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Il passo falso di The Prom

Spoiler: The Prom è un musical. Se dovete lamentarvi perché “si mettono a cantare ogni due minuti” o perché “ballano per strada”, lasciate stare. Spoiler numero due: The Prom è un film, in buona sostanza, bruttarello.

 

Facciamo un passo indietro. Atlanta, 2016: The Prom debutta a teatro. Libretto di Bob Martin (Elf: The Musical), testi di Chad Beguelin (Aladdin) e musiche di Matthew Sklar (compositore per Elf, ma già al lavoro come arrangiatore su classici come Miss Saigon, Nine, Oklahoma!, e Les Misérables); dopo due anni il musical arriva a Broadway. Nel 2019 riceve sette candidature ai Tony Awards, ma non ne vince nessuno (è stato l’anno di Hadestow, sul mito – aggiornato – di Orfeo e Euridice), in compenso si aggiudica il Drama Desk come Miglior musical.

 

Facciamo un altro passo indietro. Mississippi, 2010: a Constance McMillen, una studentessa lesbica, è negato l’accesso al ballo scolastico di fine anno (“prom”), nella cultura americana un vero e proprio rito di passaggio dall’adolescenza alla… post-adolescenza.  La studentessa – con l’aiuto dell’ACLU (American Civil Liberties Union) – cita in causa il distretto scolastico e in tutta risposta per lei viene organizzato un ballo scolastico truffaldino, mentre quello vero si svolge in una location segreta. Il caso, anche grazie alle vie dei social, arriva all’attenzione di media e celebrità, da Ellen DeGeneres a Dan Savage. A tutta questa storia si ispira il musical di cui sopra.

 

 

Torniamo (infine?) a oggi. Ryan Murphy prende il musical teatrale e lo adatta per Netflix (The Politician, Hollywood, Ratched: un sodalizio che procede speditissimo), chiamando a sé un cast di veterani: Meryl Streep, Nicole Kidman, Kerry Washington, James Corden e Andrew Rannells (già con Murphy in Glee, The New Normal e The Boys in the Band, nonché attore di casa a Broadway: Jersey Boys, Book of Mormon e Hamilton). Nel ruolo della giovane protagonista troviamo invece Jo Ellen Pellman, la quale, nonostante non appaia dotata di particolare carisma, tiene bene il passo al resto del cast all-stars – e non è cosa da poco.

 

La storia si inserisce nel recente filone di musical indirizzati a un pubblico queer, anagraficamente oscillante fra i tardo-millennial e la Generazione Z. Attingendo dalla realtà, l’immaginario del musical contemporaneo si fa così sempre più inclusivo. Nel caso di Kinky Boots, per esempio, abbiamo la storia del proprietario di una fabbrica di calzature che, per salvare l’attività dal fallimento, decide di produrre scarpe per drag queen. Nella provincia inglese del Northampton la cosa non viene vista di buon occhio. Ad aiutarlo Lola, una drag queen nera che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno. Prima c’è stato il film di Julian Jarrold e poi il musical scritto da Cyndi Lauper (premiato con sei Tony Award, tutti più che meritati). Per fare un altro esempio, con Everybody's Talking About Jamie (musiche di Dan Gillespie Sells) siamo sempre sulla scena drag, ma stavolta il protagonista è un adolescente che sogna di fare la drag queen, portando scompiglio a scuola e in famiglia; tratto dal documentario Jamie: Drag Queen at 16 di Jenny Popplewell, in arrivo c’è la versione fiction, diretta per il cinema da Jonathan Butterell.

 

Se questi due titoli, in particolare, risulta(va)no scritti con la giusta dose di freschezza, forti di storie sfaccettate e personaggi complessi, The Prom raccoglie nella sua scrittura tutti i lati più banali e buonisti del genere “feel good”, depurando la narrazione da qualunque elemento possa suonare troppo nefasto o non sufficientemente consolatorio. Per quelli digiuni di musical e dintorni sembrerà una sorpresa, ma la natura dei grandi successi storici di Broadway e West End è sempre stata nera e ombrosa, non zuccherina e consolatoria – e in questo caso l’impianto manca di profondità, la storia incuriosisce ma non decolla mai, intrattiene il necessario ma non esalta, non coinvolge. La sceneggiatura è un bel polpettone di nostalgia e idealismo, fa scontrare liberal e conservatori per farsi carico di un messaggio di tolleranza che suona sincero (nell’intento), ma poco efficace. 

 

Da sinistra: Andrew Rannells, Maryl Streep, James Corden, Nicole Kidman.


La sua versione di The Prom sembra una puntata di Glee lunga due ore. Che male c’è? Il cast e la colonna sonora (che ricalca nella forma, riuscendoci appieno, i grandi maestri – Stephen Sondheim, Rodgers & Hammerstein, Andrew Lloyd Webber) tirano avanti il carrozzone, che si fa guardare in virtù dell’accento posto su ironia e citazionismo (misurato e a fuoco), con riferimenti – testuali e musicali – al mondo di Broadway, come nel caso di Zazz, che vede Nicole Kidman in omaggio allo stile di Bob Fosse. Basta poi guardare al personaggio di Meryl Streep, che sembra scritto apposta per Patti LuPone. O per Bette Midler. Ma anche un po’ per Bernadette Peters. Insomma, per le vecchie streghe di Broadway (perfetta in questo senso la sua signature song, The Lady’s Improving). 

 

Qui risiede buona parte della contraddizione di questa avventura: tutto prende il via perché un gruppetto di divi di Broadway (chi sul viale del tramonto, chi senza aver mai realmente sfondato) decide – cinicamente – di riscattarsi dal proprio narcisismo (a loro dire “veleno per il botteghino”) lanciandosi in una missione “umanitaria”, quella di aiutare la giovane lesbica intrappolata nell’ottusa provincia americana; lei però alla fine trova il modo di fare a modo suo, sentenziando l’inutilità dei vecchi bacucchi liberal che nonostante le buone intenzioni non hanno la capacità di capire il mondo che li circonda. Insomma, almeno sulla carta (e nelle intenzioni) il vecchio resta vecchio e il nuovo avanza; a conti fatti invece nell’economia del film il vecchio emerge come l’unica parte interessante. The Prom si dimostra quindi valido laddove indulge sulla sua natura autoriflessiva, pecca invece nell’immaginare (costruire, ipotizzare) il nuovo, che non riesce a tracciare in maniera convincente, significativa, pregnante. 

 

Ryan Murphy in questo adattamento si conferma un regista con una sua personalità precisa e ben definita: sciatta e senza idee. Fin dalla prima ora, quello per cui l’autore/produttore/regista si è distinto sono i temi (fintamente trasgressivi, in realtà pruriginosi – genuinamente sfacciati, quello sì). La messa in scena è monocorde, su tutto incombe una fotografia tutta lustrini e colori pop, che rende fin da subito il mondo dei protagonisti artificiale e lontano, mentre la macchina da presa non sembra mai entrare realmente in connessione con i luoghi e i suoi abitanti. Tutto è appariscente, eccessivo, ma sempre rassicurante – e vuoto. Non ci sono guizzi, non ci sono slanci: tutto il potenziale creativo del musical (come genere, che per antonomasia è quello più felicemente legato al mondo dell’immaginazione) rimane inespresso. 

 

Ariana Debose e Jo Ellen Pellman.


Come nota a margine, è curioso notare come le critiche più feroci dal fronte americano siano arrivate non tanto per la parte tecnica (e già ci sarebbe da pensare riguardo a questa sorta di disinteresse), quanto per quella ideologica. Grande scandalo ha dato infatti l’affidare all’eterosessuale James Corden il ruolo di un personaggio gay. Offensivo, denigratorio, macchietta desueta… La critica è stata impietosa. Eppure, Corden è perfettamente in linea col personaggio originale, che era stato tratteggiato esattamente così: una old fashioned fairy (“checca” non posso scriverlo). 

 

Murphy, va ricordato, ha portato a teatro (e poi prodotto, sempre per Netflix) una versione con soli attori omosessuali di The Boys In The Band. Un lavoro che, tenendo conto anche dell’adesione totale al testo teatrale (e alla sua prima versione cinematografica), potremmo definire filologico. Per non parlare di tutta la sua filmografia in cui ha sempre posto al centro personaggi queer, camp, moderni e inclusivi (anche nel suo The Normal Heart, per citare un titolo tra i tanti, quella sì un’onestissima prova da regista). Stupisce insomma che questo boomerang sia tornato dritto in faccia proprio a lui. L’impressione è quella che una certa parte di critica intransigente non sia infastidita tanto dalla mancata aderenza tra realtà e finzione o dal desiderio di un “verità queer” sullo schermo (grande o piccolo che sia), quanto dalla mancata adesione di certuni personaggi a una determinata idea di come dovrebbe apparire una persona gay per essere “rispettabile”. Insomma, Darren Criss (etero) in American Crime Story l’Assassinio di Gianni Versace può interpretare un omosessuale perché rientra in una raffigurazione (fisica e posturale) accettabilmente vicina a un modello eterosessuale, quindi non denigratoria; Corden in The Prom, a quanto pare, no. 

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