vivere ed evolversi. Nel suo spazio multi-stratificato di relazioni e tensioni, il testo rivela i sistemi di potere che dominano la società e, al contempo, agisce per contestarli: Simona Semenič riprende la forma drammatica per aprirla, metterne in discussione limiti e norme relazionali e negoziare un nuovo ordine in cui gli elementi nascosti possono esprimersi, denunciando le forme di emarginazione e violenza a cui sono sottoposti. Offrendo loro testimonianza, il testo compie dunque un atto rivoluzionario, caricandosi di una forte valenza politica, critica e sociale.

 

L’ultima immagine, di Nada Žgank, raffigura Simona Semenič durante la performance I, the victim.

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