Il Cristo Pantocrator: l'ultima parola è risurrezione

Il Cristo Pantocrator (Signore del mondo), icona bizantina proveniente da Costantinopoli e conservata nel monastero di Santa Caterina sul monte Sinai, è una delle più antiche raffigurazioni del volto di Cristo risorto – risale al VI-VII secolo – sfuggita alla furia iconoclasta abbattutasi, tra l'VIII secolo e la prima metà del IX, sul mondo cristiano come effetto delle dispute teologiche sulla vera natura di Gesù: solo umana, solo divina o divino-umana? Ed è quest'ultima natura che emerge, come fede e come dottrina, dal ritratto del Pantocrator di Santa Caterina (e di tutti quelli successivi che da questo derivano).

Per me questa icona è una delle più essenziali ed efficaci raffigurazioni della risurrezione di Gesù. Nessun pittore, per quanto grande (come non ricordare la splendida Risurrezione di Piero della Francesca?), è mai riuscito a ritrarre, ricorrendo alla propria immaginazione, qualcosa di tanto incredibile, sconvolgente, trascendente e alieno come il volto di un uomo entrato nella morte e uscitone non come il morto vivente, il super eroe o il fantasma che la letteratura e il cinema propongono sempre, ma come lo stesso uomo di prima eppure diverso perché entrato in una vita nuova. 

Più d'ogni altro genere di dipinto, l'icona avvicina al grande mistero che sta al cuore della fede cristiana: la natura di Cristo; e al suo inevitabile corollario: cosa comporta questo per noi? Cosa ci rivela di noi stessi, se mai ci rivela qualcosa? 

 

Gli iconografi intendono l'icona come un'idea espressa sotto forma figurativa e una finestra aperta su un altro mondo da cui il personaggio dipinto, che noi guardiamo, in realtà sta guardando noi. E questo è particolarmente vero nel caso dell'icona del Cristo Pantocrator, che rappresenta un ritratto di Cristo (un volto che gli studiosi dicono sia sovrapponibile con l'elaborazione digitale a quello della Sindone) realizzato a encausto con una tecnica che richiama i ritratti funerari egizi che, nel periodo tra il I e il IV secolo, erano posti sul volto delle mummie.

 

Il volto che ci guarda è solenne e severo, bello certamente, ma subito restiamo colpiti dalla sua forte asimmetria. Provate a guardarne i due lati uno alla volta, tenendo coperto con la mano l'altro. Il lato sinistro (per chi guarda) del viso è luminoso e sereno, la narice sinistra rilassata, l'angolo della bocca si perde sotto i baffi. Il lato destro, racconta un'altra storia. Il sopracciglio è fortemente rialzato e l'iride dell'occhio appare scura, dilatata; sotto l'occhio e sulla guancia un'ombra scura si estende ben oltre la barba. La narice è leggermente ma chiaramente contratta, sembra vibrare per un qualche moto dello spirito, un sentimento forte interiore, mentre la bocca, sempre da quel lato, prende una piega amara. 

È il ritratto di un uomo in due situazioni diverse. Ancor più, è la resa pittorica straordinaria di due nature che convivono in una sola persona.

 

La portata teologica di questa immagine è chiara. La prima rivelazione espressa dall'icona riguarda Gesù e la sua natura, e afferma che in lui umanità e divinità convivono perfettamente. Perché veramente uomo, ha sofferto nel corpo e nell'anima, ha patito l'abbandono e la delusione ed è morto di una morte vera e reale. E la sua esperienza mortale, resa evidente nei segni che vediamo sul lato destro del volto, appartiene a lui per sempre. La sua esperienza umana, la sua storia sono parte di lui, esattamente come per noi lo sono la nostra storia e la nostra esperienza. Nella risurrezione Gesù è entrato con tutta la sua umanità, fisica e psichica. Nel lato sinistro del volto leggiamo, invece, il superamento di ogni sofferenza, la serenità, la pace, la fiducia di chi dopo avere gridato "Dio mio perché mi hai abbandonato" – permettendo a noi tutti di gridare e temere nel momento estremo senza vergognarci anche se ci dicevamo credenti – ha fatto esperienza della fedeltà di Dio.

 

Dio non impedisce il dolore, non ci sfila dalle mani il timone della storia nemmeno quando stiamo facendo cose assurde. Lascia a noi la responsabilità del mondo. Ma non ci lascia dire l'ultima parola, perché quella la tiene per sé. E la sua ultima parola, ci dice l'icona del Cristo Pantocrator, è risurrezione. Non ritorno alla vita, ma un'altra vita. 

E io credo che l'esperienza che stiamo vivendo, questa Pasqua surreale e dolorosa, ci apra alla speranza nel futuro, ma se vogliamo che sia davvero una risurrezione e non un ritorno a una vita destinata ad affrontare presto un'altra tragedia annunciata, dobbiamo capire che bisogna accettare di essere diversi, dobbiamo desiderare una vita diversa. Come nel deserto gli ebrei hanno dovuto imparare a desiderare la libertà, così dobbiamo imparare anche noi a desiderare, a volere e a impegnarci per costruire un domani migliore di ieri. Stavamo correndo verso un baratro (economico, ecologico, umano…) e lo sapevamo, ma non sapevamo come fermarci, o come almeno rallentare. 

Tutto il dolore che stiamo vivendo, non deve essere sprecato, buttato via. La risurrezione è un futuro offerto a tutti ma perché si realizzi bisogna volerlo, bisogna non volere più essere gli stessi di prima. 

Dopo questa lunga quaresima in cui, per la prima volta, non abbiamo potuto scegliere noi quale piccolo sacrificio offrire, e che per un numero enorme di persone si è conclusa con un Calvario e con la morte, noi sapremo risorgere a una vita nuova? Io voglio sperarlo…

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