Kafka Merano: 1920-2020

Vivo a Merano e, conoscendo bene la città, avevo sempre pensato che Kafka fosse arrivato qui il primo aprile 1920. Sarebbe stato il giorno giusto, un bel pesce d’aprile. Ma non è così. Kafka giunse in città il 3 di quel mese.

Perché proprio Merano? Perché era un luogo di cura (Kurort). E Franz, lo sanno tutti, era malato di tisi. Il primo sbocco di sangue lo ebbe la notte tra il dodici e il tredici agosto del 1917 in una delle stanze del Palais Schönborn dove all’epoca alloggiava, a Praga. 

Inizialmente non voleva affatto venire a Merano. La meta che aveva prescelto era un’altra: il sanatorio Kainzenbad presso Partenkirchen nelle Alpi bavaresi, come scrive più volte sia alla sua giovanissima amica Minze Eisner, sia al suo editore Kurt Wolff. 

È noto che Kafka aveva molte doti ma non quella della risolutezza. Le lettere di questo periodo (gennaio-marzo 1920) lo testimoniano ampiamente. Vado a Kainzenbad, non vado a Kainzenbad, vado a Merano, non vado a Merano. L’avversione per quest’ultima risiedeva soprattutto in un motivo squisitamente economico: troppo cara, troppo cara (già allora!). Ma questioni burocratiche (permessi d’entrata mancanti, ritardi nelle comunicazioni) ostacolavano la scelta di Kainzenbad. Alla fine, dopo l’ennesimo tentativo frustrato verso la meta bavarese, il nostro si decise, per dir così, per Merano. “Ho rastrellato tutto il denaro e me ne vado a Merano non volentieri” (a Kurt Wolff, fine marzo 1920). Il suo cervello avrebbe preferito di gran lunga la Baviera. Forse Merano, aggiunge, si rivelerà “meglio per i polmoni”. Vedremo.

 

Kafka a onore del vero non trovava solo Merano troppo cara. Se si legge l’epistolario degli ultimi anni, si evince che il nostro trovava troppo cara anche Davos (e si capisce!) e pure Grimmenstein e Wiener Wald (tutti noti sanatori) e perfino Dobrichovice, dove, scrive a Milena in data 9 maggio 1920, la spesa è così elevata che “sarebbe lecito passarvi soltanto gli ultimi giorni prima della morte”, dato che poi “non rimane più nulla”.

Insomma, si sarà capito, Kafka era un uomo molto, ma molto oculato. O, come ammetteva tranquillamente lui stesso, “avaro nelle piccole cose”. Ciò era risaputo anche dai suoi colleghi d’ufficio che lo esortavano a non risparmiare troppo durante i suoi soggiorni di cura.

Comunque, Kafka arriva a Merano il 3 aprile 1920. Uno pensa: caspita! Sarà stato accolto in pompa magna. Come minimo il borgomastro in persona lo avrà salutato già alla stazione con un discorso ufficiale, uno di quei discorsoni grondanti enfasi e cattiva retorica: uno dei più grandi scrittori del secolo… ci onora della Sua presenza… questo profeta… questo chiaroveggente… questo mago della Parola Precisa… 

Macché, niente di tutto questo. 

 

Il quotidiano locale di Merano, il “Burggräfler”, nell’edizione di giovedì 8 aprile (1920, naturalmente), a pagina 10, in una colonnina in cui registra gli ospiti dei vari hotel (“Fremdenliste”), allora usava così, mette il suo nome con la qualifica di “Beamter”, ossia impiegato. Il Beamter Franz Kafka aus Prag sta tra la signora Francesca Perelli da Torino e il signor Emil Ruthenmayer da Elberfeld, con moglie e figli. Tutti ospiti dello stesso hotel, il lussuoso “Emma” che stava nei pressi della stazione, assieme agli altri prestigiosi alberghi della città.

Nonostante il suo massimo biografo, Reiner Stach, affermi che Kafka non era così sconosciuto in vita come si crede oggi, e sarà anche stato vero, quello che era allora il suo ultimo libro, Ein Landarzt (Un medico di campagna o, anche, Un medico condotto), uscito proprio nei giorni del soggiorno meranese, quante recensioni ebbe? Una. Una sola. E, perdipiù, si trattò di una recensione collettiva (una “Sammelbesprechung”), nella quale il recensore, Rudolf Thomas, parlava del testo di Kafka insieme ad altri due testi, uno di Max Brod, l’altro di Ludwig Winders. Uscita tra l’altro, questa recensione unica, sul “Prager Tagblatt”, un foglio locale. E che scriveva il redattore di questa testata praghese? Lodava naturalmente Kafka, soprattutto per le pubblicazioni passate, come La metamorfosi e il Fuochista, ma aveva cura di specificare che “se non hanno avuto successo di pubblico, ciò depone a sfavore del pubblico” (“Daß der Publikumserfolg ausbleibt, ist ein Beweis gegen das Publikum”).

 

È vero: vari importanti scrittori conoscevano Kafka, lo citavano anche. Come Musil, per esempio, che già nel 1914 ne parlò sulla “Neue Rundschau”. Ma come, ne parlò? Definendo Kafka “un caso particolare del tipo Walser” (“ein Spezialfall des Typus Walser”), cioè togliendogli la sua identità e fisionomia definita, per assimilarlo a un altro scrittore, che è la cosa più offensiva che si possa fare con un autore, e con un autore così inconfondibile e assolutamente singolare come Kafka, poi!

È quasi umiliante oltre che estremamente doloroso confrontare una bibliografia a caso degli scritti su Kafka uscita negli ultimi vent’anni, quella a cura di M. L. Caputo Mayr e J. M. Herz per esempio, del 2000 e che si limita agli anni dal 1955 al 1997, di più di milletrecento pagine e le 174 paginette che contengono tutto quello che fu scritto in vita su di lui (F.Kafka. Kritik und Rezeption zu seinen Lebzeiten 1912-1924, Fischer, 1979).

Gli aneddoti sulla scarsa eco dei suoi scritti e sulla sua irrilevanza per le vaste platee si sprecano. 

Rudolf Fuchs ricorda che Kafka aveva chiesto a una delle librerie praghesi presso cui si riforniva, André, quante copie avessero venduto di Betrachtung (Meditazione), il suo primo libro. Quando gli risposero: undici, si meravigliò parecchio e si incuriosì anche. Dato che dieci le aveva comprate lui stesso, chi sarà mai stato il misterioso undicesimo acquirente? si chiese perplesso.

 

 

Quando il dieci novembre del 1916 lesse in pubblico In der Strafkolonie (Nella colonia penale), a Monaco presso la Galleria Goltz, non solo la sala si spopolò in maniera pressoché totale, ma ben tre, e diconsi tre, signore furono colte da svenimento, crollando a terra con un tonfo sordo. Almeno secondo la ricostruzione di un testimone, Max Pulver, la cui attendibilità è però messa in dubbio. Resta il fatto incontestabile che uno dei giornalisti presenti dedicò un pezzetto alla serata, sul “Münchner Neueste Nachrichten”, definendo il racconto di Kafka “abstoßend” (“ributtante”) nonché “endlos langsam” (“infinitamente lento”). Ecco come la stampa dell’epoca giudicava uno dei più grandi testi del secolo.

Non basta: in una lettera a Max Brod della fine luglio del 1922 scritta da Planà – Kafka è già in pensione, da pochi giorni – egli racconta all’amico che nella solita libreria André, tempo addietro, gli era capitato di vedere il suo nome, quello di Brod, intendo, e il suo proprio citati in un saggio dedicato alla recente letteratura in lingua tedesca. Peccato che il critico (un certo von der Leyen) avesse storpiato il cognome, facendolo diventare Koffka. Franz Koffka. Tanta era la notorietà del nostro!

Si dirà che questo era quello che lui stesso voleva. Rimanere oscuro. Ignoto. 

 

Non ne sarei così convinto. Uno studioso, appartenente a una delle grandi famiglie dell’editoria tedesca, Joachim Unseld, in un volume del 1982, F. Kafka, ein Schriftstellerleben (Kafka, vita di scrittore) nega recisamente ciò. Cita una lettera, che Kafka indirizzò al suo editore Kurt Wolff, il 27 luglio del 1917. In essa l’autore chiede al suo editore “una parola”, una sola parola. Ossia: avrebbe Wolff sostenuto economicamente Kafka, una volta che questi avesse lasciato l’impiego presso il Versicherungsanstalt di Praga e si fosse recato a Berlino, com’era sua aspirazione, per condurvi la vita del “libero scrittore”? Wolff non rispose. Due autori diversissimi fra loro, come Osvaldo Soriano e Milan Kundera, sono rimasti assai colpiti dalle pagine di Unseld e dal passaggio su questa lettera decisiva in particolare. Vedi del primo Pirati, fantasmi e dinosauri e del secondo Testamenti traditi. Non sarà un caso.

Poco dopo Kafka ebbe il già menzionato primo sbocco di sangue.

Questa, appena chiusa, non è una divagazione. È solo un ricordo che vale come antidoto alle odierne celebrazioni.

Comunque, riprendiamo il filo.

 

Kafka, che come sappiamo non è uno che ami spendere troppo, e che, da giovane, con Brod, aveva concepito il progetto di realizzare una guida turistica che si sarebbe dovuta intitolare “Billig”, ossia “A buon mercato”, non poteva rimanere nel dispendioso hotel Emma.

Si mette in cerca di una sistemazione più economica. La trova, ma non esattamente a Merano, bensì nel sobborgo di Maia Bassa (Untermais), che allora era comune autonomo, e tale rimase fino al 1924. L’otto aprile, proprio quando il giornale di Merano lo segnala come ospite dell’“Emma”, lui si trasferisce alla pensione “Ottoburg”. Le piccole pensioni avevano per lui il fascino delle “tombe di famiglia”, anzi “delle fosse in comune”, come scrive alla sorella Ottla e l’incomparabile vantaggio di costare molto meno degli hotel di lusso. 

Cosa pensa di Merano, Kafka, nei quasi tre mesi del suo soggiorno, che durò fino al 28 giugno di quel 1920?

 

Combinando le sue esternazioni in proposito contenute nelle lettere a Ottla, a Minze Eisner, a Max Brod e Felix Weltsch e quelle, assai celebri, a Milena, ne emerge un quadro singolare.

Merano innanzitutto viene definita “signorile”. Sì, certo, ma nel senso che è più signorile di Schelesen, paesello sperduto di poche anime nella Boemia centrale, dove l’anno prima aveva passato un periodo in novembre nella modestissima pensione “Stüdl”; e ci credo che è più signorile! 

Il clima è inclemente: nella prima lettera a Milena festeggia il primo giorno senza pioggia dopo tre di acqua a catinelle; a Minze scrive: sento il caldo sole del Sud, ma solo se sto accanto alla stufa che va a manetta. Poco dopo invece si passa a un caldo esagerato, di cui aveva avuto già notizia da racconti di viaggiatori precedenti. L’insonnia lo tortura. Un’insonnia preannunciata del resto dal Baedeker che ne individuava la causa nella particolare aria di Merano (bel Luftkurort! Ossia “luogo dall’aria curativa”). Si stupisce di trovare da un fornaio di nome Holzgethan dei numeri della rivista sionista “Selbstwehr”; ma poi si rende conto che erano i suoi che aveva prestato a una conoscente praghese che lì li aveva dimenticati. La stampa locale è di ben altro orientamento. In una lettera a Weltsch cita un foglio cattolico che riporta con ampio risalto tesi dei Protocolli dei Savi di Sion; vi viene menzionato anche il famigerato Nilus; un giorno mentre cammina per strada Kafka incontra una donna che esce da una chiesa e gli grida: Lutero è un demonio! Non è il posto di ampie vedute che aveva inopinatamente ipotizzato dopo la visita al fornaio Holzgethan.

 

A un certo punto l’insonnia si fa così insopportabile che pensa di andarsene “nei dintorni di Bolzano”, probabilmente a San Genesio. Ma poi non va. Comunque lì, a Merano, si deve difendere dai continui attacchi dei bevitori di birra e mangiatori di carne. Cerca refrigerio su una certa panchina sul fiume Passirio, di cui parla a Ottla.

Dopo tre mesi sono migliorati i suoi polmoni?

Appena tornato a Praga, in luglio, scrive a Minze Eisner, testualmente: “Merano non ha giovato affatto alla mia salute” (“Meran hat mir gesundheitlich nichts geholfen”). A Milena, anche in luglio, scrive che ha una gran tosse durante il giorno e per interi quarti d’ora durante la notte, sono le “conseguenze del turbinoso periodo meranese”. Ancora in luglio, il quattordici, e ancora a Milena scrive: “Ieri sono stato dal mio medico, mi ha trovato circa nelle condizioni di prima che andassi a Merano, i tre mesi sono passati sui polmoni quasi senza lasciare traccia, nell’apice sinistro il male è fresco come allora”. Un quadro “sconfortante”.

 

Ma quali pensieri agitavano la mente del nostro Franz durante il soggiorno meranese, accanto alla passione febbrile per Milena? È lui stesso a confessare (lettera a Milena del 9 agosto) che almeno “nella prima parte del suo soggiorno meranese… faceva notte e giorno progetti per impadronirsi della cameriera”; verso la fine di quel periodo gli capitò infine per le mani una “ragazza molto pronta e disposta”.

Non era quell’asceta di cui si favoleggiò a lungo.

Secondo Stach Kafka partecipò con tutta probabilità a una grande manifestazione per l’autonomia sudtirolese contro l’occupante italiano e che si tenne per l’appunto a Merano, nella piazza della stazione, il giorno nove maggio, del 1920 naturalmente.

L’uomo che nel marzo di quello stesso anno scrisse a Minze Eisner queste parole: “il luogo natale è tutt’altro che una patria, è un luogo di ricordi, di malinconia, di meschinità, di vergogna, di seduzione, di abuso delle energie”; l’uomo che qualche mese dopo scrisse a Milena: “se parti, spezza subito la barriera di confine”; l’uomo insomma per cui la “letteratura è assalto al confine” (“Ansturm gegen die Grenze”) – Diari, 16 gennaio 1922; quell’uomo non può aver partecipato a una manifestazione del genere, almeno secondo me.

 

E se Kafka tornasse oggi a Merano, a cent’anni di distanza? Che farebbe? Scapperebbe subito, immediatamente; dato che a due passi dalla sua pensione Ottoburg, che esiste tuttora, trasformata in condominio, signorile, proprio lì vicino c’è un cantiere che delizia tutto il circondario con il suo incessante frastuono, e da ben due anni. Kafka che non sopportava i rumori non reggerebbe allo strazio.

Ma che costruiscono da due anni, lì, a pochi passi dall’Ottoburg?

Un enorme gerontocomio, che darà ricetto a tutti i moribondi, agonizzanti e lungodegenti della zona e che, sono sicuro, diverrà in breve il simbolo verace dell’amena cittadina di Merano.

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